Si è soliti distinguere e separare nettamente la sfera emotiva da quella prettamente medica, considerandole di fatto due realtà diverse che non influiscono l’una sull’altra. La realtà, invece, è molto spesso più articolata di certe semplificazioni e l’esperienza del parto e dei primi istanti di vita di un bambino lo dimostra chiaramente.

Parliamo quindi del bonding, il legame (questo il significato del termine inglese) che si crea tra i genitori e i figli e che, come confermano anche i più recenti studi scientifici, si forma già dai primissimi minuti dopo la nascita, tanto che è importante favorirlo e non ostacolarlo.

Se oggi appare scontato che appena nato il bambino venga messo a contatto con la mamma poggiandolo sul suo petto e avendo il papà lì accanto, non sempre è stato così. Sia, per secoli, quando la gravidanza e il parto erano “cose da donne” per cui gli uomini aspettavano nella sala d’attesa dell’ospedale o in una stanza adiacente a quella dove la donna stava partorendo o venivano informati ore dopo quando rientravano dai loro impegni, sia più recentemente quando subito dopo il parto i neonati venivano lavati, visitati e collocati nelle rispettive cullette dell’ospedale prima di poter incontrare i propri genitori.

Proprio per questo tra le raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità c’è anche quella di favorire il contatto pelle a pelle tra neonato e madre entro la prima ora dopo la nascita per contrastare il fenomeno del cosiddetto parto medicalizzato.

Cos’è il bonding tra mamma e neonato?

Come detto il termine bonding indica il legame che si instaura tra i genitori e i figli. È quel tipo di esperienza che porta i genitori, come precisato dalla WebMD Health Corporation, a provare uno speciale attaccamento nei confronti dei figli.

Non è limitato solamente al contatto fisico nelle prime ore dopo il parto, ma è un tipo di dimensione che coinvolge i genitori nei confronti dei figli. È quel tipo di esperienza che provoca gioia e fierezza guardando il proprio bambino, che porta i genitori a fare sacrifici e scelte in favore dei bambini e che li rende generalmente più protettivi nei loro confronti.

In questo tipo di legame c’è sicuramente una componente fisica e ormonale. Come spiega l’Associazione Culturale Pediatri, infatti, il legame che si sviluppa sin dalla nascita tra madre e bambino è anche una conseguenza “dell’azione congiunta di ormoni e neuromediatori, fra cui il più importante è l’ossitocina”.

È importante però fin da subito chiarire che questo legame non è né automatico né immediato. Anzi. Ci sono studi scientifici che evidenziano come per il 20% dei neogenitori (mamme e papà indistintamente) non vi sia alcun vero e proprio attaccamento emotivo nei confronti dei rispettivi neonati nelle ore successive al parto. Per creare questo legame possono volerci giorni, settimane o anche mesi.

Non provare immediatamente un legame o non provarlo nelle forme e nelle intensità riferite da altri genitori non è segno di cattiveria, indifferenza o del fatto di essere delle mamme e dei papà pessimi; semplicemente non lo si è provato e probabilmente si proverà questo bonding in altre dimensioni a distanza di tempo. Nonostante il giudizio sociale possa essere opprimente e poco rispettoso, non vi è alcun motivo per sentirsi in colpa o sbagliati. Anzi.

Questo tipo di legame rientra tra gli istinti umani che infonde ai neonati sicurezza e autostima. È un’esperienza utile anche per i genitori che li aiuta a relazionarsi con i più piccoli e ad accoglierli nella propria famiglia.

Il bonding, come detto, si costruisce nel tempo e in molti casi già durante le settimane di gravidanza inizia a instaurarsi. La vista del volto e degli arti dalle immagini delle ecografie e la percezione dei primi movimenti fetali sono elementi che aiutano a creare questo tipo di rapporto.

Anche per i neonati avviene lo stesso, iniziando ad ascoltare e riconoscere la voce della mamma e sviluppando un tipo di attaccamento unico e innato. Subito dopo la nascita, fin dai primissimi istanti, come indicato dall’UC Davis Medical Center, i neonati a termine piangono, sorridono, fanno rumori, cercane il seno, rispondono allo sguardo dei genitori, iniziando quel rapporto tra due persone fatto di gesti e comportamenti ai quali seguono delle risposte.

Come favorire il bonding neonatale

Ogni occasione è utile per favorire il bonding con il neonato. Nelle prime ore di vita è il contatto pelle a pelle, soprattutto con la madre e nella prospettiva di favorire l’allattamento al seno, a rivelarsi eccezionale per instaurare e perfezionare questo legame. Ma anche l’allattamento con il biberon tenendo in braccio il bambino, il cullarlo per farlo addormentare, il guardarlo negli occhi, il giocarci, il parlarci anche mentre lo si accudisce e il rispondere al pianto, sono tutte occasioni ideali per creare un rapporto stabile e profondo.

Rispondere prontamente alle necessità di un bambino permette al caregiver (un genitore, ma anche nonni, zii e babysitter) di sviluppare una relazione di fiducia e attaccamento duratura. Questa dimensione è utilissima per la crescita del bambino anche per imparare a relazionarsi con altre persone sviluppando un’ampia gamma di emozioni.

