Tra paure, distanze e speranze: le storie di chi partorito durante il lockdown

Abbiamo chiesto alla nostra community di ripercorrere il loro parto, avvenuto tra il primo lockdown duro della primavera 2020 e quello più soft ma in ogni caso doloroso della seconda ondata. Tra paure, emozioni e solitudine, ecco cosa ci avete raccontato.

Il lockdown della primavera 2020, quello che ha chiuso le città, ci ha tenuti in casa per quasi due mesi e ha trasformato la nostra percezione del qui e ora immerso in una pandemia mondiale, ha lasciato segni indelebili su tutti. Non si può fare una gerarchia di chi ha perso di più, sofferto di più, sacrificato o imparato di più: chiunque, di quelle esperienze che oggi sembrano purtroppo ancora troppo attuali, può raccontare una storia personale di crescita o perdita, sofferenza o malessere. Chi ha vissuto il momento del proprio parto in lockdown, ad esempio, può raccontare la storia di una vita che si fa spazio per la prima volta in un mondo che sembra capovolto.

La nostra inchiesta su come nascono i bambini al tempo del Covid aveva già svelato i retroscena celati dietro le visite di controllo in solitaria, le sale parto vuote, i percorsi differenziati per mamme positive, la solitudine dell’immediato post-parto in corsia. E a giugno 2020, in occasione della Giornata Mondiale del Parto in Casa, la Federazione nazionale degli Ordini della professione ostetrica aveva annunciato che una lieve incidenza di parti tra le mura domestiche c’era stata, durante il primo lockdown, tra le donne che avevano scelto di non partorire in ospedale. Ma non è una scelta così ovvia, né consigliata in caso di gravidanza non fisiologica. E partorire in ospedale è rimasta l’unica soluzione possibile, nonostante i limiti imposti dalle restrizioni.

Abbiamo raccolto le storie di chi quell’esperienza l’ha vissuta davvero, tra marzo e dicembre 2020, nei due periodi più “rossi” per la penisola. Sono testimonianze intense, spesso dure e difficili da leggere come quella della nostra lettrice che ha subito un lutto perinatale doloroso e inspiegabile nel 2020. Altre, invece, sono a lieto fine, pur con un inizio in salita.

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Sospesi tra la paura del Covid e quella per il parto. Così ci avete raccontato il parto in lockdown

Tra le tante storie che abbiamo raccolto sul nostro profilo Instagram, c’è un filo comune: quello della solitudine. Non è retorica, la stessa che abbiamo letto sui giornali o sul web in merito alla trasformazione delle città e all’evoluzione delle relazioni sociali in pandemia. Ma è una verità incontrovertibile: un’esperienza che chiunque ha il diritto di vivere almeno con il partner, è stata snaturata nel suo senso più comunitario.

Ho partorito il 19 aprile 2020 in pieno lockdown al pronto soccorso della Vanvitelli, a Napoli. Primo figlio, travaglio a casa perché mi spaventava più il Covid del parto. Sono stata in vasca due ore senza capire che stava arrivando il momento: era sabato, si era fatta l’una di notte. Non avevo rotto le acque ma le contrazioni erano forti. Mio marito nel frattempo impastava, secondo la tradizione dei sabato in quarantena. Siamo andati in ospedale, la strada era vuota, pioveva. Screening del Covid con test rapido e temperatura misurata con termometro manuale.  Sono stati 10 minuti infiniti e intanto, mio marito fuori, che non sapeva nulla. Ero dilatata di 8 cm e sono andata direttamente in sala parto. Ale è nato in meno di un’ora alle 3:36: siamo stati soli in quel momento, soli dopo, soli per 4 giorni. Il papà lo ha conosciuto a 4 giorni di vita. Nonostante tutto però ho avuto un parto meraviglioso: senza sofferenza, pieno di gioia.

La difficoltà del tenere la mascherina, non come restrizione in sé ma come “complicanza” in un contesto frenetico e al contempo doloroso come quello del parto, è l’altro aspetto segnalato in alcune storie raccolte in questo quadro che ci è utile per raccontare il parto in lockdown.

Ho partorito ad inizio novembre durante la seconda ondata di Covid. Ero a 36 settimane perciò quando ho iniziato ad avere le contrazioni non riuscivo a credere di essere in travaglio. Sono riuscita a restare a casa il più possibile, ma nonostante la doccia il dolore non andava via. Mi sono quindi recata in ospedale accompagnata da mio marito, il quale purtroppo è dovuto restare fuori per ore, fino all’avvio del travaglio attivo. Sono state ore dure e difficili, soffrivo ed ero sola quindi ho avuto una crisi di pianto. Dai 3 cm di dilatazione lo hanno finalmente fatto entrare e da lì tutto è progredito velocemente, in 2 ore ero completamente dilatata e ho partorito in fretta. Purtroppo ho dovuto tenere sempre la mascherina in presenza delle ostetriche e questo non mi aiutava a respirare. Mio marito è stato con me fino al ritorno in camera. Poi è potuto entrare a trovarmi spesso, ma non restare sempre. Anche in camera o io e le mie compagne di stanza dovevamo tenere la mascherina.

La mascherina è stata spesso percepita come un ostacolo, indispensabile e necessario, ma pur sempre difficile da gestire in quei momenti. In ogni caso, indossare la mascherina è un modo non solo per proteggere gli altri ma anche per proteggersi, quindi è fondamentale che sia entrata nelle procedure ostetriche dallo scoppio della pandemia nel 2020.

