Baby cooling: curare l'asfissia neonatale col freddo - GravidanzaOnLine

Baby cooling: così il freddo aiuta a curare i neonati

La tecnica del baby cooling consente di intervenire sull'asfissia neonatale sfruttando le proprietà del freddo: ecco come funziona e quando si utilizza.

La tecnica del baby cooling, arrivata anche negli ospedali italiani, ci è giunta dagli Stati Uniti, dove è nata nel 2009. Oggi uno dei poli d’eccellenza dove è possibile sottoporre i neonati a questa particolare tecnica è l’Ospedale Bambin Gesù di Roma, dotato di un reparto di rianimazione neonatale innovativo e al passo coi tempi, oltre a essere un punto di riferimento a livello internazionale per la ricerca scientifica.

Uno dei casi a lieto fine più noti, per quanto riguarda l’asfissia neonatale risolta con il raffreddamento, è quello di Ella Anderson. La piccola è stata una delle prime a ricevere il trattamento, presso l’Ospedale di Addenbrooke, a Cambridge. Oggi ha 9 anni ed è una bambina sana. La crioterapia le ha salvato la vita e le ha permesso di non riportare danni al cervello.

Baby cooling: cos’è?

Chiamata anche terapia del freddo o crioterapia, la tecnica del baby cooling è la prima in grado di intervenire sull’asfissia neonatale e le sue conseguenze.

Uno studio pubblicato sul New England Journal of Medicine ha dimostrato che sui bambini asfittici alla nascita, la terapia ipotermica si è rivelata decisiva e con benefici a lungo termine, perché può ridurre la possibilità di gravi lesioni cerebrali anche del 25% ma soprattutto il rischio di morte.

Cause e conseguenze dell’asfissia neonatale

Secondo i dati, l’asfissia alla nascita interessa da 1 a 4 nati a termine ogni 1000, ed è una delle cause più diffuse di mortalità neonatale (tra il 10 e il 50%) e di sviluppo di handicap motori e intellettivi anche gravi (che interessano il 25% dei sopravvissuti).

Un trattamento immediato fa la differenza, non solo salvando la vita di questi neonati, ma anche migliorandone la qualità della vita a lungo termine.

La mancanza di ossigeno alla nascita è decisiva, perché causa la graduale morte delle cellule cerebrali con conseguenti danni al cervello, soprattutto paralisi cerebrale, deficit sensoriali, ritardo mentale.

Baby cooling: come e quando?

baby cooling

Il baby cooling consiste nel sottoporre i bimbi nati con problemi di ossigenazione dei tessuti a una particolare procedura. Innanzitutto si esegue un elettroencefalogramma ad ampiezza integrata. Poi si procede col baby cooling. Si tratta di un raffreddamento controllato del corpo, fino ad arrivare a una temperatura di appena 33,5 gradi.

A questa temperatura il cervello invia un basso numero di richieste metaboliche e l’organismo ha il tempo di riprendersi e rigenerarsi. Si tratta, insomma, di un risparmio energetico: le cellule consumano di meno e quindi diventano più resistenti, senza entrare in necrosi.

Purtroppo il trattamento ipotermico non è in grado di annullare del tutto il danno neurologico, quando è stato particolarmente grave. In questo caso estremo, gli esiti della mancanza di ossigeno si rivelano comunque importanti.

Fondamentale è la tempestività: il successo della tecnica dipende dalla velocità con cui si agisce. La prassi va attuata entro sei ore dalla nascita e ha una durata di 72 ore. In questo arco di tempo il neonato va tenuto costantemente sotto controllo e ne vengono monitorate le funzioni cerebrali e quelle vitali.

Il sistema di raffreddamento è costituito da un materassino ad acqua collegato a un apparecchio raffreddante. Trascorse le 72 ore si riporta la temperatura corporea in modo molto lento ma progressivo a valori normali, con incrementi di mezzo grado ogni ora. In questo modo si scongiura il rischio di crisi convulsive.

Per tenere sotto controllo il quadro clinico neurologico, il bambino continua a essere sottoposto a valutazioni fino ai 2 anni di vita, così da monitorare anche gli eventuali danni neurologici.

Il paziente deve rispondere a determinati requisiti affinché la tecnica possa rivelarsi risolutiva. Il trattamento, infatti, si applica solo su bambini nati a termine o vicino al termine (almeno 36 settimane o più) e con un peso corporeo pari o superiore a 1,8 Kg. Non possono essere sottoposti al trattamento i bambini con più di 6 ore di vita o che presentino anomalie congenite.

Ci sono conseguenze? No, il trattamento è sicuro, anche se non si possono del tutto escludere possibili effetti collaterali come la carenza di piastrine, la bradicardia e la discoagulopatia.

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