
Chi non è mai stata una mamma della Tin non può capire cosa significhi, ogni sacrosanto giorno, entrare in un ospedale sapendo di uscirne senza i...
L'implacabile divinità dei social ci perdonerà se, per una volta, giocheremo il ruolo degli outsider e sceglieremo il silenzio.

Caro Dottor Giuseppe Fulginiti, con uno studio di psicoanalisi e di counseling psicologico e una pagina social chiamata Casa Freud,
chi le parla è una donna che è diventata madre per la prima volta a 37 anni, per la seconda a 40 e mezzo. Dunque, secondo la disamina che ha fatto ieri in un post pubblicato sul suo profilo Facebook, ora non più visibile per restrizioni sulla privacy, in relazione ai tragici accadimenti di Catanzaro, avrei da poco passato il limite di “accettabilità” per essere madre.
La tragedia di via Umberto Zanotti Bianco, quartiere periferico del capoluogo calabrese, con una donna, Anna Democrito, che si è lanciata nel vuoto assieme ai tre figlioletti, uccidendone due oltre che perdere lei stessa la vita, ha naturalmente scosso i nervi più fragili del pubblico, quelli che si attivano immediatamente quando al centro di drammatici episodi di cronaca si ritrovano gli innocenti, i bambini; ma ha anche, inevitabilmente, lasciato campo largo ai soliti giudizi, quelli che fin troppo velocemente si affidano ai social, protetti da quella sorta di intoccabilità e di senso di deresponsabilizzazione che la virtualità del luogo conferisce.
Giudizi che, implicitamente o meno, indagano sulla persona, ne scandagliano attitudini – alla maternità e all’essere madre, nel caso di specie -, capacità e vizi veri o presunti, ne sviscerano gli aspetti più intimi in maniera spietata e, spesso, molto spesso, approssimativa, perché, si sa, i social, come moderni Saturno, si nutrono di commenti, like, condivisioni, quindi poco importa che si parli con cognizione di causa, l’importante è unirsi al flusso, ed esserci, per non sentirsi esclusi dal dibattito virtuale, per essere visti.
Ora, già avventurarsi nella cronaca, asciutta e netta, di un fatto simile, come il mio mestiere richiede, è atroce, figuriamoci profilare ipotesi e congetture per spiegare qualcosa che, di fatto, non lo è. In tanti, sulle varie piattaforme, hanno voluto unirsi all’ennesima discussione non richiesta, ma c’è stato qualcosa, nel suo post, che mi ha colpito, e di cui sento, per dovere di chiarezza, di dover parlare.
Nel video, che come detto ora non è più visibile a tutti, dopo il preambolo in cui accenna ai “fattori di rischio”, c’è un momento in cui lei dice questo:
Chi muore è una donna di 46 anni.
Una donna di 46 anni ha la figlia più grande di meno di 6 anni, ciò significa che dopo i 40 anni diventerà madre, e continuerà con un secondo e poi con un terzo figlio.
Secondo voi, a questa età è giusto avere più figli? Abbiamo le energie per far fronte a dei bambini piccoli che urlano, che gridano, che hanno dei bisogni, che hannp paure, che chiedono vicinanza emotiva, non fisica?
Dopodiché, lei cita diversi studiosi: Donald Winnicott, John Bowlby e Mary Ainsworth, i principali esponenti della filosofia della vicinanza emotiva e delle sue varie ramificazioni, holding, attaccamento e strange situation (in cui il bambino viene allontanato dalla principale figura di riferimento). Tutti e tre, nei loro studi, hanno parlato di “madri sufficientemente buone” (Winnicott), di “porto sicuro” (Bowlby), di “sensibilità del caregiver” (Ainsworth).
Per tutti e tre i concetti centrali attraverso cui si realizza la vicinanza emotiva sono la capacità di identificarsi col bambino, la stabilità emotiva, la creazione di un ambiente supportivo, la disponibilità costante, la risposta alla paura, l’affidabilità relazionale.
Nessuno ha fatto menzione di una correlazione tra queste definizioni e l’età materna.
Semmai, ma è un punto su cui torneremo in seguito, esistono variabili diverse in base all’età anagrafica del caregiver per cui le caratteristiche dell’attaccamento necessario alla vicinanza emotiva possono venir meno; nei caregiver – madri – più grandi possono esserci fattori di incapacità a fornire vicinanza emotiva dovuti a
Mentre nelle madri più giovani i fattori possono riguardare
L’essere una madre giovane, per nessuno degli studiosi da lei citati, in automatico, non garantisce di default la capacità di fornire vicinanza emotiva.
Una donna sfiancata dall’età – prosegue nel suo post – può fare tre figli? I figli si fanno prima. Quando arriva il ciclo mestruale, a 50 anni? A 50 anni si va in menopausa. Il ciclo mestruale arriva a 11, 12, 13 anni, in alcuni casi addirittura a 9, 10 anni, seppur rari. Questo perché la natura prepara la donna a concepire […] Sicuramente dai 25 ai 35 anni c’è uno specchio ampio, di 10 anni, fatto apposta per procreare, dare la vita a una nostra estensione, se vogliamo, e avere il tempo di lavorare e se vogliamo di studiare.
