Affrontare un lutto perinatale, quando un momento di gioia si trasforma in dolore

La testimonianza di una nostra lettrice su Instagram, che ci ha raccontato la perdita della sua bambina alla nascita, ci ha spinti a chiederci come si supera un lutto perinatale. E quali sono i meccanismi psicologici che scattano davanti a un dolore simile. Ne abbiamo parlato con una psicologa.

Le storie che arrivano sul nostro canale Instagram legate al concepimento, alla gravidanza e infine al parto (e post parto) sono una fonte inesauribile di scoperta. Sono piccoli frammenti di vita che decidete di raccontarci con la massima fiducia e che spesso raccogliamo e raccontiamo per dargli il giusto valore. La storia al centro di questo articolo parla del lutto perinatale: una perdita difficile da concepire, che arriva in un momento che dovrebbe essere di gioia, quando tutte le difese sono abbassate e si pensa ad accogliere una nuova vita, non a lasciarla andare via.

Così come accade per la morte in culla (SIDS), spiegare a se stessi o magari a eventuali fratellini che a casa non arriverà un neonato, che una nuova vita è volata via, sembra quasi impossibile. La storia di una nostra lettrice, che ha partorito ad agosto 2020 dopo il periodo terribile del primo lockdown e ha dovuto salutare la sua bambina a causa di un nodo vero al cordone ombelicale, mette al centro i sentimenti che si scatenano in chi perde un bambino in prossimità o subito dopo il parto. Ecco il suo racconto:

Io ho partorito ad agosto la mia bimba volata a 39 settimane e 3 giorni. Il dolore, la solitudine, la paura. Un momento terribile e oggi dopo sei mesi ancora non va meglio. Emilia è morta per un nodo al cordone. Doveva essere l’anno più bello della nostra vita e invece è stato il più terribile. Non conoscevo nemmeno la possibilità che potesse succedere. Non pensavo potessi perdere mia figlia a pochi giorni dal vederla. Due giorni prima alla visita mi era stato detto che stava benissimo, pesava 3 kg e 400 e l’unica cosa che facevo era aspettarla con amore e un pizzico di impazienza. Desideravo averla con me da anni. E invece due notti dopo la corsa in ospedale, dove causa Covid nessuno ha potuto accompagnarmi, e le parole :”Non c’è battito!”. Che momento terribile. Nel silenzio del reparto solo il mio straziante urlo. Bisogna parlarne. Non per spaventare perché è qualcosa di raro, ma per informare. Perché io dopo il primo aborto a 7 settimane ho pensato che superato il primo trimestre niente poteva portamela mia. Da ignorante ho pensato questo.

Come riporta la ricercaTrue Umbilical Cord Knot Leading to Fetal Demise” riportata dall’Annals of Medical and Health Science Research, l’incidenza del nodo vero al cordone ombelicale è sì molto bassa, ma allo stesso tempo è difficilmente diagnosticabile con le ecografie anche di ultima generazione. Ed è per questo che la donna che ci ha scritto ha raccontato di essere arrivata al parto tutto sommato tranquilla, sollevata di aver superato i momenti critici del primo trimestre al quale sono associati i rischi maggiori di aborto spontaneo e altre complicazioni. Come riporta la ricerca del 2017 “True knot of the umbilical cord in advanced weeks of pregnancy: a case report” pubblicata sul Proceedings in Obstetrics and Gynecology, l’incidenza è bassissima: in media uno 0.32% sulla totalità delle nascite.

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Non è questione di “ignoranza”, come spiega la nostra lettrice alla fine del suo messaggio, dandosi una colpa che assolutamente non ha: è autoconservazione, è bisogno di credere che andrà tutto bene com’è giusto che sia durante una gravidanza. In più, un nodo al cordone difficilmente si vede con la diagnostica in uso. Non è possibile prevederlo, né prepararsi, forse, alla perdita dolorosa di un bambino che si è portato in grembo per 9 mesi con cura e dedizione.

Per capire come affrontare un lutto del genere abbiamo chiesto alla psicologa perinatale Sara Baggetta di rispondere ad alcune domande in merito all’argomento aperto grazie alla testimonianza della nostra lettrice. E per parlarne, perché c’è ancora troppo dolore e troppo silenzio intorno al lutto perinatale ma a quello prenatale e all’aborto spontaneo. Non esiste una gerarchia della sofferenza: tutte meritano di essere messe sul piatto, affrontate nel migliore dei modi, in coppia o da soli, per provare, almeno, ad accettare quanto accaduto. E non darsi colpe.

Affrontare un lutto perinatale: i consigli della psicologa

Sesso si pensa che le difficoltà legate al successo di una gravidanza e alla “missione” di portarla a termine siano tutte legate alle prime 12 settimane. Ai cambiamenti e alle difficoltà di quei primi, delicatissimi mesi. Ma come la testimonianza della nostra lettrice riporta, non è sempre così. Allo stesso tempo tenere i sensi all’erta preparandosi al peggio per tutta la durata della gravidanza non aiuta certo a mantenere calma e serenità in chi aspetta. Come conciliare queste due sfere, come tenerle in equilibrio? La psicologa perinatale Sara Baggetta ci ha detto che provare ansia e paura quando si scopre di essere incinte è più che normale. E che queste paure sono stratificate, non sempre razionali e perfettamente gestibili con un po’ di “esercizio”. 

