I risultati preliminari che riguardano i contagi e i focolai Covid-19 negli asili nido e nelle scuole sul territorio nazionale non sono affatto allarmanti. Da quando è scoppiata la pandemia lo scorso febbraio, la corsa alla chiusura è parsa l’unica soluzione fattibile per arginare e contenere i contagi e in questo, le scuole italiane ma non solo, anche gli asili nido, sono entrati nell’immaginario collettivo come potenziali covi ad alto rischio di trasmissione del virus.

Ma da giugno, quando in Italia, la pandemia sembrava aver dato una tregua, i centri estivi hanno avuto un’impennata di iscrizioni. Dalla riapertura e per tutta l’estate nessun contagio si è registrato, eppure, con l’arrivo dell’autunno e l’inizio del nuovo anno scolastico, le cose sono nuovamente peggiorate.

Gli asili e le scuole dell’infanzia sono visti da molti come possibili centri di diffusione del virus e i genitori, in modo particolare, vivono costantemente il rientro a scuola dei loro figli come un pericolo imminente.

Ma i dati parlano chiaro: dalla riapertura degli asili e delle scuole primarie, nel 90% dei casi, si è registrato un solo caso di Coronavirus. Modelli previsionali indicherebbero che le scuole influiscono solo per il 2% rispetto alla circolazione di SARS-CoV-217.

Covid-19 e Asili: i dati ad un mese dalla riapertura

Ad un mese dalla riapertura degli asili nido e degli spazi educativi i dati sono incoraggianti poiché non vi è un aumento di casi da contagio o focolai da Covid-19 all’interno delle strutture dedicate all’infanzia.

Già i primi studi pubblicati sui casi di Covid-19 in età pediatrica suggerivano che, nella fascia di età 0-3 anni, l’infezione da Coronavirus era meno frequente e che la sintomatologia era comunque più lieve. Così come, in assenza di patologie pregresse, i casi clinici gravi o di morte nei bambini piccoli sono stati rarissimi.

I dati raccolti in tutto il mondo suggeriscono sempre più che le scuole dell’infanzia non sono punti caldi per le infezioni da Coronavirus.

Nonostante i timori che ruotano attorno agli asili e le scuole in genere, le infezioni da Covid-19 non sono aumentate quando le scuole e gli asili nido hanno riaperto dopo che i blocchi dovuti alla pandemia si sono attenuati. E quando, invece, si verificano focolai, per lo più, questi provocano solo un piccolo numero di persone che si ammalano.

Tuttavia, la ricerca mostra anche che i bambini possono prendere il virus e diffondere particelle virali, e i bambini più grandi hanno maggiori probabilità rispetto ai bambini molto piccoli  (0-5 anni) di trasmetterlo ad altri.

Walter Haas, epidemiologo di malattie infettive presso il Robert Koch Institute di Berlino ha affermato:

Le scuole e gli asili nido sembrano fornire un ambiente ideale per la trasmissione del Coronavirus perché grandi gruppi si riuniscono al chiuso per lunghi periodi di tempo. Tuttavia, a livello globale, le infezioni da Covid-19 sono ancora molto più basse tra i bambini che tra gli adulti.

I dati raccolti a livello globale hanno dimostrato inizialmente che le scuole potevano riaprire in sicurezza quando la trasmissione dalla comunità era bassa. Ma anche nei luoghi in cui le infezioni della comunità erano in aumento, i focolai nelle scuole erano comunque rari e isolati.

Covid-19: i bambini piccoli trasmettono di meno

Il caso in Inghilterra è un esempio lampante di come i bambini piccoli, fascia d’età sotto i 5 anni, siano meno soggetti a trasmettere il virus.

Proprio i dati sulle epidemie scolastiche in Inghilterra hanno dimostrato che gli adulti sono stati spesso i primi a essere contagiati. La maggior parte delle 30 epidemie scolastiche confermate a giugno riguardava la trasmissione tra i membri del personale e solo 2 riguardavano la diffusione da studente a studente.

