Da pochissimo mia figlia ha compiuto tre anni.

Dovrebbe significare qualcosa, credo.
Voglio dire, è un buon numero, un numero tondo, importante.
Il prossimo che mi pare significativo è diciotto, ma a quel punto, capirai, sciatica, reumatismi, quel fatto di dimenticare i nomi: non avrò molto tempo per la narrativa sentimentale.

Tre anni.
Sono tanti, sono pochi?
Mi rugge il relativismo: rispetto al Big Bang, poca roba.
Nel microscopico alveo della mia vita, Tre Anni sono una specie di pianeta che ti collassa in salotto.

Io, comunque, conto poco in questa storia di Tre Anni: sono solo il padre, un tizio che per dodici mesi moltiplicato tre volte c’è più o meno stato, all’ombra dell’immane grandezza di una minuscola persona in via di formazione (e qui sto parlando di mia moglie, cioè di una neo-madre diventata Madre) e al cospetto di una ben più misteriosa entità umana che da “idea” si è trasformata, con una velocità impressionante da time-lapse, in una persona.

Per la prima volta mi sembra, anzi sono sicuro che mia figlia si renda conto di ciò che è, della complessità del suo corpo, del suo divenire.
Come? Dettagli, piccoli indizi. Atteggiamenti.

Tre Anni questo significano: atteggiamento.
Significano: personalità.
Significano: vezzi.

I primi indizi del cambiamento

Quasi tutto mi piace.
Ciò che non mi piace tende a piacermi lo stesso poiché nemmeno negli altri mi piace.
Intendo dire: non cerco in mia figlia esclusività, genialità, peculiarità mai viste. Ciò che trovo idiosincratico in lei è identico a ciò che trovo idiosincratico in te e in te e pure in te. I lampi di egoismo, l’ostinazione, la gelosia, la cocciutaggine, l’impazienza, l’incapacità di una visione d’insieme.

Non ho mai avuto illusioni in tal senso: mia figlia è un essere vivente e, come milioni, miliardi di altre persone contribuirà a suo modo principalmente alla distruzione di questa Terra, tramite abusi, consunzione, occupazione di suolo, inquinamento. Ma non è questo il luogo né il momento per il cinismo.

Quasi tutto mi piace, dicevo, del monumento della sua crescita, della piramide dell’individuo che è diventato.

Alcuni dettagli: ha delle persone preferite.
Scontato, ma è stato il primo elemento su cui ho cominciato a soffermarmi.
Con alcuni sta bene, con altri sta meno bene. Altri li abbraccia, li chiama per nome, li cerca, si fida. Con altri no.

È terribile a dirsi, un po’ ingiusto, lo so, lo sento a ogni livello, ma è come se in un certo senso io stesso abbia rivalutato la mia percezione degli altri in base alla benevolenza della bambina: se qualcuno non le va a genio, deve esserci un motivo. Guardo con sospetto. Ascolto con pregiudizio. Mi fido poco.

Mi capita lo stesso quando qualche artista che stimo esprime un giudizio poco lusinghiero su un altro artista che stimo: chi ha ragione? Perché lo ha detto? Cos’ha visto che io non ho visto?
Un tilt razional-emotivo che mi sovrasta.

“Ti ammazzo, peluche!”

Andiamo avanti.
Tre Anni significano anche una confessione da parte mia.
Questa: mia figlia, ogni tanto, guarda il telefonino.
Lo so. Mi rendo conto di essere l’unico genitore sulla faccia della Terra a permettere ciò. Nessun bambino al mondo guarda i cartoni animati, se non ho capito male. La leggo in giro l’autonarrativa genitoriale. I bambini ascoltano Guccini. Tre Anni, per tutti i bambini della Terra, tranne per mia figlia, significano, al massimo, documentari storici sul nazismo, Brahms; significano un’opinione sulla questione palestinese. 

