Dolci momenti: il piccolo direttore d’orchestra

Dolci momenti: il piccolo direttore d’orchestra

Anni fa, seguendo un corso di formazione per tutori prenatali, partecipai alla proiezione del celebre filmato di Leboyer “Per una nascita senza violenza”. L’avevo già visto molte altre volte ma, in quell’occasione, mi colpì un dettaglio al quale non avevo mai attribuito valenze particolari.

Il protagonista del filmato, un bambino appena nato, stava per essere adagiato nella vaschetta per il suo primo bagnetto. L’occhio attento della cinepresa ne coglieva i più eloquenti messaggi corporei con inquadrature che sapevano ascoltare il linguaggio della nascita e riproducevano la trasformazione delle emozioni evidenziandole nel corpicino, specialmente nei piedi e nelle mani. Quelle manine catturarono tutti i miei pensieri: nell’evidente disagio che per lunghi istanti espressero, mostravano un comportamento tipico dei bambini appena nati. Le tre dita centrali sembravano cercare una presa, mentre il mignolo si apriva all’esterno spasmodicamente come per cercare un contatto. Un contatto appena perso nel quale, evidentemente, avrebbe ritrovato una sicurezza: quella dell’utero contenitivo e caldo, morbido e vellutato e, nel punto ricoperto dalla placenta, pulsante e ritmico, ricco di feed back e di emozioni condivise.

In effetti, se immaginiamo di essere un feto in utero la parte delle nostre mani che più starebbe in contatto con le pareti dell’utero è proprio quella dei mignoli. Attraverso di essi accarezzeremmo con grande consapevolezza, intenzionalità, ed ascolto tutti i contorni dell’universo tattile che ci contiene. Le altre dita sono maggiormente indirizzate verso la bocca, verso buona parte del nostro corpo e sono anche impegnate a toccare il cordone ombelicale: tutto ciò è chiaramente visibile dalle immagini ecografiche. Il pollice, l’indice ed a scalare le altre dita, privilegiano il fare, il mignolo invece privilegia l’ascoltare. Il pollice e l’indice focalizzano l’attenzione mentre il mignolo espande la consapevolezza.

Osservando i ballerini di danza classica, possiamo notare dai movimenti delle loro mani, quanta grazia sanno esprimere con la consapevole gestualità dei mignoli che, mantenuti leggermente scostati dal resto della mano, stemperano l’espressione della forza orientandola in gesti maestosi e delicati. Chi guarda non se ne rende conto consapevolmente, perché si tratta di livelli di comunicazione non verbale, ma il nostro inconscio percepisce il linguaggio che i mignoli fanno risaltare risuonandolo nella mano e, da essa, nel corpo tutto intero. Noi stessi lo usavamo quando eravamo nell’utero materno: non ci servivamo di un linguaggio verbale, il nostro era un linguaggio fatto di emozioni e stati di coscienza che con modalità spiraleggianti si autoalimentavano.

Sono quei medesimi stati che riemergono nel danzatore e nello spettatore facilitando stati di ascolto incantato e di emozioni restituite. Forse è per questo che alcuni prestigiatori muovono di tanto in tanto le mani a ventaglio facendo partire il movimento dai mignoli. In questo modo sanno attirare l’attenzione ed indurre degli stati di coscienza negli spettatori, mentre loro stessi si stabilizzano in un tipo di concentrazione più appropriata.

Poco dopo la visione del filmato “Per una nascita senza violenza”, come in una sorta di risposta alle mie fantasticherie del momento, venne proiettato un secondo film di Leboyer: “Il sacro della nascita”. In esso la protagonista, una donna incinta che si prepara al parto con il canto karnatico, è seguita da una cantante e musicista indiana. In una delle scene, la cantante, per far capire l’intonazione esatta di un suono, leva una mano a mezz’aria tenendo l’indice, il medio e l’anulare delicatamente chiusi nel palmo, il pollice all’orizzontale ed il mignolo alla verticale: quel mignolo guida lateralmente il movimento della mano come fosse un’antenna ed un faro allo stesso tempo. La mano sembra veleggiare nel mare dei suoni con il mignolo a vela e timone dell’intonazione corretta e, al tempo stesso, faro per gli stati di coscienza della donna incinta.

