Il Maternal Wall bias, ovvero perché per la madri lavorare è sempre più difficile

Il Maternal Wall bias è un fenomeno che affligge le donne di tutto il mondo: si tratta di un pregiudizio sul posto di lavoro, che ostacola madri e potenziali madri lavoratrici.

Quando le discriminazioni di genere sul posto di lavoro e in ambiente accademico riguardano quelle donne che sono incinte, hanno appena avuto un bambino o sono giovani e potenzialmente potrebbero averlo, si parla di maternal wall bias e di maybe baby effect. È probabile che ad alcune questi nomi risultino sconosciuti, ma il fenomeno è noto a molte donne per esperienza personale diretta. Può infatti accadere che a un colloquio di lavoro venga chiesto se si vogliono figli, oppure che a parità o addirittura con anzianità e successi maggiori una promozione venga data a un uomo o a una donna senza figli rispetto a una madre lavoratrice. Ma il fenomeno non si esaurisce qui.

Il significato di maternal wall bias: definizione

Il maternal wall bias è il pregiudizio per cui nel lavoro o nelle carriere accademiche le donne incinte, madri o potenzialmente tali vengono considerate in maniera arbitraria meno competenti e meno impegnate rispetto agli uomini o alle donne che non hanno o non vogliono avere figli. L’espressione anglofona mette l’accento sul pregiudizio (bias), che rappresenta un muro (wall) su cui mamme lavoratrici (da cui l’aggettivo maternal) si scontrano più o meno quotidianamente. E non si pensi che le difficoltà delle madri lavoratrici riguardino solo alcune zone del mondo. Lo studio dal titolo Motherhood Penalty—Beyond Bias? From Stereotypes to Substitutability Structures evidenzia come nei Paesi scandinavi, in cui la legislazione sul divario di genere è all’avanguardia, si riscontrino problematiche simili al resto del mondo, anche se non espressamente il maternal wall bias:

La nostra analisi degli studi sperimentali conferma la presenza di pregiudizi impliciti nei confronti delle madri in diversi Paesi, ma non in Scandinavia, suggerendo che gli stereotipi e i pregiudizi dei datori di lavoro non spiegano sufficientemente le persistenti difficoltà che le madri incontrano in questi Paesi. […] Diversi studiosi sostengono che il cambiamento delle norme di genere porterà a una maggiore parità nel desiderio di coinvolgimento tra lavoro e famiglia. I Paesi scandinavi, tuttavia, rappresentano l’avanguardia in termini di norme e valori di parità di genere, soprattutto tra le persone con un alto livello di istruzione. Ciononostante, tali norme non sembrano sufficienti a cambiare le regole del gioco.

Maternal bias sul luogo di lavoro

Il fenomeno riguarda soprattutto il luogo di lavoro e l’ambito accademico, nei processi di assunzione, di valutazione della prestazione, di possibili nuovi incarichi ambiziosi, di promozione. Le forme di discriminazione sono più evidenti nel momento in cui una donna annuncia la gravidanza al lavoro o rientra dal congedo di maternità, oppure in quei campi che storicamente sono appannaggio degli uomini, come per esempio le forze dell’ordine. In un articolo della Open University c’è la testimonianza di una funzionaria di polizia, che racconta:

Durante la mia ultima gravidanza mi dissero che se volevo una promozione avrei dovuto ‘smettere di rimanere incinta’. Questo accadde dopo la perdita della mia prima gravidanza, avvenuta dopo essere entrata in polizia.

Esiste un teorema, chiamato teoria di Goldin, per cui impieghi con un monte di ore alto e appetibili per salario perpetuino il divario di genere. E inoltre secondo la Commissione per l’uguaglianza e i diritti umani, nel 2018, un terzo dei datori di lavoro avrebbe ritenuto che le donne lavoratrici incinte o neo-mamme fossero “generalmente meno interessate” alla progressione di carriera, rispetto agli altri dipendenti della loro azienda. Un esempio pratico di questo pregiudizio, che è anticonservativo per le aziende e talvolta illegale su alcuni piani.

Il maybe baby effect

Un “corollario” del maternal wall bias è il maybe baby effect, ovvero il pregiudizio specifico sulle donne lavoratrici che sono in età statisticamente fertile, si sono appena sposate oppure sono andate da poco a convivere. In un articolo pubblicato dall’Università di Cambridge viene spiegato che le donne incinte vengono percepite, sul posto di lavoro, come più emotive e meno impegnate, tanto che alcuni credono che, dopo il parto, non rientrino in azienda. Il bebè viene quindi visto come un detonatore di emozioni conflittuali che porterebbe una donna a essere meno precisa, meno preparata e soprattutto meno motivata. Un detonatore atavico e fondato su secoli di patriarcato.

Cosa fare con il maternal bias

Una premessa è d’obbligo: non è detto che la situazione non cambierà anche in un futuro prossimo, ma ciò che ci si aspetta in Scandinavia dovrebbe valere prima o poi per il resto del mondo – anche se la strada per le donne è ancora tanta sul fronte dei pregiudizi da abbattere, la società sembra muoversi più in fretta che in passato, sebbene questa potrebbe essere solo una percezione comune. Per cui c’è da attendere per capire come la società si orienterà in termini di collaborazione famigliare e come nuove tecnologie come l’intelligenza artificiale impatteranno con i mestieri che svolgiamo ogni giorno. Per il resto, le situazioni in cui il maternal bias si concretizza andrebbero viste caso per caso, per capire come muoversi. Tuttavia qualora ravvisiate un’evidente lesione dei vostri diritti, è meglio chiedere un aiuto legale, anche attraverso un sindacato, naturalmente raccogliendo prima le prove relative alla presunta discriminazione per non rischiare una controdenuncia.

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