Mia figlia no.
Lei guarda Masha & Orso.
Si fossilizza davanti a cose obbrobriose russe da tre virgola sette miliardi (miliardi) di visualizzazioni su YouTube, che è qualcosa che ti distrugge, giuro, ti distrugge, annienta ogni solipsismo; tre virgola sette miliardi di visualizzazioni.

In più guarda le fotografie. Le guarda anche più dei cartoni: chiede, pretende di guardare “le foto”.
Le foto sono naturalmente le foto presenti nel mio cellulare o nel cellulare di mia moglie ma da qualche tempo la bambina ha maturato un criterio e questo criterio ha a che fare con se stessa e questo mi affascina.

Alterna due grandi volontà: vedere foto di “Tata piccola” e foto di “Tata grande” (“Tata” è lei stessa: è un soprannome che si è data da sola, da piccolissima, quando davanti allo specchio puntò un bel giorno il dito verso il suo riflesso e disse: “Tata!”, e così da allora “Tata” è lei) e la mia impressione è che mai come in questo momento abbia preso coscienza di avere un corpo e che questo corpo sia soggetto a uno sviluppo, a una crescita.

È bello e terribile: è il primo “click” che ha inclinato il piano di una coscienza adulta che la porterà a breve a comprendere tematiche come la mortalità (proprio oggi, giuro, proprio oggi, mentre scrivevo, ha brandito una di quelle racchette ammazza zanzare e l’ha puntata contro il suo pupazzetto di peluche preferito urlando: «Ti ammazzo!», sancendo quindi un collegamento semantico incredibile tra un concetto generico di violenza e la sua diretta conseguenza, l’ammazzamento, quindi la morte).

La scoperta del passato

Stravede soprattutto per guardare foto di se stessa neonata. Perde la testa a riflettere, limitatamente alla sua capacità di astrazione, sul fatto di essere stata piccola e guarda a quel corpo minuscolo con una saccenza comica: prende in giro se stessa, sottolinea il fatto che non sapesse camminare, parlare, che non avesse denti, che dormisse quasi tutto il tempo, eccetera, secondo i racconti mutuati da noi, costruendo della sua versione 1.0 qualcosa che assomiglia molto a una parodia.

Le abbiamo detto come, “da piccola”, pronunciasse male certe parole (cioè sbagliandole): così lei imita anche il suo tono, oltre agli errori, canzonandosi, come se fosse trascorso un secolo da quel tempo e lei oggi fosse una ricercatrice spaziale insignita di premi internazionali e non una ridicola bambina che ancora confonde il giallo col rosso.

È struggente da vedere, ma è anche molto divertente e ringrazio mia figlia per questo. Lo so che lo fanno tutti, che succede in tutte le famiglie, ma questa è la mia storia, questa è la mia occasione per accorgermene.

Scorgo il suo sincero interesse verso qualcosa, il primo vero nei confronti di un argomento che non sia il puro intrattenimento fine a se stesso, fatto di colori o suoni o gelato: la sua evoluzione. A un livello che sfiora il subliminale ha compreso di essere una persona evolutivamente migliore rispetto a prima e, quindi, di avere ancora un potenziale inespresso. 

Tre Anni, se devo fissarli — e voglio farlo —, credo significhino soprattutto una bellissima e drammatica auto-percezione, che ha a che fare con quanto di importante, vero e disperante ha questa vita, la vita che anche lei, piccolissima, sta attraversando, con ogni sua forza e tutte le energie possibili.

Niente di nuovo, niente che non sia già successo e niente che non si ripeterà, ma è bello lo stesso: è un ritrovamento archeologico, che ha a che fare con un tempo remoto, e che appartiene a tutta la Terra, ma provate a spiegarglielo, a quell’archeologo.

Seguici anche su Google News!
Ti è stato utile?
Rating: 5.0/5. Su un totale di 2 voti.
Attendere prego...
  • Un papà in costruzione

Categorie

  • Bambino (1-6 anni)
  • Paternità