Perché dobbiamo esser così fissati con l’idea di carriera?
Per ragionare rispetto a queste affermazioni non serve addentrarsi troppo nel profondo di studi sociologici e statistiche, è sufficiente fare alcune considerazioni e collegamenti logici alla portata di chiunque abbia un minimo presente il contesto socioculturale in cui ci troviamo: assumendo che, per diventare genitori, e con la chiara eccezione delle gravidanze inaspettate, si cerchi di avere almeno un minimo di stabilità economica, non possiamo non valutare la situazione occupazionale femminile del nostro Paese e i suoi derivati, fra cui un importante gender pay gap, che nel 2023 (dati più aggiornati), era ancora di 4,3 punti percentuali (dati Eurostat riportati di recente alla Camera dalla ministra del Lavoro e delle Politiche Sociali Marina Elvira Calderone), e le varie difficoltà a scalare posizioni e ad accedere a cariche dirigenziali.
Secondo l’Istat, nel 2025 il tasso di occupazione femminile in Italia è stato del 53,8%, controil 71,2% degli uomini, con un gap che resta di 17,4 punti percentuali. L’Italia resta uno dei Paesi europei con minore partecipazione femminile al lavoro.
A una situazione generale già di per sé penalizzante, dobbiamo aggiungere un ulteriore fattore, ovvero quando le donne raggiungono la stabilità economica, per cui si intende avere:
In Italia molto spesso nella fascia d’età compresa tra i 20 e i 24 anni, quindi alla soglia dell’età da lei ritenuta sostenibile e auspicabile per iniziare a pensare alla maternità, si vive una situazione di studio, precariato, o di part-time frequente.
L’ingresso nel lavoro generalmente arriva alla soglia dei 30 (25-29), ma con lavori spesso ancora instabili; la prima soglia di stabilizzazione si ha attorno ai 30-34 anni, mentre dai 35 ai 39 (quindi in quella che per lei sarebbe già una “zona rossa” per diventare madri), si ha maggiore continuità lavorativa.
E, badi bene, dottore, non ho parlato di quel concetto di “carriera” che lei ritiene “superato” associandolo a un “capitalismo classico, ortodosso” che è “morto”. I dati cui mi riferisco attengono al solo ingresso in pianta stabile nel mondo del lavoro, in cui tutti, e in particolare le donne, devono destreggiarsi tra stage, contratti brevi e precari, colloqui in cui proprio le domande sulla maternità, anche solo prospettata, sono all’ordine del giorno.
In riferimento alla situazione italiana possiamo aggiungere un’ulteriore componente da non sottovalutare, ovvero la distribuzione geografica del lavoro e la situazione eterogenea tra il Nord, il Centro e il Sud del Paese, con il primo che vede la stabilità raggiunta spesso tra i 28 e i 34 anni, il Centro tra i 30 e i 36 e il Mezzogiorno addirittura spesso dopo il 34, senza contare l’alto tasso di inattività femminile.
Dati alla mano, e un minimo consapevoli del costo della vita in questo momento nel nostro Paese e di quelli per crescere un figlio, è davvero molto poco verosimile immaginare un mondo di mamme venticinquenni; il che, in ogni caso, non garantirebbe comunque l’immunità rispetto ad altro tipo di problematiche.
Parlando, ad esempio, di depressione post partum o baby blues, tra i fenomeni purtroppo più diffusi tra le donne in gravidanza e le neomamme, anche in questo caso, come per la già citata vicinanza emotiva, non esiste un’attinenza diretta o una relazione inversamente proporzionale tra età materna e minore o maggiore rischio di sviluppare l’una o l’altro.
Il Ministero della Salute, a riguardo, spiega che
Studi epidemiologici condotti in nazioni e culture diverse evidenziano che la depressione post partum colpisce, con diversi livelli di gravità, dal 7 al 12% delle neomamme ed esordisce generalmente tra la 6ª e la 12ª settimana dopo la nascita del figlio, con episodi che durano tipicamente da 2 a 6 mesi. La donna si sente triste senza motivo, irritabile, facile al pianto, non all’altezza nei confronti degli impegni che la attendono.
[…] Il 70-80% delle puerpere sperimenta il cosiddetto “baby blues” che consiste in una certa instabilità emotiva che colpisce la donna immediatamente dopo il parto e nei giorni ad esso successivi. Non si tratta di uno stato patologico e non vi è necessità di uno strutturato intervento terapeutico (farmacologico o psicoterapeutico), perché questo stato di disagio tende a rientrare spontaneamente in tempi brevi (circa due settimane).
ll 10-15% delle puerpere va invece incontro ad un vero e proprio stato depressivo che non tende a scomparire spontaneamente come il “baby blues”; delle madri non trattate il 50% risultano ancora depresse dopo 6 mesi e il 25% ancora dopo 1 anno.Ministero della Salute
Non esistono dati che facciano una divisione precisa per età rispetto al rischio di depressione post partum ma, esattamente come nel caso della vicinanza emotiva, sono diverse le ragioni che possono condurre a stati depressivi a seconda dell’età in cui si diventa madri.
