Tra le fasi più importanti, potremmo dire decisiva, delle tecniche di procreazione medicalmente assistita (PMA) di secondo livello troviamo quella relativa al trasferimento embrionale. Il transfer degli embrioni è quella procedura per cui gli embrioni vengono inseriti all’interno della cavità uterina in modo che possa avviarsi la gravidanza.

Le PMA di II livello, Fecondazione in Vitro e FIVET (trasferimento dell’embrione), sono quelle “in cui i gameti (ovocita per la donna e spermatozoo per l’uomo) si incontrano all’esterno del corpo della donna e dopo la fecondazione e la produzione di uno o più embrioni questi vengono trasferiti nell’utero”.

Perché la gravidanza abbia inizio è fondamentale che l’attecchimento embrionale post-transfer avvenga positivamente. Non sempre è così e possono esserci diversi fattori che possono contribuire a un esito negativo, così come molti altri che favoriscono l’attecchimento. Cerchiamo di fare chiarezza individuando anche una serie di consigli utili per le donne che sono alla ricerca di una gravidanza.

Quando avviene l’attecchimento embrionale dopo il transfer?

Il trasferimento degli embrioni in utero avviene in tempi molto rapidi, i più veloci possibili, per evitare che gli embrioni possano danneggiarsi. Dopo essere stato fecondato, l’embrione già dopo 5-6 giorni diventa blastocisti  ed è in questa fase che, per sopravvivere, deve avvenire l’annidamento.

Lo sviluppo embrionale (settimana per settimana): come si forma il bambino?

L’attecchimento embrionale post-transfer, infatti, è fondamentale per consentire all’embrione di trarre il nutrimento dall’utero materno e proseguire il suo sviluppo. L’attecchimento embrionale post-transfer avviene in tre fasi:

  1. apposizione;
  2. adesione;
  3. invasione.

Nella prima fase l’embrione si appoggia in una zona specifica dell’endometrio; durante l’adesione l’embrione stabilisce dei legami con l’endometrio e, nella terza fase, l’impianto è completato in quanto l’embrione riesce a collegarsi ai vasi uterini. Questa procedura si completa generalmente intorno al 14° giorno successivo alla fecondazione.

Da questo momento è possibile eseguire le analisi del sangue con l’esame delle beta-hCG. In questo modo si per verificare l’effettivo inizio della gravidanza. Dalla settimana successiva si può effettuare una visita ginecologica nella quale individuare, tramite ecografia, la camera gestazionale.

Attecchimento embrionale post-transfer: come favorirlo?

Per favorire e non avere comportamenti che possono inficiare l’attecchimento è doveroso seguire alcuni consigli:

  • il primo e più importante è quello di seguire le indicazioni del medico che ha eseguito il transfer embrionale e che indicherà l’eventuale assunzione di farmaci e quali accortezze seguire;
  • in linea generale è doveroso mantenere uno stile di vita equilibrato, nel quale non fare sforzi fisici eccessivi ed evitare di rimanere esposte a fonti di calore (come il sole, le saune, in bagni in vasca, eccetera);
  • una particolare precauzione, almeno fino alla conferma che l’impianto c’è stato, riguarda i rapporti sessuali e qualsiasi altra attività che possa portare a un orgasmo. Questo per evitare che contrazioni e infezioni possano generare problemi.

Tra le indicazioni da seguire trovano posto anche una corretta alimentazione con particolare attenzione all’idratazione, con il consiglio di bere spesso acqua. Bisogna, quindi, evitare bevande alcoliche, a base di caffeina e cibi crudi. Così come è fondamentale non fumare.

I sintomi dell’attecchimento embrionale post-transfer

Parlare di sintomi relativi all’attecchimento embrionale post-transfer significa entrare in un campo molto delicato. Capita spesso, infatti, che questa fase sia piena di aspettative e si possano di conseguenza confondere i sintomi, temendo che la loro assenza sia la conferma che l’attecchimento non sia andato a buon fine. In realtà non è sempre così e quello che occorre è sempre una buona dose di tranquillità e serenità.

È chiaro che le ragioni che spesso determinano il ricorso alle tecniche di procreazione medicalmente assistita sono tali da creare grandi aspettative. Questo perché per altre vie la gravidanza non è arrivata. La tensione, però, non è mai un fattore positivo per l’inizio (così come per il proseguimento) della gravidanza.

Tale premessa è necessaria anche per evitare di confondere i sintomi e andare incontro a delusioni e sofferenze ben più gravi. Uno dei sintomi principali, infatti, dell’attecchimento embrionale post-transfer è quello di sentire dei crampi addominali. Possono essere delle normali fitte che coinvolgono l’utero proprio perché l’impianto è avvenuto; ma possono anche essere dolori dovuti al ciclo mestruale.

Anche per quel che riguarda la nausea o i dolori al seno è bene andare cauti. Spesso, infatti, questi sintomi possono essere provocati dai trattamenti ormonali connessi alle tecniche di procreazione medicalmente assistita e non rappresentano una certezza dell’inizio della gravidanza.

Un sintomo invece più attendibile (anche se non imprescindibile) è quello legato alle cosiddette perdite da impianto. In questo caso parliamo di perdite più contenute rispetto a quelle del ciclo e che si esauriscono in un paio di giorni.

Le cause del mancato attecchimento embrionale

La fertilità e i problemi di infertilità non sono procedure meccaniche che le tecniche di procreazione risolvono completamente. Tutto, infatti, dipende dalle cause che determinano l’infertilità. Le tecniche di PMA possono superare alcuni ostacoli, ma non tutti ed è doveroso avere questa consapevolezza quando si intraprendono questi trattamenti.

Può infatti capitare che l’attecchimento embrionale post-transfer non avvenga a causa del numero o della qualità degli embrioni che sono stati fecondati, così come della ricettività dell’utero, di anomalie cromosomiche o di fattori non sempre individuabili e spiegabili.

Infertilità sine causa: cos’è e cosa fare

È importante ricordare come i trattamenti di procreazione medicalmente assistita non vengono valutati singolarmente, ma in un ciclo di almeno 3-4 transfer. Può quindi capitare che un singolo transfer non porti all’attecchimento e quindi alla gravidanza, ma quello successivo sì.

La fertilità, sia maschile che femminile, infatti, è un fattore molto variabile e condizionato da tantissimi elementi, non tutti noti e non sempre risolvibili.

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