Questi risultati mostrano, quindi, come i bambini piccoli trasmettono meno il Covid-19. In merito a tale dato, il Dott. Hass ha affermato:

I ricercatori sospettano che uno dei motivi per cui le scuole non sono diventate zone calde del Covid-19 è che i bambini sono meno suscettibili alle infezioni rispetto agli adulti, secondo una meta-analisi di studi sulla prevalenza.

E una volta infettati, i bambini piccoli, compresi quelli di età 0 e 5 anni, hanno meno probabilità di trasmettere il virus ad altri.

Il team del Dott. Hass ha scoperto come le infezioni sono meno comuni nei bambini di età compresa tra 6 e 10 anni rispetto ai bambini più grandi e agli adulti che lavorano nelle scuole. Ciò a sottolineare come il potenziale di trasmissione aumenta con l’avanzare dell’età.

Secondo il Dott. Hass una possibile motivazione di questa “non-trasmissione” da parte dei bambini piccoli agli adulti può essere traducibile così:

Perché i bambini piccoli sembrano meno propensi a diffondere il nuovo Coronavirus ad altri non è chiaro. Una possibilità è che, poiché hanno polmoni più piccoli, sono meno in grado di proiettare aerosol infettivi rispetto agli adulti.

Così come un’altra possibilità del motivo per il quale i bambini tendano  a trasmettere meno virus può essere ricercata, più comunemente, dall’essere soggetti asintomatici.

Certamente non esiste trasmissione zero nei bambini ma il rischio di infezione a scuola è basso.

Covid-19 e Asili: la situazione dei contagi in Italia

Dai risultati dei contagi riferiti al 5 ottobre 2020, sono stati registrati un totale di 1350 casi di infezioni da SARS-CoV-2 nelle scuole del territorio italiano, per un totale di 1212 su 65104 (1,8%) Scuole italiane coinvolte.

Le scuole nazionali hanno riportato solo 1 caso di infezione da SARS-CoV-2 in oltre il 90% dei casi. La rilevazione di una o più infezioni da Covid-19 ha portato alla chiusura di 192 (14,2%) intere scuole, più frequentemente asili nido e scuole materne.

Il monitoraggio continuo della situazione scolastica risulta, ora più che mai, necessario per comprendere meglio l’impatto delle scuole sulla pandemia e fornire delle linee guida dettagliate che considerino meglio i diversi rischi all’interno dei diversi gruppi di età.

Se da un lato la scelta di chiudere le scuole a fine febbraio 2020 e di non riaprirle fino al termine dell’anno scolastico in giugno ha contribuito a ridurre la circolazione del virus, è altresì vero che, al contempo, ha esposto i bambini a un aumentato rischio di malessere e disagio psico-fisico.

Covid-19 e centri estivi: il caso dell’Emilia Romagna

Il report stilato dal sito Medico&Bambino sulla ricerca effettuata la scorsa estate sui centri estivi in Emilia Romagna spiega come questa regione abbia organizzato, in collaborazione con i Pediatri di Famiglia (PdF) del proprio territorio, un monitoraggio per verificare il numero di casi sintomatici, di tamponi richiesti e di tamponi positivi fra i bambini che a partire da metà giugno e fino a fine agosto hanno frequentato i centri estivi.

Durante le settimane di frequentazione dei centri estivi sono state effettuate dai pediatri di famiglia 1436 visite a bambini che hanno sviluppato sintomi acuti.

I tamponi richiesti ed eseguiti sono stati 637 e nessuno dei tamponi richiesti dai pediatri per sintomatologia acuta è risultato positivo.

L’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani (ANCI) stima che siano stati oltre 50mila i bambini che hanno partecipato a uno degli oltre 2mila centri estivi attivati nella Regione Emilia Romagna quest’anno.

Gli unici due casi di positività in bambini frequentanti i centri estivi sono stati in soggetti asintomatici. Questo dato suggerisce che, anche dopo due mesi di ripresa delle attività in comunità, la circolazione del Covid-19 in età pediatrica è ancora associata all’esposizione intrafamiliare.

Quindi, in questa seconda ondata epidemica, il monitoraggio sarà uno degli strumenti che meglio aiuterà ad affrontare questo periodo, con l’obiettivo, si spera, di limitare al minimo le interruzioni delle attività scolastiche.

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