Anzi, spesso maggiori fattori di rischio spesso si riscontrano proprio nelle madri:
A ciò dobbiamo aggiungere ulteriori variabili, ad esempio essere madre di un neonato prematuro, o l’essere una madre single, o senza aiuti.
L’età da sola pesa meno del contesto, ma le madri più giovani accumulano più spesso questi fattori di rischio. Nelle over 35 a contare sono fattori di altro tipo, ad esempio il carico di stress, l’infertilità pregressa, sonno, isolamento, aspettative elevate. Fare un distinguo basato unicamente sul fattore anagrafico come fattore a sé stante per parlare di depressione post partum è scorretto, e fuorviante.
La realtà, caro dottore, è che non incappare in baby blues o depressione post-partum è solo una questione di fortuna. Io, che come ho raccontato in questo articolo ho avuto il secondogenito ricoverato in terapia intensiva per diversi giorni, lo sono stata.

Chi non è mai stata una mamma della Tin non può capire cosa significhi, ogni sacrosanto giorno, entrare in un ospedale sapendo di uscirne senza i...
Infine, un ultimo punto su cui vorrei fare una piccola riflessione: al netto del fatto che mi incuriosisca sempre molto quando a parlare di gravidanza, maternità e affini sia un uomo, trovo che alla sua analisi manchi un elemento fondamentale. Il padre.
Non quello del caso di specie, su cui, ripeto, sarebbe bene sospendere ogni tipo di giudizio e di retorica nel rispetto delle vittime, tutte, della tragedia umana; parlo della figura paterna in generale, infatti, che nel suo video sembra aleatoria, impalpabile, una presenza eterea.
A 46 anni, avere un bambino di 4 mesi, che piange, che si sveglia in piena notte, che ha fame, che ha dei doloretti, dei fastidi, dei bisogni, e che soprattutto non parla, non può comunicare il proprio malessere, e quindi bisogna stare lì a procedere per tentativi ed erorri, stare lì col maternage pronti a riconoscere piano piano quello specifico pianto, quello specifico muggito, urlo, che in qualche misura richiama un bisogno che va subito riconosciuto e messo a tacere.
Pur senza volerlo, lei ha posto l’accento proprio su uno degli aspetti più importanti che ruotano attorno alla genitorialità, e ai problemi che ne sono spesso conseguenza; perché un bambino richiede effettivamente tutte queste cose, che ancora adesso, nonostante tutto, sono nella stragrande maggioranza dei casi prerogativa quasi esclusiva delle madri.
La divisione del lavoro di cura è fortemente sbilanciata, con il 71% della componente femminile che svolge il lavoro di cura familiare, e un carico mentale importante che riguarda, tra le altre cose:
A ciò aggiungiamo che, proprio per occuparsi di tutto questo, le donne interrompono più spesso il lavoro dopo la maternità, riducono l’orario o la carriera per esigenze familiari per farsi carico del cosiddetto “secondo turno” domestico. Secondo i dati Istat più recenti circa la metà delle madri interrompe o riduce il lavoro per motivi di cura, mentre la difficoltà di conciliazione lavoro-famiglia riguarda oltre 1 persona su 3 con responsabilità di cura.
Ça va sans dire, a pesare sull’impari distribuzione del carico domestico sono principalmente le norme sociali tradizionali, unitamente a un minor uso dei congedi parentali e di paternità e a una organizzazione del welfare e dei servizi per l’infanzia non sempre sufficienti.

Essere genitori non è facile, anche per le difficoltà che si incontrano nel rimanere partner.
Ma i padri ci sono, esistono, e non possono e non devono essere ignorati nel quadro di crescita, educazione e gestione dei figli, a qualunque età (che comunque, nel loro caso, non è neppure una discriminante per renderli “inadeguati” al ruolo di genitore, basti pensare alle decine di celebrity che hanno figli in età avanzata e che vengono celebrati come esempi portanti del maschio iper testosteronico capace di figliare anche oltre l’età da pensione).
Caro Dottor Fulginiti, la tragedia di Catanzaro porta con sé talmente tanta sofferenza, inimmaginabile da fuori, che qualunque altra parola suonerebbe come una colossale mancanza di rispetto al dolore di questa famiglia, di chi all’accaduto è sopravvissuto e dovrà fare i conti con ciò ogni giorno, e di chi la sua vita l’ha persa. Cercare colpe, ragioni, avanzare pretese di conoscenza della verità o di giustificabilità è impossibile, oltre che ingiusto.
L’implacabile divinità dei social ci perdonerà se, per una volta, giocheremo il ruolo degli outsider e sceglieremo il silenzio.

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