Cos’è l’ansia materna e a cosa è dovuta? In quali casi è normale e in quali può diventare invece patologica? Ne parliamo con la psicologa clinica Valentina Scoppio.

Ansia materna: cos’è?

Per poter capire l’ansia materna, come suggerisce la Dottoressa Scoppio, è bene definire innanzitutto l’ansia:

L’ansia è un’attivazione fisica e psicologica che avviene nel momento in cui ci si trova in una situazione percepita come pericolosa, per se stessi o gli altri. Da questo punto di vista, l’ansia è una risorsa. Si tratta di un tipo di ansia assolutamente sana.

Cosa ci può dire rispetto all’ansia di una mamma?

Anche l’ansia materna può essere sana. Le mamme sono dotate di questo tipo di ansia sana, perché si trovano a dover gestire situazioni potenzialmente pericolose. Questo tipo di ansia, di stato di allerta, si attiva per proteggere il bambino quando è molto piccolo, fragile e indifeso. In questo modo, la mamma svilupperà l’accudimento nei confronti del bambino, e il bambino l’attaccamento verso la mamma.

Se viste sotto questa luce, le attenzioni normali che la mamma rivolge al bambino – che caratterizzano questo tipo di ansia sana -, sono fondamentali; è molto importante che la mamma sia presente e che attivi questo tipo di attenzioni. Il bambino, in questo modo, si sentirà sicuro e protetto.

Come si caratterizza questo tipo di ansia “sana”?

La mamma attiva delle fantasie, in situazioni potenzialmente rischiose, che si rivelano benefiche perché le permetteranno di proteggere il bambino. Per esempio, nel caso in cui il bambino si avvicini a una presa di corrente, l’attivazione ansiosa è protettiva. Darà l’input alla mamma per attivarsi fisicamente, prendere in braccio il bambino, e allontanarlo dalla presa. Quando questa attivazione diventa sproporzionata, invece, le reazioni della mamma diventano eccessive anche in situazioni tranquille; in questo caso, abbiamo a che fare con un’ansia patologica.

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Come riconoscere l’ansia materna

Come spiega l’esperta, i tipi di ansie che la mamma può presentare sono diverse:

L’ansia da prestazione riguarda compiti e incombenze nella cura del bambino, che la mamma sente su di sé; l’ansia da separazione riguarda il momento in cui deve lasciarlo, le prime volte, alla scuola materna, a nonni o baby sitter: si tratta, insomma, dei primi momenti in cui si allontana dal bambino. In questi casi, può vivere una situazione di disagio perché non sa gestire il momento della separazione.

Un altro tipo di ansia si presenta quando il bambino comincia a camminare e diventa leggermente più autonomo. La paura materna può essere legata al fatto che il bambino si possa far male, oppure a situazioni che la mamma avverte come pericolose.

Questo tipo di ansia è eccessiva?

In questi casi, il rischio è quello del controllo assoluto che la mamma vorrebbe esercitare; esercitando questo controllo, però, non permette al bambino le sue esplorazioni, che comprendono anche le cadute, e che sono necessarie alla crescita e al percorso del raggiungimento dell’autonomia. Se il bambino barcolla, oppure cade, e la mamma reagisce in modo ansioso, dicendo al bambino di stare fermo o di non muoversi, il bambino assorbe un’ansia che non gli serve. In questo tipo di situazioni il bambino ha bisogno di essere incoraggiato; se la mamma ha paura che si faccia male, si possono adottare semplici soluzioni, come quella di mettere a terra un tappeto.

Cosa ci dice riguardo all’alimentazione e a eventuali tipi di preoccupazioni a essa collegate?

Un altro aspetto di ansia è legato proprio all’alimentazione. Una mamma ansiosa tende a fare confronti con gli altri bambini. Per esempio, si chiede se il figlio sia cresciuto di più o di meno degli altri. Anche questo aspetto, legato al cibo, in una veste sana è sensato (è giusto che la mamma si preoccupi che il figlio mangi), ma può diventare eccessivo se legato alla fantasia della mamma su come vorrebbe che il figlio fosse. Magari il bambino ha un altro peso forma (del tutto sano), ma diverso da quello che la mamma aveva fantasticato su di lui.

Cosa succede se diventa patologica?

Cosa accade nel momento in cui questo tipo di ansie, che nascono come sane, se esasperate diventano patologiche?

Se l’accudimento diventa troppo ansioso va a castrare lo sviluppo naturale che i bambini devono percorrere. In un tipo di relazione in cui l’accudimento diventa una sorta di soffocamento, il bambino prenderà a modello la figura di riferimento e diventerà ansioso a sua volta. Se la mamma reagisce agitandosi molto, il bambino impara che ci si deve agitare quando ci si trova in una determinata situazione. Se invece la reazione della mamma è sana, allora anche il modellamento del bambino su quel comportamento sarà sano. Ma se la mamma reagisce in modo spropositato, anche il bambino reagirà in quel modo.

Questo cosa comporta?

A questo punto si innesca un circolo vizioso di attaccamento insicuro. Il bambino non si sentirà in grado di fare da solo determinate cose, e vorrà sempre la mamma vicino a sé (la mamma è insicura e gli trasmette questa insicurezza). A sua volta la mamma vedrà il figlio come insicuro e aumenterà la sua ansia, che accrescerà l’ansia e l’insicurezza del bambino. Insomma, il rischio è di innescare un circuito profondamente patologico. In questo tipo di situazioni, la mamma e il bambino faranno fatica a separarsi tra loro.

