Fecondazione eterologa: la testimonianza - GravidanzaOnLine

"Quando dirò ai miei figli che non sono il loro papà biologico"

La storia di Enrico e Verena, genitori di due bimbi avuti con la fecondazione eterologa: "Saremo sempre sinceri con loro. Bisogna abbattere il tabù dell'infertilità".

Quando inizi a cercare un figlio non ci pensi, che potresti avere dei problemi. Che potrebbe persino non arrivare: “Il diventare genitore di solito lo vivi come qualcosa da cui proteggerti, se non è quello vuoi in quel momento, perché sai che può succedere. Non ci pensi come a qualcosa che non può arrivare se invece lo vuoi“.

Lo scrivono Enrico e Verena, coppia ligure che ha due figli, di tre e un anno. Concepiti entrambi con fecondazione eterologa: hanno deciso di raccontare la loro storia in un blog, Diario di una vita sincerologa, e sulle loro pagine social, perché vivendola si sono accorti che le loro convinzioni, che sono le convinzioni di molti, erano errate. Enrico ci racconta:

Dopo un anno di ricerca di una gravidanza che non arrivava abbiamo deciso autonomamente di fare gli esami per l’infertilità maschile, nonostante per il nostro medico non fossero necessari. Il risultato ci ha spiazzati: azoospermia. Praticamente non ho spermatozoi, e questo significa che le probabilità di avere un figlio naturalmente erano pari quasi a zero. Non ci fidavamo di questo primo risultato, quindi ho fatto altri due spermiogrammi. Che hanno confermato la diagnosi iniziale.

Una diagnosi inaspettata

Le cause dell’azoospermia, continua Enrico, non sono note, ma per chi ne soffre si aprono necessariamente strade alternative rispetto all’avere un figlio per le vie “naturali”:

Dal momento in cui gli esami dicono che non hai spermatozoi puoi decidere di iniziare un percorso di procreazione medicalmente assistita con fecondazione eterologa. Non è una strada semplice, perché con la diagnosi arrivano, oltre alla consapevolezza di non poter avere figli “geneticamente” tuoi anche vergogna e senso di colpa, ti senti inadeguato perché qualcosa che dovrebbe essere del tutto naturale per te non lo è.

E soprattutto, a pesare c’è anche il fatto che di questa condizione non si parli quasi mai:

Ci siamo sentiti molto soli all’inizio del nostro percorso. Non ci aspettavamo minimamente che potesse succedere. Si parla poco dell’infertilità, ci si sente “sbagliati” e diversi da tutti gli altri, ma in realtà abbiamo scoperto che sono problemi molto più comuni di quanto si possa pensare. Prima di prendere una decisione abbiamo pensato alle varie possibilità come l’adozione, l’affido, la pma, anche il rimanere senza figli. Abbiamo riflettuto a lungo, poi abbiamo scelto la via dell’eterologa.

“Come abbiamo scelto l’eterologa”

Per Enrico e Verena la strada per diventare genitori li ha portati quindi prima in un centro milanese per tentare di “recuperare” alcuni spermatozoi, poi, dopo l’esito negativo dell’operazione, in una clinica svizzera per la fertilità, dove hanno iniziato il percorso di fecondazione assistita con nuovi esami e con la “scelta” del donatore, o meglio, come spiega Verena:

Non si sceglie il donatore, si possono dare solo indicazioni generiche come colore degli occhi e dei capelli, età e statura. È la clinica a scegliere poi il donatore che reputa più adatto.

Per la coppia, poi, il percorso è stato toccato da “una grande fortuna: sono rimasta incinta della nostra prima figlia al secondo tentativo. Il nostro secondo figlio, invece, è arrivato addirittura al primo tentativo: pensavamo ci sarebbe voluto molto più tempo”.

