Figli e carico mentale: perché distrugge le coppie (e come smontarlo insieme)

Essere genitori non è facile, anche per le difficoltà che si incontrano nel rimanere partner.

Ricordarsi di comprare il latte, prendere appuntamento dal pediatra, iscrivere il bambino al saggio di fine anno, controllare che lo zaino sia pronto, rispondere alle esigenze di ciascun figlio e, nel frattempo, occuparsi della casa e della vita quotidiana. Nessuno di questi compiti è particolarmente pesante preso da solo. Insieme, però, diventano un vero e proprio lavoro cognitivo. Non solo, è un impegno mentale continuo e costante che non smette mai. Un lavoro che nella stragrande maggioranza delle coppie con figli ricade quasi interamente sulle spalle della madre.

Cosa si intende per carico mentale

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Fonte.: iStock

Il carico mentale, in letteratura scientifica chiamato cognitive labor o invisible labor, è il lavoro di anticipare i bisogni della famiglia, pianificare i compiti, coordinarsi con scuola e medici, tener traccia delle scadenze e monitorare il benessere emotivo dei figli. Non è tanto il singolo impegno, quanto la responsabilità mentale di assicurarsi che tutto avvenga.

Uno studio pubblicato su Sex Roles ha rilevato che la grande maggioranza delle donne riferisce di essere l’unica responsabile dell’organizzazione delle routine familiari, inclusa la sorveglianza emotiva dei figli. Sentirsi sproporzionatamente responsabili della gestione della famiglia e in modo particolare del benessere dei figli, si associava, come evidenziato in questo studio, a una minore soddisfazione di vita, minore qualità percepita della relazione e maggiori sensazioni di vuoto e sovraccarico.

Non si tratta di un fenomeno isolato a qualche Paese con fenomeni culturali specifici. Le rilevazioni dell’ISTAT sull’uso del tempo mostrano che in Italia una donna con figli che ha un lavoro a tempo pieno dedica circa 60 ore alla settimana alla somma di lavoro retribuito, domestico e di cura dei figli, contro le 47 ore del partner, con una disparità di circa 13 ore superiore alla media europea.

Quando il carico mentale diventa burnout genitoriale

Lo stress cronico e non condiviso non resta confinato a una generica stanchezza. Uno studio pubblicato su Frontiers ha approfondito il concetto di parental burnout, come di una sindrome distinta dal burnout lavorativo. Si tratta di un’esperienza specifica, risultato di un’esposizione prolungata allo stress cronico della genitorialità, che si manifesta con un’oppressiva sensazione di esaurimento legata al ruolo genitoriale, con un progressivo distanziamento emotivo dai figli e con una perdita del senso di efficacia come padre o madre.

Il punto più rilevante per le coppie è che questa condizione non rimane un problema privato. I dati di diversi studi 900 genitori mostrano che il burnout genitoriale è associato a pensieri di fuga, trascuratezza verso i figli e comportamenti violenti. Non si tratta di genitori cattivi, sbagliati o in malafede, ma di persone esaurite da un sistema squilibrato, che a un certo punto non riescono più a rispondere ai bisogni altrui perché i propri non sono stati riconosciuti né alleggeriti.

Perché il problema non si risolve delegando

“Se ti pesa non farlo”, “Chiedi a qualcuno di fare le cose che non riesci”; queste sono le tipiche frasi che, anche in buona fede, si ripetono a chi trova il coraggio di confidare di provare questo senso di pesantezza. Ma è un errore. Uno degli equivoci più comuni è che il carico mentale si risolva con la delega. Il problema è che la delega mantiene intatta la responsabilità. Chi pensa, pianifica, decide e poi assegna un compito sta ancora svolgendo quel lavoro cognitivo responsabile del logorio del carico mentale.

A questo si aggiunge un meccanismo che la ricerca chiama gatekeeping. Alcune madri tendono inconsapevolmente a controllare o correggere il modo in cui il partner svolge i compiti, finendo per scoraggiarlo dall’assumersene la piena responsabilità. Il risultato è un circolo vizioso difficile da spezzare, in cui la madre è al tempo stesso sopraffatta e percepita come l’unica in grado di gestire certi ambiti.

Una revisione sistematica della letteratura sul lavoro mentale nelle famiglie ha confermato che le aspettative di ruolo radicate socialmente portano le donne a essere sistematicamente designate come responsabili del doversi ricordare obblighi e bisogni altrui, indipendentemente dalla loro volontà esplicita. È uno di quei luoghi comuni sulla genitorialità per cui determinati compiti sono “cose da donne2.

Cosa si può fare

Gli interventi per il burnout genitoriale offrono alcune indicazioni utili cui fare riferimento. I temi principali sono autocompassione, ridefinizione del perfezionismo genitoriale e comunicazione di coppia. Grazie a un lavoro articolato su questi livelli si riesce a redistribuire il carico cognitivo.

Dal punto di vista strettamente pratico ci sono alcune strategie che possono tornare utili. La prima è rendere visibile ciò che è invisibile. Molte coppie non hanno mai fatto una sorta di inventario del lavoro cognitivo domestico, e spesso il partner non vede quello che non fa. Costruire insieme, e non da soli, la mappa di tutto ciò che la mente di qualcuno nella coppia deve tenere attivo ogni settimana è già di per sé un atto di riconoscimento. Un modo per vedere l’altro, per ascoltarlo e per rendersi conto di una realtà che, anche senza volerlo, spesso sfugge dalla propria consapevolezza.

La seconda strategia è la redistribuzione per domini e non per singoli compiti. Cosa significa concretamente? Invece di dividersi “tu fai questo, io faccio quello”, si assegnano interi ambiti di responsabilità con piena autonomia decisionale. Per esempio uno gestisce tutto ciò che riguarda la scuola, l’altro tutto ciò che riguarda la salute.

La terza strategia si basa su un check-in periodico, non come valutazione della performance del partner, ma come spazio esplicito in cui la coppia si confronta anche perché le fasi della vita con i figli cambiano continuamente.

Il carico mentale non è un problema femminile. Non sono gli ormoni, il ciclo che torna dopo il parto o il carattere individuale di quella persona. È un problema di coppia che si manifesta quando arrivano i figli, e che rimane irrisolto finché non viene affrontato. Riconoscerlo, misurarlo e ridistribuirlo non è una questione di buona volontà, ma un atto di cura reciproca, e il primo passo verso una genitorialità consapevole e sostenibile per entrambi.

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  • Salute e Benessere