featured image

La fisiologia del sonno nel bambino da 0 a 3 anni

Sul sonno dei bambini nei primi anni di vita si concentra la maggior parte dei discorsi dei genitori, che con aria spesso rassegnata e disfatta narrano di nottate in bianco e di cronica carenza di sonno. Davanti a questi racconti inizia una ridda di consigli di tutti i generi da parte di amici e familiari, spesso ahimé molto lontani dall’essere davvero utili perché troppo spesso le persone non possiedono le giuste informazioni sulla fisiologia del sonno dei neonati e dei bambini. Quello che appare come una condanna (il bambino che’non dorme’, cioè che si sveglia più volte nell’arco della notte) è invece un evento assolutamente normale nei bambini fino ai tre anni di età.

Il neonato infatti nasce con una struttura delle fasi del sonno completamente inversa rispetto a quella del sonno degli adulti. Il sonno è infatti costituito principalmente da due fasi: la fase REM, o fase di sonno leggero, durante la quale si sogna, e la fase NREM, o fase di sonno profondo, priva di sogni. Durante la notte le due fasi si alternano varie volte, nell’adulto con ritmi di circa 90 minuti, e ogni volta che si passa dal sonno profondo al sonno leggero si attraversa una fase di vulnerabilità, ovvero un momento in cui è più facile svegliarsi, se sono presenti nell’ambiente esterno o interno a noi degli stimoli ‘disturbanti’ (un rumore, il freddo, lo stimolo della fame o dell’urinare, ad esempio).

Con la crescita si sviluppa sempre più un sistema di filtro degli stimoli disturbanti esterni che ci permette di non risvegliarci ogni volta che attraversiamo una fase di sonno leggero e proviamo ad esempio un po’ di fame.
Al contrario, i neonati non hanno ancora questa capacità di filtraggio degli stimoli e sono estremamente suscettibili al risveglio nelle fasi di vulnerabilità. Non solo, ma, come accennato prima, il loro sonno ha una struttura ben diversa da quella dell’adulto.

Il sonno degli adulti è composto infatti nell’80% circa da fasi di sonno profondo e solo un 20% da fasi di sonno leggero. I neonati (ed i bambini fino a circa 3 anni di età, ma ognuno ovviamente ha i suoi tempi di sviluppo neurologico) hanno invece dall’80% al 50% di sonno leggero, e l’alternanza delle fasi di sonno REM e NREM avviene ogni 60 minuti circa. Ciò significa che i bambini nei primi 3 anni di vita attraversano ogni ora una fase di vulnerabilità in cui possono risvegliarsi con maggiore facilità perché non sanno ancora bloccare gli stimoli esterni che provocano il risveglio.

In conclusione quindi è del tutto fisiologico che i bambini fino ai 3 anni di età  abbiano risvegli notturni, non si tratta di disturbi del sonno ma del tempo fisiologico che i bambini richiedono perché la maturazione neurologica e l’alternanza dei cicli di sonno notte dopo notte permetta loro di raggiungere una struttura del sonno più profonda e stabile, al pari dell’adulto.

I risvegli notturni non sono quindi dovuti né a cattive abitudini che i genitori hanno loro dato (come spesso purtroppo i genitori si sentono dire) né a particolari difficoltà del bambino. I bambini che al contrario fin dai primi mesi hanno un sonno più simile a quello dell’adulto e dormono molto precocemente tutta la notte o buona parte di essa senza risvegli sono l’eccezione, non la regola, come si è appena visto.

Certo è, d’altro canto, che nei risvegli e nella loro qualità possono comunque incidere fattori ambientali, oltre che fisiologici e neurologici. Sia la qualità dell’addormentamento, sia la qualità del carico emotivo con cui il bambino si avvicina al sonno incidono sulla serenità del suo dormire.

Tra gli stimoli che possono provocare i risvegli nelle fasi di vulnerabilità infatti ci sono anche paure, ansie o altre fatiche emotive che il bambino può aver vissuto nell’arco della giornata e che si riattivano di notte facendogli richiedere la presenza rassicurante del genitore.

Il momento del sonno infatti è comunque un momento affettivamente difficile per il bambino, perché costituisce una separazione dalla giornata appena vissuta e dai genitori. Spesso i bambini si rifiutano di andare a letto la sera, o procrastinano il momento della nanna con interminabili ‘ancora un attimo mamma!’ che spesso sfiniscono e snervano i genitori che vorrebbero mandarli a dormire per godersi un po’ di vita di coppia, o semplicemente finire di lavare i piatti, preparare il lavoro per il giorno dopo o andare anche loro a letto perché stanchissimi.

