La morte in culla (Sids) raccontata da una mamma - GravidanzaOnLine

È come se mio figlio si fosse spento: la morte in culla raccontata da una mamma

“Mi sento ancora una mamma”. È la cosa più naturale del mondo, ti viene da pensare. Non si smette mai di essere genitori, ha ragione chi lo dice. Non importa da quanto tempo tuo figlio non c’è più, o quanto poco sei potuta stare con lui.

Con Francesca D’Avino, una mamma di Salsomaggiore, affrontiamo un tema difficile, la morte in culla. Suo figlio Carlo è morto per Sids (la sindrome della morte improvvisa del neonato) pochi mesi fa. La Sids, ad oggi, non ha una spiegazione certa: le ipotesi sono molte, ma nessuno dei molti studi sull’argomento ha saputo dare risposte univoche.

Nel frattempo, ogni genitore è consapevole delle misure da attuare per prevenire il più possibile il rischio, sebbene, nonostante gli sforzi, le tragedie inspiegabili accadono.

E ogni cosa è retorica di fronte al lutto e al dolore di una donna che al telefono, un lunedì qualsiasi, decide di affidare a un orecchio estraneo la tragedia della sua vita. E con una forza e una generosità tanto rare quanto preziose.

E allora l’unica cosa da fare è lasciare che sia lei a parlare, perché, come Francesca ripete più volte, “la mia storia possa essere d’aiuto per altri genitori che hanno vissuto questa stessa esperienza devastante, perché se ne parla poco e per fortuna è rara, ma la Sids esiste.

Ecco il suo racconto.

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Carlo è nato il 24 aprile, a 42 settimane di gravidanza. Mi hanno indotto il parto, ma senza cesareo. Ho avuto delle ostetriche e ginecologhe fantastiche. Quando è nato pesava 4 kg, un bel bambino. Cresceva bene, un bimbo bello e robusto. Sembrava la salute e la felicità in persona. Mai una notte insonne. Facevo l’allattamento a richiesta anche se ormai conoscevo i suoi orari.

Carlo è morto il 2 settembre, nel sonno. Ho seguito tutte le linee guida sulla Sids. Era tutto come al solito, mi sembrava solo un po’ più stanco del normale.

Una notte come le altre

Dopo averlo allattato l’ho messo a dormire. Alle 2,30 l’ho svegliato ma ho visto che aveva ancora sonno, così ho aspettato per la poppata notturna. Mi sono detta: “lo lascio dormire ancora un’oretta o una mezzoretta poi lo sveglio”.

Quando mi sono svegliata ho visto che si era girato su un fianco, l’ho rimesso sulla schiena. Avevo preso tutte le precauzioni: il materasso anti soffoco, il cuscino giusto. Mi sono riaddormentata, dopo un’altra mezzora mi sono svegliata e ho visto che si era rigirato sul fianco. L’ho rimesso dritto e sono tornata a dormire ancora.

Mi sono svegliata di nuovo, alle 4,15. Ho acceso la lampada, e quando l’ho toccato ho visto che aveva le manine fredde, era cianotico. Ho chiamato subito i soccorsi. Al telefono mi hanno detto come rianimarlo, cosa fare, passo per passo.

Nel frattempo è arrivato mio marito, sono arrivati i soccorsi. Hanno usato il defibrillatore, l’adrenalina. Hanno fatto tutto quello che potevano, ma non si poteva più fare niente.

Il momento peggiore

Mi ero accorta subito, appena accesa la luce, che qualcosa non andava. Che era rimasto senza ossigeno. Ma dicevo: non fa niente, basta che sopravviva.

Mi hanno detto che ci vuole poco per un bambino così piccolo, che i soccorsi non possono fare molto, non è come un adulto.

Poi c’è stata la trafila burocratica: l’ospedale, i carabinieri, l’operatore medico che deve constatare che non ci siano atti di violenza. Non puoi toccarlo né niente. Il magistrato decide per i funerali, dopo i primi esami autoptici. Hanno constatato subito che si trattava di Sids. Il funerale è stato il 7 settembre.

Il dolore e la paura

Noi, intanto, rimaniamo alla ricerca di una causa che è ancora lontana. Ci sono tanti studi, ognuno ha un suo parere. Nel referto si dice che non muore soffocato, è come se si fosse spento.

E ti lascia con un vuoto ancora più grande. Se un domani vuoi provare di nuovo non sai se la causa è genetica e può ricapitare. Io ho 36 anni, anche se dovessi riprovare non so se e quando riuscirei. Non è qualcosa che prendi e sostituisci, non riesco a dirmi “è capitato, ne farò un altro”.

Ci vuole del tempo e non si sa se comunque sarò pronta. Mi sento ancora una mamm a, ma non so se un domani sarò pronta ad avere un altro figlio, anche perché adesso ho una nuova consapevolezza. Tanti genitori purtroppo perdono i propri figli durante la gravidanza. Io mio figlio l’ho visto, l’ho vissuto. E ho paura che possa succedere di nuovo.

Lasciati soli

Non c’è, poi, un percorso di assistenza psicologica. Noi l’abbiamo fatto a nostre spese, altrimenti sei in balia degli eventi, completamente solo. Sarebbe utile avere un percorso istituzionale, perché organizzarsi da soli significa avere possibilità che non tutti hanno, una disponibilità anche economica che a molti è preclusa.

È importante rivolgersi a un professionista per elaborare il proprio lutto. Per me è passato poco tempo e penso che il dolore ci sarà per sempre, diventerà cronico. Non passa e non deve passare, diventa parte di te.

In alcuni momenti sono più affranta, in altri sono più serena. A volte è più acuto, a volte meno. Ci sono varie fasi, ogni giorno è diverso. Adesso sono in una fase in cui so che il dolore non mi può abbandonare.

Non puoi dimenticare: io un figlio l’ho avuto, aveva 4 mesi e adesso non c’è più. Non si dimentica. Posso avere una nuova consapevolezza, dicono che perdere un figlio all’inizio è più doloroso perché vivi solo di immaginazione.

Volevo sentirmi mamma, volevo sentire la sua voce ma faceva ancora solo piccoli versi, volevo vedergli crescere i capelli, vederlo camminare. Ma puoi vivere solo di immaginazione.

La speranza: trovare un perché

Una piccola consolazione è che la scienza va avanti, forse non vedrò mai la risposta o forse sì. Magari tutti questi bambini hanno qualcosa in comune o magari no, magari la spiegazione è semplice, magari non lo sapremo mai.

Ma oggi questa è una delle più grandi difficoltà: non poter dare un nome al mostro che ha portato via tuo figlio. Il medico legale mi ha spiegato che si possono fare delle indagini genetiche, ma non si sa comunque di preciso cosa cercare.

La mia speranza è che un domani si arrivi a un perché in modo che non succeda più. So che ci sono altre mamme e papà a cui è capitato quello che è successo a me, e magari faticano a raccontarsi e confrontarsi. Forse ascoltare la mia storia può avvicinarci e farci sentire meno soli.

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