Tornare alla vita di un tempo. Recuperare l’agognata normalità, ripristinare quelli che erano i ritmi e gli schemi che regolavano le nostre esistenze prima che la scure del nuovo coronavirus si abbattesse sul mondo.

Sono quasi due mesi, da quando il contagio ha cominciato a diffondersi e sono state di conseguenza varate le prime misure di restrizione, che sento parlare della voglia diffusa che “tutto torni come prima” e dell’urgenza di farlo il prima possibile.

È comprensibile, ci mancherebbe. Al di là della disperazione per i lutti innumerevoli, stiamo vivendo – anche chi ha la fortuna di trovarsi al sicuro – una condizione senza precedenti, che rischia di avere conseguenze indicibili in termini di salute mentale, di occupazione, di recessione economica.

Non tutto come prima

L’isolamento sociale, la reclusione prolungata e, per tanti, l’inattività forzata, sono situazioni malsane, che nessuno si augura durino a lungo. Eppure, in tutta onestà, io non ho alcuna voglia che “tutto torni esattamente come prima”. E spero, anzi, che questa tragedia mondiale si riveli almeno l’occasione per cambiare, o per certi versi rivoluzionare, il nostro consueto modo di vivere.

Prima di tutto non voglio che, riprese le attività produttive e gli spostamenti quotidiani dei pendolari, riaperte le aziende e rimessi in moto automobili, aerei e navi cargo, la natura torni a patire come prima. Che il mare ritorni torbido e inquinato, che l’aria torni irrespirabile per lo smog, che il traffico torni a soffocare le nostre meravigliose città.

E non lo voglio solo per la natura e per questo bellissimo pianeta che è la Terra, che ci ospita. No, lo voglio anche per me, per i miei figli, per le persone che amo e per quelle che ci saranno. Perché quello che so è che, se tutto tornerà come prima, arriverà un momento per tutti noi ancora più inesorabile di questo, contro cui non potremo fare nulla.

Un lavoro più smart

Non voglio, per esempio, che il lavoro torni a essere il fine ultimo delle nostre esistenze. Che si torni a dare per scontato che sia normale lavorare senza orari, fino a tarda sera, con ritmi insostenibili e che non lasciano spazio per la vita personale, per la famiglia, per l’ascolto dei propri bisogni e il perseguimento della felicità. Non voglio, insomma, che tutti noi torniamo a essere il lavoro che facciamo.

Non voglio che si perdano le esperienze e le competenze acquisite forzatamente durante il lockdown. Che le aziende tornano a negare lo smart working, o a concederlo con reticenza. Che un genitore che lavora da casa perché suo figlio è malato venga considerato un lavativo o un profittatore. Che la pubblica amministrazione torni un pachiderma rallentato dalla burocrazia ipertrofica e dalle carte. Non voglio che vadano persi i progressi in termini di flessibilità e informatizzazione che siamo stati costretti a fare a causa della pandemia.

Una scuola migliore

Non voglio che la scuola perda l’occasione di modernizzarsi, di rivoluzionarsi, di provare finalmente a risolvere problemi decennali che ne compromettono la funzione e il preziosissimo ruolo sociale: l’affollamento delle classi, la carenza di docenti, l’inadeguatezza delle strutture, l’insostenibilità degli orari e dei calendari per i genitori che lavorano.

E la scarsità cronica di fondi, che si abbatte come un tornado su questioni basilari come la pulizia, la sorveglianza, la disponibilità di materiali di base (carta igienica, sapone, attrezzature per la didattica).

Una vita più sostenibile

Non voglio – e lo dico da viaggiatrice incallita, non senza un senso di perdita e di smarrimento – che il turismo torni a essere l’esperienza insostenibile che era diventata. Che i flussi turistici tornino a essere gestiti senza alcun riguardo per i territori, per l’ambiente naturale e per le popolazioni locali, come un’industria qualsiasi che punta solo al fatturato e alla costruzione di esperienze seriali e sintetiche.

Non voglio, soprattutto, che si perda l’opportunità di tornare a occuparci di chi “è rimasto indietro”. Dei marginali, dei deboli, di quelli che una volta, con un termine della mia infanzia che è ormai diventato desueto, si chiamavano “poveri”. Vorrei che questa drammatica crisi che si è abbattuta su di noi ci aiutasse a costruire finalmente una società più equa, più sostenibile e più libera. Non sono troppo ottimista, ma la speranza, come si dice, è l’ultima a morire.

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