MedlinePlus, il servizio d’informazione della National Library of Medicine, infatti, riporta come i bambini che hanno instaurato un forte legame con i propri genitori avranno maggiori probabilità di avere da adulti buone relazioni e di fidarsi degli altri.

È utile anche, soprattutto con il passare del tempo e nel caso in cui la cura del neonato diventasse particolarmente gravosa, accettare l’aiuto da parte di altri. Il bonding non necessita di esclusivismo e di privare il bambino del contatto con altre persone che gli vogliono bene e che possono prendersi cura di lei. Fondamentale per la sua crescita, infatti, è la serenità dell’ambiente in cui vive.

Cosa fare se il contatto non è possibile?

Ci sono diverse circostanze in cui il bonding non è possibile. Questo può avvenire a seguito di un travaglio particolarmente lungo e difficile che ha comportato un grave sforzo da parte della madre, ma anche a seguito di un parto cesareo o della nascita di un bambino che necessita tempestivamente del ricovero nell’unità di terapia intensiva neonatale.

Anche soffrire di depressione post parto o altri disturbi che possono compromettere la salute sia della madre che del bambino possono rappresentare un ostacolo iniziale al bonding.

In tutti questi casi non c’è una soluzione unica da seguire semplicemente perché ogni situazione è unica e perché, come detto, il bonding si costruisce e si migliora con il tempo.

Nelle circostanze critiche nelle quali il contatto, fisico e visivo, può essere assente o limitato, non significa che le madri e i padri di questi bambini avranno legami meno forti, validi e belli, ma “semplicemente” che avranno un’iniziale difficoltà. Questa può essere superata vivendo la propria genitorialità secondo le circostanze del caso. I primi istanti sono importanti, certo, ma non sono tutto e con il tempo si può ottenere ciò che, per un motivo o per un altro, inizialmente non si è riusciti a costruire.

Laddove possibile è fondamentale essere fisicamente presenti nella stessa stanza dove dorme il bambino, tenerlo in braccio o avere un contatto fisico anche minimo. Uno studio scientifico condotto su delle madri di bambini nati estremamente pretermine ha dimostrato come l’assistenza infermieristica può rivelarsi fondamentale per favorire il bonding. Questo può avvenire tramite la partecipazione alle cure, l’allattamento (laddove possibile), il massaggio e la comunicazione tra madre e figlio.

Una volta tornati a casa è importante trovare un equilibrio tale capace di permettere di vivere il contatto con il proprio bambino secondo le sue necessità e quelle dei suoi genitori.

Il bonding e il papà

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Fonte iStock

Un discorso a parte, ma non marginale, lo merita il legame tra padri e figli. Nonostante grandi e importanti cambiamenti rispetto al passato, il ruolo dei padri è ancora troppo spesso condizionato da pregiudizi e limitazioni culturali sul rapporto con i figli. Ancora oggi si ha l’idea, priva di alcun fondamento, per cui la cura e la vicinanza al bambino è principalmente una questione di competenza femminile.

Se è vero che biologicamente sono le donne a consentire lo sviluppo della gravidanza, a poter allattare al seno e ad avere per molti aspetti una condizione unica, è altrettanto vero che i padri, nella vitalità della diversità, hanno un ruolo e un’importanza altrettanto fondamentale e irrinunciabile.

Da uno studio pubblicato su Acta Paediatrica, per esempio, leggiamo come i neonati che hanno ricevuto un contatto pelle a pelle con i propri padri a seguito di un taglio cesareo hanno registrato importanti benefici psicofisici per tutta la vita.

Per questo motivo si insiste sull’importanza e l’utilità della presenza anche dei padri in sala parto, proprio per valorizzare anche questo tipo di legame. Se i papà sentono tardi e meno intimamente i movimenti fetali del bambino e durante la gravidanza svolgono un ruolo meno centrale, dal momento della nascita del bambino sono protagonisti assoluti della loro crescita, educazione, svago e serenità.

I papà giocano con i figli, parlano con loro, si occupano della loro igiene, passeggiano con loro tenendoli nel marsupio, li portano all’asilo, mangiano con loro, gli insegnano ad acquisire le varie tappe dello sviluppo, così come fanno le madri. Il bonding è parte stessa dell’avventura dell’essere genitori e, nelle scelte dei singoli e della coppia e negli equilibri personali e professionali della famiglia si cercano, trovano e creano le condizioni migliori per svilupparlo e approfondirlo.

Da quanto emerge da questo studio condotto per analizzare l’importanza del legame precoce sulla salute mentale e sulla resilienza dei bambini, essere genitori è cambiato nel corso dei secoli ma resta sempre valido il fine del loro compito: donare ai figli un ambiente familiare amorevole e sano. Questo non è sentimentalismo se consideriamo che i bambini privati di questa dimensione hanno danni permanenti non solo per quel che riguarda il loro benessere emotivo, ma anche  sulla loro intelligenza e capacità di sviluppo.

Un ambiente familiare non amorevole nel quale vi è un bonding scarso o assente, in sostanza, rappresenta anche un vero e proprio problema con importanti ripercussioni e implicazioni sullo stato di salute duratura dei bambini di oggi e degli adulti di domani.

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