'La nostra vita stravolta dal coronavirus': il racconto dalla zona rossa - GravidanzaOnLine

"La nostra vita stravolta dal coronavirus": il racconto dalla zona rossa

A casa di Leyla, come in quelle di chi, come lei, abita nella “zona rossa”, identificata come uno dei “focolai” del coronavirus, da una settimana il mondo si è fermato. La quotidianità si compone di nuove abitudini: la scuola chiusa, i servizi ridotti al minimo, le attività sospese, il tempo che gira più lento.

Leyla non si ferma: mamma di due gemelle, Caterina e Vittoria, di due anni e mezzo, di professione farmacista, sulla sua pagina Instagram sta raccontando la nuova (provvisoria) vita di chi da giorni vive in quarantena.

Leyla Bicer è di Casalpusterlengo, uno degli 11 comuni da cui, causa coronavirus, non si entra e non si esce, da più di una settimana. Leyla è una delle poche che non si è fermata e ha potuto continuare il suo lavoro di sempre, anche se in un assetto completamente nuovo:

Da professionista – ci spiega al telefono – non mi sono mai fermata, da mamma, invece, si è stravolto tutto. Le modalità di lavoro sono cambiate, si lavora a battenti quasi chiusi, con guanti e mascherine. Facciamo molti km al giorno dal banco alla porta per portare le medicine ai clienti che non possono entrare in farmacia, indossare la mascherina per molte ore è pesante, a metà mattina sei già senza fiato. Il telefono, soprattutto i primi giorni, non smetteva mai di suonare, tutti cercavano le mascherine e gli igienizzanti per le mani. Adesso è tutto molto più tranquillo, non siamo più sommersi di richieste.

La quarantena e la voglia di ripartire

La quarantena, spiega Leyla, durerà 15 giorni, e la speranza è di poter ripartire il 9 marzo. E con le scuole chiuse, spiega Leyla, anche la gestione dei figli è cambiata radicalmente:

Le bambine sono a casa, quindi richiedono un impegno totale. Bisogna aguzzare l’ingegno per trovare cose nuove da fare: santo Instagram e sante le mamme che condividono le attività da fare con i bambini! A un certo punto non sapevo più cosa inventarmi: ho messo mano alle scorte di giochi che avevo messo da parte, facevamo una full immersion dalla mattina alla sera. Mio marito per fortuna sta a casa, ma non è una situazione normale, per cui vai in giro o al parco a giocare con gli altri bambini. Noi usciamo comunque almeno per una passeggiata e per guardare fuori, ma anche a loro manca l’interazione, sono abituate a stare al nido. Sono molto cariche e curiose, se mi applico riesco ancora a occuparle con attività nuove, ma iniziano a stufarsi.

Oltre all’insofferenza per una vita molto più “ristretta” rispetto a qualche giorno fa, spiega Leyla, le bimbe soffrono anche la lontananza dai nonni, che non possono vedere:

Non possiamo raggiungerli perché sono a Crema, ma noi non possiamo uscire da Casalpusterlengo e loro non possono entrare: le bambine iniziano a chiedersi perché non si può andare da nessuna parte, sentono la mancanza dei nonni, a cui sono molto legate.

“Così ho spiegato il coronavirus alle mie figlie”

Ogni genitore si è poi trovato a dover spiegare il coronavirus e i suoi effetti sulla vita di tutti i giorni anche ai bambini, che, per quanto piccoli, notano i cambiamenti e soprattutto le restrizioni:

Alle bimbe ho detto che in giro c’è un pesciolino cattivo che ha chiuso le strade ed è per questo che non possiamo andare dai nonni.

Pur con tutte le difficoltà e le restrizioni di un momento complicato per la zona rossa e per l’Italia, Leyla guarda avanti; per tutti la speranza è di un ritorno alla normalità:

Adesso siamo preoccupati soprattutto per l’economia del Paese, che subirà un duro colpo. L’umore qui in zona rossa non è mai precipitato: dopo lo shock iniziale e la paralisi del primo weekend in cui ci siamo fermati tutti ho visto molte persone con la voglia di uscire e tornare alla normalità.

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