“Saremo sinceri con i nostri figli”

famiglia

Enrico e Verena hanno scelto di raccontarsi sul loro blog Diario di una vita sincerologa, una parola che unisce la parola “sincerità” a “eterologa”:

Volevamo essere aperti e onesti sul nostro percorso. Ci siamo detti da subito che se fossimo riusciti ad avere dei figli avremmo raccontato loro la verità sul concepimento, e così sarà. Adesso sono troppo piccoli per capire, ma quando arriverà il momento giusto diremo loro che io non sono il loro padre biologico.

Non solo: una volta maggiorenni i loro figli potranno decidere di conoscere l’identità del donatore.

Abbiamo scelto la Svizzera anche perché dava questa possibilità: per noi era un elemento molto importante. Abbiamo deciso da subito che saremmo stati sinceri con i nostri figli, che, quando saranno maggiorenni, potranno chiedere di sapere il nome e i dati del donatore. Non dovranno poi per forza scegliere di incontrarsi ma per loro potrà essere importante sapere da dove vengono.

“Sono il loro papà anche se non abbiamo lo stesso dna”

Sul rapporto con i figli e su cosa davvero significhi la parola “famiglia”, però, Enrico non ha dubbi:

Sono cresciuto senza un padre, perché non mi ha riconosciuto e ha lasciato mia madre. Per me questa è stata una grossa mancanza. I miei figli invece vivono con un papà che anche se non è “genetico”, si interessa al massimo per loro. Spero che non sarà mai un ostacolo il fatto di non avere lo stesso dna: mi sono sentito papà da subito, dalla prima ecografia. Quando nostra figlia è nata la felicità era resa ancora più forte dalle difficoltà che avevamo incontrato per arrivare fin lì.

Una strada che mette alla prova non solo se stessi ma anche la coppia: per affrontare il percorso, dice Enrico, “non dovrebbe esserci uno dei due che trascina l’altro altrimenti si prende una strada forzata. L’importante è andare entrambi nella stessa direzione”.

“Ci chiedevamo – spiega Verena – se lui sarebbe riuscito ad accettare un figlio non ‘suo’, se ci sarei riuscita io, ma anche come si sarebbe sentito poi quel figlio, una volta saputa la verità”. Sul blog Enrico scrive:

Non so se i miei figli in futuro mi diranno che non sono il loro vero padre. Adesso è presto per dirlo, ma sicuramente, come ci siamo impegnati per portarli nella nostra famiglia, cercheremo di far capire loro quanto fossero desiderati, spiegando anche le ragioni della nostra scelta.

Una scelta, spiegano, sostenuta anche dal fatto che, ci spiega Enrico, “oggi non è difficile fare un test del dna e scoprire che quelli che pensavi essere tuo padre o tua madre in realtà non lo sono, almeno non geneticamente. È un passaggio che può portare anche a conseguenze pesanti. È una scelta fatta per ‘proteggere’ i propri figli, ma che porta a conseguenze psicologiche da non sottovalutare e li espone a rischi anche maggiori.

Parlarne aiuta ad abbattere il tabù

Affrontare l’argomento “figli” con le persone vicine, racconta Enrico, non è stato semplice:

Stavamo insieme da tempo, eravamo sposati, per molti era naturale chiederci ‘quando fate un figlio?’ Non immaginavano la sofferenza che provavamo in quel momento per il fatto di non riuscirci. Poi ci siamo aperti, abbiamo parlato di quello che stavamo vivendo ed è stato liberatorio. Non dovevamo più nasconderci, fingere o sorridere. Potevamo essere com’eravamo senza dovere inventare scuse sul perché non avessimo figli.

Le cose sono cambiate, poi, quando hanno deciso di raccontare il loro percorso:

Ci siamo accorti che tanti temono il giudizio degli altri e per questo non parlano apertamente di quello che stanno affrontando. Quando l’abbiamo fatto noi abbiamo trovato molta comprensione e conforto, nessun giudizio. Tante persone oggi ci scrivono in anonimato: l’infertilità è ancora un grande tabù. Non ci si rende conto che è davvero molto più frequente di quanto immaginiamo. Non dovremmo provare vergogna per questo.

Articolo originale pubblicato il 28 gennaio 2020

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