Metodo Estivill: cos'è, come funziona e le critiche - GravidanzaOnLine

Il metodo Estivill per far dormire il bambino è davvero efficace?

Cos'è il metodo Estivill, come funziona e perché molti rappresentanti della comunità pediatrica criticano aspramente questo metodo basato sulla teoria dell'estinzione graduale del pianto.

Elogiato da alcuni, aspramente criticato da altri, il metodo Estivill è sicuramente uno degli argomenti che divide di più la comunità pediatrica. Molti genitori hanno provato almeno una volta a metterlo in pratica nella speranza che sortisse i risultati promessi sui figli insonni.

Ma cos’è e come funziona esattamente il metodo Estivill descritto nel celebre libro “Fate la nanna dal suo ideatore, il pediatra spagnolo Eduard Estivill Sancho? E cosa ancora più importante: è davvero efficace o potrebbe essere addirittura pericoloso? Proviamo a capirlo insieme.

Metodo Estivill: cos’è e come è nato

La genesi di questo metodo affonda le radici in un precedente storico molto importante che in America ha fatto tendenza in tempi non sospetti. Negli anni Settanta, infatti, il pediatra americano Richard Ferber aveva pubblicato un manuale dal titolo “Solve Your Child’s Sleep Problems“.

Già nel titolo, si capisce molto bene che il suggerimento del dottore sia quello di abituare il bambino ad essere messo a letto da sveglio nella propria cameretta. In pratica, di educarlo al sonno e al fatto di doversi addormentare da solo, anche a costo di versare molte lacrime.

Il sistema sembrava davvero efficace e il successo del libro aumentava vertiginosamente. La sua eco, ben presto, varcò i confini degli States. Sembrava l’alba di una nuova era, quella che metteva la parola “fine” alle notti in bianco di ogni neo-genitore del Mondo.

Qualche anno più tardi, nel 1996, il dottor Eduard Estivill Sancho elabora una teoria che si rifà proprio ai fondamenti enunciati dal collega americano e pubblica il libro “Fate la nanna“. Nel libro, il pediatra catalano descrive un metodo pressoché infallibile (96% dei casi) per far dormire i bambini più irrequieti o che tendono a piangere e svegliarsi diverse volte durante la notte.

Il sonno, secondo Estivill, non è altro che un’abitudine e in quanto tale deve essere impartita dai genitori attraverso un processo educativo finalizzato al suo corretto apprendimento. E non ci sono differenze di età, eccezioni o altre distinzioni di merito. La validità del metodo, se correttamente applicato, prescinderebbe da qualsiasi variabile. Che si tratti di un neonato o di un bambino di 3 anni, secondo Estivill il sonno dovrebbe essere inculcato come qualsiasi altro gesto meccanico.

L’unico scoglio che gli stessi genitori devono imparare a superare è la gestione del pianto del bambino che, in questo metodo, deve essere affidata in buona parte all’auto-consolazione. Come? Se il bambino si sveglia nel sonno, piange ma non riceve consolazione da parte dei genitori, prima o poi smetterà e si riaddormenterà da solo. Questo è forse uno dei punti più controversi e criticati del metodo Estivill, di cui parleremo più avanti.

Metodo Estivill: in cosa consiste

metodo estivill per bambini

Nel suo bestseller “Fate la nanna“, il medico spagnolo descrive un metodo incentrato sulla teoria dell’estinzione graduale del pianto. La tecnica si può facilmente suddividere in tre step:

  • occorre costruire e introdurre una routine che preceda la fase dell’addormentamento. Una sorta di “rituale” che possa essere ripetuto ogni sera, senza eccezioni. Un bagnetto, una breve lettura, o qualsiasi altra attività ripetibile di sera in sera prima di fare la nanna;
  • il bambino deve poi essere messo nel suo lettino o nella culla (dovrà avere una sua cameretta) sempre alla stessa ora e i genitori usciranno dalla stanza nel giro di 10 minuti. Niente “ninne-nanne” nel lettone di mamma e papà o altri strappi alle regole;
  • se il bambino inizia a piangere, non bisogna precipitarsi in cameretta per consolarlo. Gli interventi devono essere prestabiliti secondo una tabella e distribuiti in lunghi intervalli di tempo, sempre meno frequenti. Nel confortare il bambino, il genitore non dovrà prenderlo in braccio ma lasciarlo nella culla fino a quando non si riaddormenterà. Se i genitori riusciranno a rispettare la tabella dei rientri, nel giro di una settimana il bambino imparerà a dormire da solo.

Sull’efficacia di tale metodo non sembrano esserci dubbi: di sicuro, se il bambino piange nel sonno e non viene consolato, prima o poi si abituerà a non associare l’atto del dormire alla presenza dei genitori. Se ne farà una ragione, insomma. Non è dato sapere in che percentuale dei casi ciò avvenga realmente e in quanto tempo, ma la domanda che ci si pone è un’altra: questo metodo è davvero affidabile e sicuro?

Le critiche al metodo

Una delle critiche più aspre che è stata rivolta al metodo Estivill riguarda l’età che il bambino debba avere per iniziare ad applicarlo. In un primo momento, l’ideatore raccomandava di iniziare precocemente, addirittura a 3 mesi. La tesi era che non ci fosse alcuna differenza tra un neonato o un bambino di 3 anni: affermazione aspramente criticata dalla comunità pediatrica internazionale.

Lo stesso Estivill, qualche tempo dopo l’uscita del libro, dovette correggere la propria posizione. Nel 2012 dichiarò che il metodo era valido sui bambini dai 3 anni in su e solo nei casi di insonnia infantile per cattive abitudini. Ma non è tutto. L’Associazione Culturale Pediatri ha messo in discussione la fondatezza scientifica della teoria di Estivill, denunciando la potenziale pericolosità:

Sappiamo ormai dalla ricerca scientifica, se non bastasse il buon senso, […] che la pretesa che un bambino piccolo si addormenti da solo e dorma per tutta la notte senza richiedere la presenza e il contatto dell’adulto, oltre ad essere anti-fisiologica e irrealistica, può provocare confusione nei genitori e grande stress nei bambini.

Le critiche piovute sul metodo Estivill condannano, in particolare, la teoria dell’estinzione graduale del pianto. Il pianto è l’unico mezzo di comunicazione che ha il bambino per esprimere un bisogno o una richiesta di rassicurazione. Se il pianto non trova risposta, il bambino crederà che non valga la pena cercare conforto nei genitori. In questo modo, rischierebbe di sviluppare un senso di abbandono e di disagio che potrebbe avere ripercussioni psichiche negative anche in età adulta.

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  • Bambino (1-3 anni)