La paura di perdere il proprio bambino, la paura delle malattie, quella delle malformazioni o la paura di morire durante il parto, sono comuni a tutte le donne in attesa. Durante la gravidanza ci si può ritrovare a vivere diverse tipologie di ansie: alcune sono legate benessere del bambino, altre alla propria salute, altre ancora al parto e alla gestione del dolore. Per vivere serenamente l’attesa è importante stare nel presente: nel “qui ed ora”. Ogni storia è a sé, ogni gravidanza è diversa così come ogni parto. È importante mettersi in ascolto del proprio corpo prestando attenzione ai segnali che ci manda, così da vivere la gravidanza con maggiore consapevolezza e abbassare i livelli di ansia e stress, tenendoli in equilibrio.

Affrontare un lutto prenatale e perinatale non è solo una “roba da mamme”, anche se spesso ci si sbilancia molto sulla figura materna come unica portatrice del peso di questa enorme perdita. In quale modo la coppia può rimettere insieme i pezzi, insieme? La psicologa ci ha detto che “La comunicazione nella coppia è fondamentale in un momento così delicato. È importante non chiudersi a riccio nel proprio dolore ma condividerlo con il partner perché solo tenendosi per mano, affrontando il dolore insieme, è possibile elaborare questo lutto“.

Proprio il partner, spesso escluso dalla narrazione della sopravvivenza al lutto, ha in realtà un ruolo davvero fondamentale. Così come il parlarne ad alta voce, per cercare il confronto e il conforto di chi ha vissuto un’esperienza simile.

Importante è prendersi del tempo per vivere e affrontare il dolore che si prova dopo un lutto come questo. Parlarne con il partner senza giudicare le proprie emozioni o chiedere l’aiuto anche di persone care, così come confrontarsi con chi ha già vissuto questa esperienza sono passaggi che aiutano a cambiare prospettiva. Non ultimo, rivolgersi a professionisti per cercare supporto in un momento di dolore può essere decisivo.

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Meglio non precludersi nulla, non annullare il dolore o minimizzarlo, né il proprio, né quello del partner. Secondo la psicologa “ognuno ha il proprio modo di reagire alla perdita: alcuni si sentono paralizzati, anestetizzati, distanti, vivono in un mondo parallelo“. Modi e i tempi di elaborazione sono personali: “ma è importante non rinchiudersi nel dolore cercando di sotterrarlo per evitarlo, perché se non viene affrontato, questo può riemergere restando silente nel cuore“. E quindi è importante focalizzarsi su un pensiero:

Riconoscere che questo bambino è esistito, sia nella mente che nel corpo, permetterà di dare spazio alla ricordo di ciò che è stato.

La nostra lettrice ha espresso il desiderio di parlarne, “non per spaventare perché è qualcosa di raro, ma per informare”. E il supporto ai futuri genitori, in questo senso, diventa fondamentale: non per prepararsi, ma per poter essere pronti ad affrontare ogni possibile eventualità. Secondo la psicologa Sara Baggetta:

È importante fornire un’adeguata assistenza ai genitori fin da subito. Ad oggi molti operatori si trovano impreparati su questo tema, pur dovendo far fronte periodicamente alla morte. Il professionista sanitario dovrebbe adottare una buona pratica non solo teorica e tecnica ma soprattutto emotiva ed empatica, ascoltando i bisogni di quella determinata coppia genitoriale. Bisogna riconoscere quel bambino come essere umano e in quanto tale è degno di rispetto e cura: l’operatore che presterà attenzione a quel corpo creerà le condizioni ottimali per aiutare i genitori a poter lasciar andare il proprio bambino, intraprendendo così un buon percorso di elaborazione del lutto.

Secondo l’esperta: “Tuttavia sono molti i genitori che ancora oggi, a distanza di anni, riportano ricordi legati ad una cattiva assistenza ospedaliera, affermando di essersi sentiti abbandonati, trascurati e lasciati soli (specialmente in caso di diagnosi di morte intrauterina o durante il parto) a elaborare un dolore troppo forte. Pertanto credo che sia importante che tutti i professionisti sanitari che ruotano attorno alla nascita, siano formati sul tema e che sappiano fornire un’assistenza adeguata ai genitori che vivono questa esperienza dolorosa“.

E come affrontare l’argomento con i fratellini che aspettano fiduciosi e impazienti l’arrivo di un neonato a casa?

Non nascondendo ciò che è accaduto. Spesso si ha difficoltà a parlare di morte con un bambino, in questo caso forse ancor di più, ma nascondere la realtà non aiuterà l’intera famiglia a elaborare la perdita. In base all’età è possibile spiegare l’accaduto, si può scegliere di veicolare il messaggio anche attraverso la lettura di un libro oppure attraverso un rituale simbolico.

Infine, la parte più difficile: ricominciare. A sperare, a provare ad avere un altro bambino dopo un lutto simile. Secondo la psicologa Sara Baggetta il primo step è darsi tempo. Affrontare il lutto è la priorità individuale, di coppia e familiare, ma prima bisogna dare spazio all’evento doloroso.

Bisogna riconoscere l’esistenza di questo figlio, dargli un’identità. Infine, lasciarlo andare.
Solo quando la coppia avrà affrontato questo lutto, potrà davvero essere pronta ad accogliere una nuova vita.

Come spiegare la morte ai bambini? Chiediamolo alla psicologa
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