Ho partorito a novembre 2020 eseguendo i tamponi di prassi. Sebbene fossi risultata negativa in sala parto sono stata costretta e richiamata più volte a indossare la mascherina ffp2 mentre spingevo per far uscire mio figlio (a tutela mia ovviamente).  Per me la parte difficile del partorire e stato doverlo fare con la mascherina, senza poter gestire la respirazione, mi sentivo soffocare. Grazie al cielo e andato tutto bene.

Purtroppo, anche in un periodo concitato come quello del lockdown che ha complicato non poco l’accoglienza e la permanenza delle donne in attesa di partorire nei presidi ospedalieri, alcune ci hanno raccontato casi di violenza ostetrica, anche solo verbale. Situazioni come quella raccontata da una nostra lettrice non sono normali in nessun caso, figuriamoci in un momento storico così duro.

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Ho partorito a luglio 2020 e durante il parto ho avuto una complicazione, che ha causato a mio figlio un distress respiratorio e tanti altri problemi. Mentre cercavano di tirarlo fuori dalla mia vagina in 15 ed io mezza morta in lacrime, è entrata un ostetrica a caso e vedendo tutta la situazione grave, l’unica cosa che le è venuta da dire è stata “Perché la paziente non indossa la mascherina?”! Per fortuna adesso sono passati 7 mesi ed è andato tutto bene alla fine.

C’è anche chi ha vissuto entrambi i lockdown, prima con la scoperta della gravidanza e poi con il parto. Con strascichi di quell’esperienza che si ripercuotono ancora oggi sulla vita quotidiana.

Sono rimasta incinta a marzo 2020 ad inizio lockdown, sono andata in maternità a novembre con un altro lockdown, ho partorito a dicembre. Il mio compagno non ha potuto partecipare a niente, neanche una visita o un’ecografia. Anche al parto il referto del tampone non è arrivato in tempo. Il mio bimbo poi è stato portato in neonatologia perché aveva l’ipoglicemia neonatale, quindi poi anche in camera ero da sola, senza il mio bimbo e senza poter aver nessuno presente di familiare con cui parlare. Adesso stiamo tutti bene a casa ma ho ancora l’ansia di quei momenti se ci ripenso.

La paura per il Covid insieme a quelle normali legate parto, hanno formato un mix spesso inscalfibile per chi ha vissuto l’esperienza del parto in questo periodo. Una di loro racconta:

È stato bruttissimo, pieno di incertezze e sempre da sola. Le visite i controlli e poi in ospedale ho dovuto prendere la clinica privata per poter avere il mio compagno accanto più di 1 ora al giorno, altrimenti avrei dovuto fare tutto da sola dopo un cesareo. È indescrivibile non vedere i genitori dopo il parto. Chi non l’ha vissuto non potrà mai capire. 

Il fatto che sia diventata questa la normalità, fa paura. Come ci ha detto una lettrice, però, “Non è bello che tutto ciò sia diventato normale, ma pensarla così mi ha aiutata a creare un bellissimo ricordo del nostro percorso“.

La cosa brutta è stata il fatto che sia diventata la normalità. È stato normale andare dalla propria ostetrica e parlare dei propri dubbi e quelli del proprio compagno. Normale era affrontare le brutte notizie che venivano date in visita piangendo in macchina da sola, prima di ripartire verso casa.  Normale è stato stare tre giorni in ospedale da sola con mio figlio in braccio di notte a piangere con lui perché non potevo allattarlo e le luci della nostra città ci tenevano compagnia. Normale è stato avere il proprio compagno vicino a me e nostro figlio nelle sole 3 ore successive al parto. Belle, ma non si faceva altro che pensare al tempo che scorreva. In tutto ciò ricordo che il mio compagno è entrato per tagliare il cordone, per prendere in braccio nostro figlio, per salutarmi e ripetermi che sarebbe andato tutto bene. E così è stato. 

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Eppure, nella coltre di paure normali e ansie legate al parto e alla situazione contingente, ci sono storie con un lieto fine che va oltre l’arrivo, in questo mondo, di un nuovo bambino che già di per sé è totalizzante. Lo spiegano bene le due lettrici che ci hanno scritto raccontandoci la loro esperienza.

Ho partorito il mio primo figlio il 22 marzo 2020 in un ospedale di Brescia in prima linea per il Covid (maternità a parte). È per me un ricordo meraviglioso (mascherina ffp2 a parte) ma la fretta di Sebastiano di venire al mondo ha impedito al papà (che era stato spedito a casa per ovvi motivi di sicurezza) di assistere al parto. È stata difficile la degenza senza poter vedere nessuno perché avevo una voglia assurda di condividere la notizia con tutti e soprattutto far conoscere il piccolo a tutti ma la tecnologia ci è venuta in soccorso per fortuna. Ringrazio Dio che è andato tutto nel migliore dei modi e siamo tornati presto a casa per iniziare la nostra nuova vita a 3

Ma non solo. Per alcune partorire in lockdown è stato un modo per capire che “Questa pandemia ci sta aiutando a essere tutti più vicini anche se distanziati“. Un punto di vista è fondamentale mettere al centro di questo racconto, di questo puzzle che svela cosa vuol dire vivere un’esperienza totalizzante, spiazzante, straniante come il parto immersi nell’epoca Covid.

Ho partorito da circa 10 giorni. Ero spaventata di non avere nessuno vicino, di fare il tampone e di essere positiva,  di non avere intorno a me le persone che mi amano. Invece tutto il personale di reparto è stato magnifico, vicini alla partorienti, mio marito avrebbe potuto assistere solo alla fase espulsiva ma ho fatto così in fretta che non è arrivato in tempo a veder nascere il bambino. Le ostetriche in sala parto mi hanno spronato e fatto il tifo per me: ho scoperto una umanità e vicinanza che per il primo figlio non ho provato. 

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