Gaslighting ostetrico: come riconoscere se si è vittime di violenza in sala parto

La violenza non ha mai giustificazioni. Neanche se perpetrata con l'obiettivo di favorire la nascita di un bambino.

La violenza ostetrica esiste. E, anche se crea imbarazzo o può far aumentare la paura di partorire, non può essere ignorata. Negli ultimi anni l’attenzione su questo fenomeno è aumentata, con la letteratura scientifica internazionale che ha cominciato a dare un nome a questi episodi, distinguendo con più precisione ciò che rientra nell’imperfezione fisiologica dell’assistenza sanitaria da ciò che costituisce un vero e proprio maltrattamento. Non si tratta, quindi, di ignorare le criticità legate all’esperienza del parto, ma di chiamare le cose con il loro nome. Una violenza resta tale e la frase “l’importante è che il bambino stia bene” non può mai essere una giustificazione. Parliamo quindi di gaslighting ostetrico.

Che cosa significa “gaslighting ostetrico”

Il termine gaslighting descrive in psicologia una forma di manipolazione che porta una persona a dubitare della propria percezione della realtà. Applicato al contesto della nascita, il concetto è stato definito da uno studio pubblicato su Social Science and Medicine, basato su 46 interviste approfondite a donne che avevano vissuto un parto traumatico. Le autrici hanno individuato quattro forme ricorrenti attraverso cui il personale sanitario nega la realtà vissuta dalla donna:

  • il trattarla come persona invece che come corpo da gestire
  • la validità di ciò che sa e riferisce sul proprio corpo
  • la razionalità delle sue reazioni
  • la legittimità delle sue emozioni

Nello studio, la maggioranza delle donne intervistate, 38 su 46, ha riconosciuto di aver vissuto almeno un episodio di questo tipo durante la gravidanza, il parto o il post partum. In Italia due studi indipendenti offrono un quadro particolare della situazione. Uno studio pubblicato sull’European Journal of Obstetrics and Gynecology and Reproductive Biology, ha rilevato che il 21,1% delle donne aveva vissuto una qualche forma di maltrattamento durante il parto. Una cifra simile a quella della prima indagine nazionale sulla violenza ostetrica eseguita da Doxa per conto dell’Osservatorio sulla Violenza Ostetrica Italia, che ha rilevato come il 21% delle madri avesse subito una qualche forma di violenza fisica o verbale durante il primo parto.

Il gaslighting ostetrico non è una categoria clinica o giuridica a sé stante, ma può essere letto come una delle forme in cui si manifesta un fenomeno più ampio che l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) chiama mistreatment, cioè maltrattamento durante il parto nelle strutture sanitarie. Una revisione pubblicata su PLoS Medicine (basata su 65 studi condotti in 34 Paesi) ha costruito la prima classificazione fondata sulle evidenze di questo fenomeno, individuando sette categorie:

  • abuso fisico
  • abuso sessuale
  • abuso verbale
  • stigma e discriminazione
  • mancato rispetto degli standard professionali di assistenza (tra cui l’assenza di consenso informato)
  • scarsa qualità della relazione tra la donna e chi la assiste
  • condizioni strutturali dei servizi sanitari

Il gaslighting rientra soprattutto nell’abuso verbale e nel mancato rispetto degli standard professionali, quando la minimizzazione del dolore, la mancanza di spiegazioni o la pressione a procedere con una manovra senza un reale spazio per il dissenso fanno sentire la donna privata del diritto di essere ascoltata.

Il ruolo del consenso informato e come riconoscere i segnali

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Fonte: iStock

In Italia non esiste, a differenza altri Paesi, una fattispecie di reato specificamente denominata violenza ostetrica. Chi ritiene di aver subito un maltrattamento durante il parto deve oggi fare riferimento alle norme generali su lesioni, violenza privata o violazione del consenso informato. Su quest’ultimo punto la normativa italiana è molto chiara. La Legge 219 del 2017 stabilisce che nessun trattamento sanitario può essere iniziato o proseguito senza il consenso libero e informato della persona interessata, salvo i casi di reale emergenza in cui manchi il tempo materiale per raccoglierlo.

Le linee guida dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS) sulla gravidanza fisiologica raccomandano che ogni professionista offra alla donna informazioni chiare e coerenti in ogni incontro, le dia la possibilità di fare domande, e rispetti le sue decisioni anche quando sono diverse da quanto il professionista consiglierebbe. il documento della Fondazione Confalonieri Ragonese pubblicato u Gyneco AOGOI propone alle équipe ostetriche un modello di consenso costruito per gradi, discusso già nell’ultimo trimestre di gravidanza e poi confermato o aggiornato in sala parto, proprio per evitare che il momento dell’urgenza diventi l’unico spazio in cui la donna riceve informazioni.

Alcuni segnali possono aiutare a distinguere una comunicazione carente da un vero maltrattamento

  1. Una procedura eseguita senza che ne siano stati spiegati in anticipo lo scopo, i rischi e le alternative, anche quando la situazione non è di reale emergenza, non rispetta il diritto al consenso informato.
  2. Una richiesta di aiuto o di analgesia liquidata con frasi come “non è niente” o “tutte soffrono così”, senza una reale valutazione clinica del dolore riferito dalla partoriente, rientra nella categoria dell’abuso verbale individuata dalla letteratura internazionale.
  3. Il ricorso a scenari drammatici sul rischio per il bambino per ottenere un consenso rapido, quando la situazione consentirebbe invece qualche minuto per discutere le alternative, è un’altra forma di pressione da considerare.

Se qualcuno di questi elementi è presente, può essere utile richiedere copia della cartella clinica e dei moduli di consenso firmati, e presentare per iscritto un reclamo all’Ufficio Relazioni con il Pubblico della struttura, che per legge deve rispondere entro trenta giorni. Un consultorio familiare del proprio territorio o i servizi di salute mentale dell’ASL restano il punto di riferimento più diretto per chi, dopo un’esperienza di questo tipo, sente il bisogno di un sostegno per affrontare un trauma che non può essere cancellato, ma può essere elaborato e superato.

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