Qualche giorno dopo, parlando con un’amica di queste osservazioni, lei mi confermò che, nel campo della lettura della mano, in quanto tradizione partorita dall’inconscio umano, il dito mignolo rappresenta l’intuizione. Nell’agopuntura è il dito dove giungono i meridiani del cuore e dell’intestino tenue. Nell’utero il mignolo è il dito che, per la posizione stessa delle mani, più di ogni altro è vicino alla placenta. Più di ogni altro, con tocchi delicati, l’accarezza ascoltandone le onde ritmiche di cuore pulsante. Data la sintonia che c’è tra le pulsazioni placentari, quelle del cuore del bambino e quelle del cuore della madre, i mignoli sono le dita che maggiormente portano alla “pelle” del bambino, quindi ad un vissuto “interno esterno”, il legame emozionale di cui il cuore si fa messaggero tra psiche e soma. E’ una vera e propria comunicazione che, via placenta e cordone ombelicale, predispone alla percezione di sentimenti condivisi. Coi mignoli orientati ad ascoltare prevalentemente la placenta e con le altre dita il cordone ombelicale. I mignoli privilegiano il tocco, le altre dita possono anche stringere il cordone ombelicale. I mignoli privilegiano l’essere e le altre dita il fare.

Così come i due emisferi cerebrali hanno delle funzioni in parte distinte e complementari, sembrerebbe che ciò si ripercuota anche nelle mani: non solo a livello di mano destra e sinistra, ma anche a livello di porzione della singola mano tra la zona dei pollici e quella dei mignoli.

Si può inoltre ipotizzare che l’attitudine del feto non sia passiva come quella di un mero ricettore, bensì concretamente interagente. Esistono immagini ecografiche che mostrano il bambino mentre tiene nella mano il cordone ombelicale: la straordinaria forza di cui sono dotate le sue manine alla nascita può fare lecitamente supporre che esse, a volte, si siano potute esercitare stringendo il cordone ombelicale. Questo potrebbe verificarsi, ad esempio, nel caso il sangue della madre sia intossicato da alcool o farmaci ed il bambino si adoperi per ridurne la quantità, che gli giunge via cordone ombelicale, stringendolo con forza. Oppure, le manine potrebbero interagire con la placenta a mo di carezze e massaggi per migliorare l’afflusso sanguigno. Un po’ come fanno i gatti che, durante l’allattamento, con le zampine anteriori massaggiano i lati del capezzolo della madre. Abitudine che alcuni poi mantengono anche da adulti quando, prima di coricarsi su una coperta particolarmente soffice, stanno decine di minuti ad impastarla con le zampe anteriori, sciogliendosi in infinite fusa di piacere. Mi sorge spontaneo supporre che questa loro abitudine non inizi nella fase dell’allattamento bensì molto prima, quando nell’utero di mamma gatta avevano la possibilità di palpeggiare la placenta che li nutriva e dava loro benessere.

Emerge allora in me un’immagine significativa: quella di un direttore d’orchestra. Di fronte a lui l’orchestra posizionata ad arco. In una mano la bacchetta. La musica suonata è quella raccolta dall’autore dello spartito, elaborata dalle proprie emozioni e condivisa con quelle degli orchestrali. Ci sono un’infinità di messaggi non verbali. Tutto è senza parole. Tuttavia infinitamente più eloquente e vibrante. Ogni componente rivive e fa rivivere qualcosa di molto profondo, che va oltre la musica. Vengono celebrati dei vissuti intrauterini. Il direttore d’orchestra feto con la sua bacchetta cordone ombelicale sulla quale sono focalizzati il pollice e l’indice. Le altre dita, guidate dai mignoli, mediano l’espansione nella musica. L’orchestra placenta, in un utero sonoro, risponde ad un linguaggio non verbale che riemerge come linfa vitale. L’ambiente si satura di suoni ed emozioni, come il liquido amniotico, come acqua nell’acqua…

Le mani del direttore si muovono con grazia sensibile ed espressiva accarezzando ritmicamente le varie sonorità della placenta orchestra. Tutto è condiviso nei cuori e tutto è coralità. Come un cuore pulsante in un utero che, saturo di emozioni, le trasmette anche ai cuori degli spettatori così come le gioie del bambino travalicano l’ambiente uterino e, sulla stessa onda, raggiungono il cuore della madre che, accogliente, le ricambia. Anche gli spettatori, inconsapevolmente, celebrano la presenza del cuore materno che, appena fuori, ma accanto all’utero, ne condivide il contenuto emotivo coltivandolo con amore. Quando poi lo spettacolo termina, chi vi ha partecipato intimamente sente: io c’ero con tutto il mio essere.

Queste esperienze, nel nostro mondo di adulti sono come degli amplificatori. I moderni telefoni cellulari non avrebbero da soli la potenza necessaria per inviare in modo nitido i loro messaggi a centinaia di chilometri di distanza. Per questo, lungo il percorso, sono state posizionate delle antenne che ne amplificano il segnale mantenendolo inalterato. Allo stesso modo noi esseri umani di tanto in tanto creiamo nella nostra vita quotidiana delle situazioni speciali, dei momenti privilegiati nei quali riproduciamo inconsciamente dei rituali, per mezzo dei quali ampliamo delle esperienze antiche per portarne in noi l’eco e risvegliare nelle nostre emozioni il loro messaggio limpido ed armonioso.

Edi Migliorini