In quei momenti, cercare di mantenere il più possibile un tono dolce e paziente che non colori il saluto serale di tensione e di arrabbiature permette al piccolo di rassegnarsi al momento del sonno senza sentire uno strappo affettivo dai genitori che lo accompagnerà nella qualità  del suo sonno.

Ricordiamoci che l’opposizione al momento del sonno è sempre dovuta ad un’ansia da separazione. Rendere questa ‘separazione’ meno dura e tranciante possibile non eviterà magari i risvegli (che come si è visto hanno un loro perché al di là delle nostre azioni) ma garantirà una buona qualità emotiva al sonno, oltre che al risveglio. È infatti stato dimostrato da recenti studi che lo stato emotivo della persona al momento dell’addormentamento lascia una traccia nella memoria che viene riattivata al momento del risveglio: questo significa che addormentarsi sereni incide sulla serenità del nostro stato d’animo al momento del risveglio, e viceversa.  

Infine, non ha senso dire che un neonato ha scambiato il giorno per la notte (insinuando magari che anche qui è colpa dei genitori che gli fanno fare i pisolini durante il giorno…), in quanto la regolazione dei ritmi circadiani (che ci fanno alternare la fase di veglia durante le ore di luce solare e la fase di sonno nelle ore notturne) è un’altra competenza che si sviluppa nei mesi successivi alla nascita, quando la melatonina prodotta dalla ghiandola pineale raggiunge un livello sufficiente a far sì che possa svolgere il suo ruolo di regolatore del ritmo sonno-veglia. Anche qui non ci sono tecniche particolari da mettere in atto, solo l’accorgimento di esporre il neonato alla luce solare durante le ore del giorno perché ciò stimola una più rapida stabilizzazione della produzione di melatonina.

In conclusione, credo fermamente che il nucleo del problema non sia il fatto che il bambino non abbia un sonno continuativo e stabile fin dalla nascita (che come abbiamo visto è un fatto naturale e inevitabile), ma è che viviamo in una società che da una parte si vanta di aver superato la cultura ottocentesca che prevedeva il lavoro minorile, le punizioni corporali per i bambini, l’assenza dei diritti dei minori, e dall’altra non si è ancora accorta che non è ancora in grado di vedere i bambini, costruire una società a loro misura davvero. Una società che non si ferma ad aspettare che arrivi, col suo passo traballante e rallentato, anche il bambino, ma che gli chiede di adeguarsi ai suoi ritmi, ai ritmi dell´adulto che lavora, che deve produrre, che deve mantenere gli impegni e gli orari imposti dalla quotidianità, senza prevedere che nei primi anni di vita un bambino richiede ben altri ritmi.

In Italia possiamo certo vantare una delle migliori leggi sulla tutela della maternità  rispetto al resto d’Europa (per non parlare degli Stati Uniti), ma nessun datore di lavoro e nessuna legge prevede di comprendere che il sonno del bambino, per basi fisiologiche e neurologiche, probabilmente richiederà  ai neogenitori un periodo di carenza di sonno e quindi di minore produttività  sul lavoro. Anzi, le madri che tornano a lavoro dopo la nascita di un figlio sentono addosso tutta la pressione di dover dimostrare di produrre come prima, ‘come se non fosse successo nulla’, come se la natura non gli stesse richiedendo di adattarsi ad un ritmo biologico diverso, più lento, più a misura di bambino.

Questo fa sì che il non dormire dei bambini diventi un problema familiare e sociale, oggetto di continue pubblicazioni di articoli e libri che propongono tecniche più o meno aberranti per costringere i nostri figli ad assumere ritmi che la natura non prevede, competenze che ancora il loro sistema neurologico immaturo non gli consente. E fa sì che la relazione con i nostri figli rischi di improntarsi, fin dai primi mesi, sulla percezione di un bambino ‘difficile’, che ‘intralcia’ la vita del genitore ed i suoi ritmi, perdendo di vista completamente il ruolo che la maternità e la paternità ci chiede di ricoprire: figure di protezione che si chinano sul piccolo, lo prendono per mano e, adattando il loro passo a quello del bambino, si incamminano con i suoi tempi verso il percorso della crescita e della vita.

condivisioni & piace a mamme