Il tempo che ti divora nell'attesa di un figlio - GravidanzaOnLine

Il Tempo che ti divora nell’attesa di un figlio

Quanto tempo può passare da quando si desidera un figlio a quando quel figlio finalmente arriva? Tanto, tantissimo tempo.

Non te ne accorgi subito che il Tempo ti sta divorando.

Te ne accorgi a un certo punto. Per la verità non ti accorgi nemmeno di accorgertene, non so se mi spiego, è davvero un fatto misterioso, un momento prima sei lì, preso da qualcosa di così contingente da risultare ridicolo (io stavo osservando, attraverso la grande portafinestra di un locale vista Darsena di Milano, due modelle straniere presumibilmente maggiorenni accomodarsi a un tavolo adiacente al mio, con una grazia e un’inconsapevolezza che costituivano da sole una specie di riassunto bellissimo e al contempo tragico della giovinezza), e il momento successivo capisci che il Tempo ha lasciato talmente poco di te, talmente poco, che il vento, se è forte, ti può sbattere a terra. 

Il Tempo.

La prima volta

Ricordo benissimo la prima volta che “ci provammo”, a fare un figlio, che ci mettemmo lì oserei dire “a tavolino”, cioè scientemente, con la consapevolezza assoluta e certa di desiderarlo, e io completai l’atto sessuale rimanendo all’interno di mia moglie, convinti entrambi che fosse nient’altro che un gioco, un semplice meccanismo che avevamo appena innescato, al punto che tutti e due aguzzammo le orecchie e tutti i sensi in attesa di, non lo so, sentire qualcosa, un “click”, o un jingle musicale che ci avvisasse, ci dicesse che avevamo fatto tutto secondo le regole e che da quel momento in avanti non si trattasse davvero di fare altro, a parte aspettare. 

Era estate, ci trovavamo in un bellissimo hotel in Tunisia, a Mahdia, e più tardi a cena, successe qualcosa che naturalmente ho iscritto, ex post, nel reticolo mnemonico dei Fatti Significativi, cioè che mia moglie, con un gesto del tutto spontaneo, non pensato, nonché inedito per la nostra allora ancora giovane storia sentimentale di coppia, rifiutò di bere vino e pur senza parlare, pur senza spiegarmi, io capii e lei mi fece capire con l’enormità dei suoi occhi, all’improvviso illuminati da una luce diversa — una luce non nuova, ma serbata, conservata al suo interno per chissà quanti anni in attesa del giusto momento — che quello era stato semplicemente il suo primo gesto da madre. 

Certo, è buffo a pensarci oggi, anzi direi che è comico, ma oggi è facile: oggi che è quasi carnevale e nostra figlia è al nido travestita da pulcino, è facile, adesso che può vantare un vocabolario di almeno un centinaio di parole e la mattina se non mangia i suoi biscotti “Atene” non è contenta e salta di gioia quando vede i nonni e impazzisce, davvero, impazzisce davanti al gelato, adesso che è una persona è facile trovare buffo e comico tutto.

Allora, per la verità, fu abbastanza tragico, o quantomeno lo diventò. Col Tempo. Perché naturalmente quell’estate bellissima terminò e il bicchiere di vino rifiutato con un gesto della mano divennero due bicchieri di vino rifiutati, e dopo altri tre o quattro e dieci e mille bicchieri di vino rifiutati, mia moglie ricominciò ad accettarne e a un certo punto — il Tempo, altro Tempo — semplicemente smise di parlarne.

Tre anni.

Tanto, più o meno, ci è voluto prima che una mattina di fine settembre fossi raggiunto da una di quelle telefonate che poi uno manda a memoria, aggiungendo semmai particolari inesistenti, tre anni abbondanti, tantissimo Tempo, per arrivare a quella mattinata precisa, io seduto sul divano, ancora in pigiama, incapace anche solo di muovermi, di fare qualsiasi cosa che non fosse restare fermo e aspettare, a quella mattina, a quel minuto preciso in cui il mio cellulare squillò e io vidi che era mia moglie e risposi con lentezza, con il terrore di capire già tutto dal tono della sua voce, “Eccomi”, dissi, rispondendo, non “Sì”, non “Pronto?”, non “Dimmi”; “Eccomi”, perché c’ero, qualunque cosa fosse successa, qualsiasi cosa le avessero appena detto e lei stesse per comunicarmi, io c’ero, “Eccomi”, sono qui, ci sono, dimmi, “pronto” manco per niente, ma quanto a esserci ci sono, “Eccomi”: così dissi a mia moglie, e quel secondo virgola otto che trascorse tra la mia voce e la sua è ancora qui da qualche parte, addosso a me, tra noi, fa parte dei nostri ricordi, del nostro “lessico famigliare”, come la prima pizza sui Navigli con la bambina che aveva due settimane e che noi mangiammo praticamente dentro al suo passeggino, guardandola, come la prima volta che vomitò e ci guardò interrogativi, come la prima volta che afferrò nei pugni le sue api rotanti, cambiando la prima delle sue innumerevoli “pelli”, come quando, circa nove mesi più tardi da quella mattina, da quella telefonata, la ginecologa mi disse “Guardi! Non se lo perda questo momento, guardi!”, e io guardai, alzai la testa dalla faccia urlante di mia moglie, sudata, e guardai, e vidi questa cosa pazzesca, innaturale, aliena, questa micro-persona per metà dentro mia moglie, per metà fuori, che già strillava, o come quando, trenta secondi dopo, gliela misero addosso, una micro-persona addosso a una micro-madre, sul seno nudo, e lei mi chiese, senza piangere, ridendo, non piangeva, rideva, mia moglie mi chiese: “Ti piace?”, a me, il padre, così mi chiese, come tutti questi momenti e milioni di altri, compresi i litigi, le volte che abbiamo sbattuto qualcosa per terra, che ci siamo trovati insopportabili e odiosi e abbiamo avuto voglia di passare del tempo da soli, quel secondo di tempo o poco più tra la fine della mia voce e l’inizio della sua, è ancora qui, fa parte delle persone che siamo diventate, l’attimo prima che mia moglie mi dicesse che era incinta, “Amore, sono incinta”, mi disse, e io così sentii, su quel divano, con quel pigiama, tre anni ci sarebbero voluti per arrivare lì, tre anni da quel bicchiere di vino rifiutato.

Tempo, tantissimo Tempo.

Il Tempo è un cancro. Il Tempo divora.

La prima tappa

Secondo i dati del 2013, contenuti nell’ultima relazione dell’allora ministro della Salute Beatrice Lorenzin al Parlamento sull’applicazione della legge 40 che disciplina la PMA, ovvero la Procreazione Medicalmente Assistita, degli oltre 27.000 cicli di cura iniziati con tecnica di primo livello, solo nel 10,2% dei casi – 2754 – la donna è riuscita a ottenere una gravidanza. Aumenta, ma senza arrivare mai a grandi numeri, il successo con tecniche più sofisticate, come la FIVET o la ICSI. Di 55.000 trattamenti iniziati, le gravidanze sono state 10.712, il 19,5%.

La storia che state leggendo, se non l’avete ancora capito, parla di una di queste.

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