Quello che tutti (donne e uomini) devono sapere sul post aborto spontaneo e volontario

Tutti parlano dell'aborto, ma cosa avviene dopo? Facciamo luce su una fase spesso oscura della vita non solo delle donne, ma anche degli uomini.

Dell’aborto si parla sempre con grande fatica. O perché farlo divide tra chi lo considera un diritto e chi no, oppure perché è un evento che, inevitabilmente, causa un problema, una sofferenza.

Paradossalmente, se lo si può considerare un paradosso, anche laddove l’aborto è cercato tramite l’interruzione volontaria di gravidanza (IVG), questa è una reazione a un evento indesiderato. Come tale crea conseguenze di cui, sia a livello fisico sia psicologico, è importante parlare. Anche a costo di affrontare un argomento particolarmente spinoso.

Una fotografia della situazione

Per parlare di post aborto è fondamentale innanzitutto distinguere tra aborto spontaneo e interruzione volontaria di gravidanza. Se il risultato è il medesimo (la morte del prodotto del concepimento) le differenze sono in realtà molto più profonde e per diverse ragioni. Innanzitutto temporali: in Italia la legge prevede la possibilità di richiedere l’IVG entro i primi 90 giorni di gestazione; un aborto spontaneo, sebbene raro dopo il primo trimestre, è comunque un’eventualità possibile.

Come si fa ad abortire? Le prassi previste in Italia

Da qui derivano le differenti conseguenze psicologiche di un evento subito e non voluto (aborto spontaneo) e di un evento subito ma volutamente risolto in quel modo (gravidanza indesiderata con interruzione volontaria di gravidanza). Ci sono infine da considerare anche gli effetti fisici di un aborto spontaneo, quindi fisiologico e che potrebbe potenzialmente avvenire in qualsiasi momento (anche a gravidanza inoltrata) e quelli di un’interruzione di gravidanza tramite intervento farmacologico o chirurgico.

Dopo questa premessa “metodologica” è poi utile capire quanto sia diffuso il fenomeno dell’aborto in Italia stando alle più recenti rilevazioni dell’Istat (che si occupa di registrare esclusivamente gli aborti e non i nati morti di cui si occupa invece il Ministero della Salute).

Da queste indagini emerge come in Italia questo fenomeno riguardi un quarto di tutte le gravidanze diagnosticate (il 36.4%) ma è in netta diminuzione nel corso degli ultimi decenni, tanto che il tasso di abortività volontaria nel nostro Paese è uno dei più bassi d’Europa. Dagli anni Ottanta a oggi, infatti, il fenomeno si è più che dimezzato e a incidere su questa tendenza ci sono anche qui diversi fattori. Tra questi indubbiamente la maggiore consapevolezza di come funziona la fertilità e l’accesso ai metodi contraccettivi.

Discorso leggermente diverso per quel che riguarda gli aborti spontanei, che riguardano il 14% di tutte le gravidanze. Per aborto spontaneo si intende “ogni espulsione o morte del feto o dell’embrione che si verifichi entro il 180° giorno compiuto di gestazione (25 settimane e 5 giorni compiuti)”. Dopo questa data si parla di nati morti.

Il trend in questo caso è invece più oscillante e per alcuni aspetti anche in leggera crescita. Questo è principalmente dovuto all’aumentare dell’età delle donne che ricercano una gravidanza, essendo biologicamente questo un importante fattore di rischio.

Cosa succede dopo un aborto spontaneo?

In caso di aborto spontaneo possono verificarsi due condizioni: l’aborto può essere completo, con totale espulsione da parte dell’organismo del prodotto del concepimento e della placenta e relativo svuotamento dell’utero o incompleto, con la necessità di intervenire con un apposito trattamento.

Nel caso in cui parte della placenta o dei tessuti del feto rimangono nell’utero si può procedere o tramite trattamento farmacologico con lo scopo di indurre il travaglio e la conseguente espulsione del contenuto dell’utero o attraverso un intervento chirurgico tramite quello che, in maniera molto dura, viene chiamato raschiamento aspirativo.

La scelta sul tipo di trattamento è ovviamente a discrezione del medico che valuta la condizione della donna e qual è la soluzione più efficace e meno invasiva. È fondamentale intervenire in maniera risolutiva per evitare che possano sorgere infezioni o complicanze di vario tipo derivate dalla mancata espulsione del feto e della placenta.

Cosa succede dopo un aborto volontario?

Discorso diverso tra aborto spontaneo e aborto volontario. L’interruzione volontaria di gravidanza può avvenire o tramite metodo farmacologico o con intervento chirurgico. Nel primo caso l’aborto viene eseguito in regime di ricovero ambulatoriale/consultoriale oppure di Day Hospital.