Ansia materna: le possibili conseguenze

Quali sono le possibili conseguenze di un’ansia patologica?

La mamma vivrà un’esperienza di maternità altamente stressante. Vivrà, accanto alle paure sane, anche delle paure fantasticate. Queste paure non le permettono di vedere le capacità effettive del bambino, che invece è importante incoraggiare. Da un lato, la mamma rischia di andare in esaurimento nervoso perché tenderà a non delegare ad altri le cure riservate al bambino (sente che è la sola a poterlo aiutare). Potrà incorrere in un esaurimento mentale e fisico, farà fatica a mandarlo all’asilo perché avrà scarsa fiducia (crede di essere l’unica a comprendere i bisogni del bambino). Dall’altro lato, il bambino si sentirà insicuro, penserà di non poter affrontare delle situazioni alla sua portata perché pensa di non farcela da solo.

Naturalmente, è importante trovare una via di mezzo. I bambini molto piccoli hanno bisogno di essere guidati; hanno bisogno di qualcuno che sappia intuire con lucidità se certe situazioni siano alla loro portata oppure no. Una mamma molto ansiosa non ha questo tipo di lucidità. Percepisce le situazioni molto più pericolose di quanto non siano realmente. Se la mamma sta sempre addosso al bambino, dicendogli di non correre, non sudare, non muoversi, questo è indice di una situazione che va oltre l’aspetto sano, soprattutto se la mamma produce delle fantasie catastrofiche.

Come si potrebbe aiutare una mamma in questa situazione?

La prima cosa importante da fare è vedere se riconosce questo aspetto di sé, o se invece il suo comportamento replica le forme dell’accudimento che ha ricevuto e conosciuto su di sé. Se la mamma non è consapevole del suo comportamento è importante renderla tale, aiutarla a capire che ci sono situazioni in cui è normale avere paura; ma che invece le ansie sacrificanti rischiano di non far vivere più né lei né il bambino.

Ansia materna: come superarla e trattarla

Secondo la Dottoressa Valentina Scoppio, ecco i principali modi per trattare e superare l’ansia materna:

Un aspetto importante è il confronto con altre persone; innanzitutto col padre, ma anche amici, familiari, insegnanti, per cercare di capire come gli altri percepiscono il suo modo di relazionarsi al bambino. È utile anche fare riferimento a quelle situazioni passate in cui la donna si è trovata ad avere paura, e in cui però è andato tutto bene. Per fare un esempio, potrebbe aver avuto paura che il bambino cadesse dalla sedia e si facesse male, e invece il bambino è riuscito a scendere. Ricordarsi di questo tipo di episodi passati può aiutare ad affrontare il presente.

Un altro aspetto da non trascurare è considerare se la mamma ha del tempo per sé. Per esempio, se ha ricominciato ad andare al lavoro dopo la gravidanza, o, nel caso in cui non lavorasse, se riesce a ritagliarsi del tempo per la cura della casa e un tempo di svago. Se la mamma è tutta centrata sul bambino, c’è qualcosa che non va.

È importante cominciare a fidarsi delle situazioni in cui il bambino è da solo e si rende pian piano più autonomo; per esempio, quando il bambino va all’asilo o dai nonni, vuol dire che ha imparato gli strumenti per farcela da solo, anche senza mamma. Questo è un feedback positivo per l’autostima della donna, che sentirà di aver fornito al bambino gli strumenti necessari per riuscire da solo; in caso contrario, il figlio sarà sempre dipendente da lei.

Gli stati d’ansia, compresa quella materna, sono caratterizzati anche da modificazioni fisiche, come tachicardia e fiato corto. A questo proposito, può essere utile fare esercizi di respirazione o ascoltare delle musiche rilassanti, che permettono alla frequenza cardiaca e al respiro di calmarsi un po’.

Se tutto questo non fosse sufficiente a modificare il comportamento ansioso della madre, allora sarà opportuno rivolgersi al medico o a uno psicologo, per capire se si tratta di un problema legato a una questione generazionale. In questi casi, la donna può essere aiutata a capire che ci sono aspetti sani e aspetti problematici del suo rapporto col figlio, e che lei necessita di trattare quegli aspetti problematici (non il bambino).

Cosa consiglia di fare, invece, alle persone che vorrebbero essere d’aiuto in una situazione simile?

Bisogna partire dal presupposto che una mamma pensa di fare il bene del figlio. Quando ci si avvicina alla mamma ansiosa, l’approccio deve aiutarla a comprendere che la sua modalità va rivista, ma serve un approccio morbido. Per esempio, si può iniziare dicendole che la si vede molto stressata, che la maternità le prende del tempo, per poi arrivare a dire che se da sola fa fatica, magari potrebbe essere utile un confronto con uno psicologo.

Nel caso di un bambino molto piccolo, può aiutare molto la figura dell’ostetrica. Per esempio, quando c’è un’ansia legata all’allattamento, o una depressione post-partum. Bisogna capire se l’ansia è legata a una disinformazione della mamma, o se si tratta più di un aspetto emotivo o psicologico.

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