Displasia dell'anca nel neonato: come trattarla? - GravidanzaOnLine

Displasia dell’anca del neonato, cos’è e come si cura

Che cos'è la displasia dell’anca o lussazione dell’anca nel neonato: un’anomalia scheletrica che interessa l’acetabolo, l’articolazione tra il bacino e il femore. E che, se trattata in tempo, può guarire senza lasciare strascichi patologici.

La displasia dell’anca, anche detta “lussazione congenita dell’anca”, è una patologia scheletrica che si sviluppa durante la vita intrauterina e riguarda l’articolazione tra femore e bacino. Si riconosce poiché le anche del neonato fanno “clack” durante la Manovra di Ortolani, effettuata dal pediatra nel corso della prima visita dopo la nascita. Si classifica secondo tre livelli di gravità diagnosticabili attraverso un esame ecografico, i quali richiedono rispettivamente tre diversi trattamenti di cura.

Che cos’è la displasia dell’anca nel neonato?

La displasia dell’anca è un’anomalia dello scheletro che riguarda l’articolazione tra la testa del femore e la pelvi (bacino). Nello specifico, coinvolge l’acetabolo, anche detto cotile, l’incavo laterale dell’osso iliaco in cui si articola la testa femorale. Una definizione specifica della displasia evolutiva dell’anca è quella che la classifica come un ritardo dello sviluppo dell’articolazione coxo-femorale, prima ancora che una malformazione.

Tale anomalia che si riconosce nei neonati già nei primi mesi di vita, se trattata tempestivamente, si risolve completamente senza complicazioni future. La displasia può essere mono o bilaterale (una sola anca oppure entrambe) e può causare problemi di deambulazione al bambino poiché provoca instabilità. Se non riconosciuta e non trattata entro i primi 3-6 mesi di vita, può provocare la vera e propria lussazione dell’anca. Si definisce così, infatti, la fuoriuscita del femore dal suo normale alloggiamento con conseguente “scatto” dell’anca.

Le cause della displasia dell’anca nel neonato

Ci sono alcuni fattori noti come predisponenti alla displasia dell’anca nei bambini appena nati. In primis, si considerano i fattori genetici: una certa familiarità genetica ha un peso preponderante nella eventuale comparsa del disturbo.

Vi sono, poi, i fattori ambientali che incidono fortemente su questa anomalia scheletrica. La posizione podalica del feto durante la gravidanza, per esempio, potrebbe portare a sviluppare una malformazione dell’acetabolo. Tra i fattori predisponenti, c’è l’oligoidramnios, ossia quando il liquido amniotico nell’utero è poco. Si stima, poi, che i primogeniti siano più colpiti rispetto ai figli successivi. Talvolta, la displasia acetabolare compare nel neonato insieme ad altre patologie quali il piede torto, il torcicollo miogeno, il metatarso addotto o la scoliosi.

Anche una eventuale lassità dei legamenti dell’articolazione come la sindrome di S. di Marfan e la sindrome di Ehlers-Danlos può predisporre alla displasia dell’anca. Altre possibile cause  vengono considerate l’Anemia di Fanconi o la sindrome feto-alcolica. Oltre a malattie di gravità particolare a carico del sistema neurologico o scheletrico.

A livello italiano, si è notato che alcune regioni sono percentualmente più colpite di altre, contando un numero maggiore di neonati con questa malformazione. Nel nord Italia, le regioni più colpite sono il Piemonte, la Valle d’Aosta,  l’Emilia Romagna e la Lombardia con un picco di casi in Brianza. Al sud Italia, si segnala la Puglia. In queste regioni, il fenomeno si presenta quattro volte su mille nuovi nati mentre in altre regioni quali la Campania, la Sicilia e la Sardegna l’incidenza scende a uno su mille. Differenze anche a seconda del sesso dei nascituri: le femminucce hanno una probabilità cinque volte maggiore rispetto ai maschietti di soffrire di displasia dell’anca.

Sintomi della displasia dell’anca e Manovra di Ortolani

Come già menzionato, il sintomo classico della displasia dell’anca neonatale è  il classico “clack” dell’anca nella sua rotazione sin dai primi mesi. Con la crescita, il bambino potrebbe mostrare una certa difficoltà e ritardo nel camminare o, una volta in piedi, avere difficoltà a trovare l’equilibrio. Se il bambino fatica a trovare una posizione stabile, se l’anca scricchiola, se si notano posizioni disarmoniche del bacino o un primo accenno di zoppia, meglio rivolgersi prontamente ad uno specialista.

Durante il corso della prima visita dopo la nascita, quindi, il pediatra controlla le anche eseguendo la Manovra di Ortolani. Il medico afferra le ginocchia del neonato e, piegandole a 90°, le spinge verso il bacino. A questo punto, le divarica a farfalla e rotea il femore dalle cosce. In caso di displasia evolutiva dell’anca, durante questo movimento di apertura e rotazione si sente “clack”, sintomo che la testa del femore è fuoriuscita dall’acetabolo.

La conferma di tale diagnosi si ottiene effettuando un’ecografia entro i primissimi mesi di vita del bambino, utile per valutare il livello di gravità della malformazione.

Come si tratta la displasia dell’anca nel neonato

Il trattamento della displasia dell’anca nel neonato ha due scopi. Il primo è quello di migliorare la centratura del femore in tempi brevi e quanto più precocemente possibile. Questo al fine di permettere alle strutture scheletriche di svilupparsi in maniera corretta sin dai primi mesi. Il secondo obiettivo è di ridurre il rischio di necrosi della testa del femore, al fine di contrastare l’eventuale progressiva deformità dell’articolazione. La patologia viene classificata secondo 3 livelli (Livello I, II e III) a gravità crescente.

Livello I: prelussazione o displasia semplice. In questo caso, la testa del femore è correttamente alloggiata nella cavità articolare, ma una eventuale forzatura può provocare la sua fuoriuscita dalla sede corretta. Il primo livello è di gravità lieve e non preoccupante e necessita, pertanto, di un trattamento relativamente semplice e poco invasivo. Il pediatra consiglia di applicare sul pannolino un cuscinetto divaricatore per le anche o, più semplicemente, la strategia del “doppio pannolino”.

Livello II: sublussazione. In questo caso, la testa del femore è in posizione non corretta trovandosi già fuori dall’acetabolo. Con specifici trattamenti e particolari manovre, però, è possibile ricondurla in sede corretta, evitando la soluzione chirurgica. Vengono usati divaricatori su misura con la funzione di tenere aperte e ferme le anche del neonato, immobilizzandole in posizione corretta.

Livello III: lussazione. Si ha quando la testa del femore rimane permanentemente fuori sede, ossia fuori dall’acetabolo. In questi casi, lo specialista potrebbe suggerire di intervenire chirurgicamente.

In ogni caso, è sempre bene che la prima visita pediatrica del nascituro sia fatta nei tempi consigliati dall’ospedale e con estrema perizia da parte del nuovo dottore. Una diagnosi precoce è essenziale per risolvere con prontezza il problema ed evitare invalidanti problemi futuri.

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