Le recenti linee guida prevedono che il primo farmaco venga somministrato nel consultorio (o in ambulatorio) per poi tornare dopo tre giorni per la somministrazione di un secondo farmaco. Dopo due settimane dalla conclusione dell’aborto la donna deve sottoporsi a una visita di controllo per verificare che tutto sia andato in maniera corretta.

L’aborto chirurgico è un vero e proprio intervento che viene eseguito o in anestesia locale o in anestesia generale con ricovero di un giorno presso la struttura autorizzata a eseguire la procedura.

L’intervento chirurgico, anche se in maniera rara, può avere complicazioni provocando un’emorragia grave, una perforazione dell’utero, un danno al collo dell’utero o un’infezione. Al termine dell’intervento vengono prescritti dei farmaci sintomatici e programmata la visita di controllo dopo 14 giorni.

Post aborto: le conseguenze psicologiche e come affrontarle

Oltre al problema prettamente fisico, relativo sia all’aborto spontaneo sia a quello volontario, vi sono da considerare le conseguenze psicologiche. Queste sono spesso sottovalutate, ignorate o affrontate in maniera particolare anche in base alla cultura di appartenenza.

Le recenti indagini scientifiche mostrano come, specialmente per quel che riguarda l’aborto spontaneo, vi siano enormi criticità in termini di stress post traumatico e di rischio di depressione e ansia che può perdurare anche negli anni successivi all’evento.

È stato dimostrato come il post aborto sia associato anche a difficoltà a gestire i bisogni di un bambino di una successiva gravidanza. Inoltre il dolore della perdita non è legato all’epoca gestazionale, anche se socialmente è vero il contrario.

Spesso infatti si tende a pensare che se l’aborto avviene nelle prime settimane di gestazione il lutto e il dolore della perdita siano meno pressanti rispetto a quelli di un aborto in fase più avanzata.

La dimensione sociale e spesso il giudizio, sia per l’aborto spontaneo sia per quello volontario, sono una delle criticità maggiori che le donne devono sopportare. Per quelle che subiscono un parto spontaneo, poi, c’è anche tutto il trauma nel cercare di darsi una risposta sulle ragioni di tale evento.

Qui si innestano spesso anche molti sensi di colpa per aver contribuito alla morte del proprio bambino con il proprio stile di vita, le abitudini e le scelte. In realtà l’aborto spontaneo in molti casi è un evento fisiologico contro il quale non si può fare nulla.

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Anche per chi ricorre all’interruzione volontaria di gravidanza possono subentrare difficoltà emotive e sensi di colpa nel non essere state in grado di evitare la gravidanza.

La psicologia, la sensibilità e il percorso di vita di ciascuna donna, ma anche l’ambiente in cui si vive, sono elementi che incidono sullo sviluppo di uno stato depressivo o psicologicamente critico. Se purtroppo contro la brutalità e l’ignoranza di chi deve sentenziare sulle scelte degli altri non si può fare molto è fondamentale che ogni donna sia supportata nell’affrontare il post aborto.

Tale percorso di supporto a volte viene proposto a partire dalle strutture (consultori, ambulatori, ospedali) nei quali si eseguono le visite post aborto, ma è possibile anche autonomamente rivolgersi a dei professionisti dedicati.

Il post aborto per l’uomo

Senza dimenticare come il post aborto non sia un problema solo femminile. Anche gli uomini possono essere vittime del senso di perdita di un figlio cercato o di una gravidanza che, seppur indesiderata, non avrebbero voluto terminare con l’interruzione volontaria.

Le scelte discordanti tra i due partner possono essere motivo di tensione, sofferenza e separazione tanto per l’uomo che per la donna, portando a conseguenze profonde e di cui spesso ci si pone troppo poco il problema.

Che sia subito o che sia ricercato l’aborto è un evento potenzialmente destabilizzante del quale tenere conto. Chiedere aiuto per affrontare le conseguenze, spesso oscure e sconosciute, del posto aborto non è segno di debolezza, ma di grande forza e coraggio. Un evento di questo tipo è spesso in grado di scatenare un effetto domino di cui si conoscono, forse, le conseguenze immediate, ma di cui si ignorano quelle a medio e lungo termine.

È quindi necessario, per il proprio bene, ma anche quello dei propri cari, interrompere un circolo vizioso che rischia di essere soffocante e di caricare le spalle delle donne e degli uomini coinvolti di un peso troppo pesante da portare da soli.

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