
Cos'è, come funziona e di cosa si occupa la terapia intensiva neonatale. Dalle tecniche utilizzate per la cura di alcune patologie genetiche e neo...
Chi non è mai stata una mamma della Tin non può capire cosa significhi, ogni sacrosanto giorno, entrare in un ospedale sapendo di uscirne senza il proprio bambino. Non sa cosa significhi poterlo toccare solo attraverso il buco dell'incubatrice, stando attentissime a essersi lavate bene le mani, a vivere con il terrore di potergli fare male con quella carezza, di essere dannose per lui.

Ho ripreso il mio posto al lavoro da tre giorni. Ora che va tutto bene, ora che è tutto a posto e il mio bambino sta bene.
Ma ho terminato il mio congedo di maternità e ricominciato a lavorare con l’etichetta, nuova, di “mamma della Tin“: un titolo duro da portare, ancor più da vivere, di quelli che nessuna mai pensa di poter, un giorno, reclamare per sé, di sentire proprio. Perché “certe cose”, nel nostro immaginario, capitano sempre a qualcun altro, mai a noi.
Essere “mamma della Tin” è uno di quei titoli che pesano come macigni e che, se sei fortunata, si archiviano nell’elenco dei “brutti ricordi da poter raccontare”, ma che, diversamente, ti restano sulla pelle per sempre come tatuaggi impressi a ricordarti imperituramente una delle esperienze più devastanti che una persona possa mai sperimentare e sopportare.
La mia seconda gravidanza è stato l’esatto opposto della prima, clinicamente perfetta sotto ogni punto di vista; definirla “difficile” probabilmente non renderebbe appieno l’idea, quindi, per riassumerla nella maniera più breve possibile, basterà dire che mi è costata un ricovero ospedaliero di un mese e mezzo e un cesareo programmato con un mese di anticipo rispetto alla famigerata DPP (data presunta del parto).
Col senno di poi mi rendo conto di quanto fosse ingenuamente illusa che, con il parto, avrei potuto imbustare e mettere via l’incubo degli oltre trenta giorni trascorsi come ospite del reparto “Patologie ostetriche” per godermi finalmente la nostra nuova vita in quattro, lontana dalle stanze asettiche e dall’odore di disinfettante, dai camici dei dottori e dalle sveglie all’alba per misurare la pressione e raccogliere il sangue per le sacche.
Gli ultimi giorni in ospedale, col mio bambino nella culla accanto a me, e poi le dimissioni, la “dad walk” nei corridoi del reparto con il bebè dentro l’ovetto, l’incontro con il fratello maggiore… Nella mia testa, era già tutto programmato.
“Solo che non va proprio così”, direi per citare gli 883; avevo già abbondantemente imparato a mie spese, ma evidentemente non abbastanza, che la vita non può essere pianificata al dettaglio quasi mai, e dopo la nascita, a 36 settimane, del mio secondo figlio è successo quello che, con un colpo di spugna, ha cancellato praticamente all’istante quello che pensavo fosse già stato il mio calvario, il mio prezzo da pagare per la felicità.
Il bambino nasce, in una manciata di minuti, alle 16:06, mentre io ero stordita dall’efedrina, dall’anestesia e dalle emozioni travolgenti del momento. Nasce, ma sono talmente frastornata dal mix letale di farmaci ed emotività che non lo sento neppure piangere; però mi rendo conto che non me lo fanno neanche vedere, chiedo e mi viene detto che mi faranno fare lo skin to skin fra qualche minuto.
Quel minuto non arriva. Non arriverà mai.
Quando, tempo dopo, ho riconquistato quel minimo indispensabile di stabilità mentale per poter intrattenere una conversazione mi dicono che il bambino è stato messo in incubatrice per un piccolo distress respiratorio. “Ordinaria amministrazione, cose normali per un prematuro di 36 settimane”.
Sono immobilizzata a letto, una cicatrice fresca sulla pancia e gli accessi femorali ancora inseriti nell’inguine che mi costringono a stare nella stessa posizione. Ci resterò per le seguenti 24 ore, fin quando, alle 19:00 del giorno dopo, mi danno il via libera per andare (finalmente) a vedere il mio bambino nel reparto di neonatologia.
Arrivo con la sedia a rotelle e lo vedo lì, piccolo, calmo, nell’incubatrice, un muro di plastica rigida e trasparente a separarci. Il bimbo sta bene, mi dicono, ma forse deve essere trasferito in un ospedale vicino perché gli manca il surfattante, un complesso lipoproteico che lo aiuterebbe a sviluppare del tutto i polmoni ancora immaturi, che in quella struttura non hanno.
Sono di nuovo mamma da poco più di 24 ore e mi trovo a fare i conti con l’idea di vedere mio figlio trasferito in un altro ospedale, più lontano da casa, piccolo, da solo, in una incubatrice. Per fortuna mi tranquillizzano dicendo che i risultati delle analisi fatte, appena arrivati, vanno bene, e scongiurano l’ipotesi del trasferimento.
Torno nella mia stanza esausta, sfinita, ma con meno peso sul cuore; il bimbo resterà lì, nello stesso ospedale in cui sono ancora ricoverata io, saremo insieme anche se separati di qualche decina di metri e da una culla di plastica rigida che non mi permette neppure di toccarlo.
Sono le 22:50, ho spento le luci pregustando l’idea di poter finalmente dormire girandomi anche sul fianco. Bussano alla porta: sono una pediatra e un’ostetrica. La dottoressa, con sguardo dolce, mi spiega che il bimbo deve essere trasferito. Di nuovo?
Il surfattante effettivamente manca, lui ne ha bisogno, ma tranquilla, il trasferimento avverrà con calma, il giorno dopo, senza fretta. Mio marito dovrebbe recarsi in mattinata all’ospedale per sbrigare tutte le pratiche di ricovero, ma sempre con calma.
Le faccio uscire dalla stanza e con il groppo in gola lo chiamo, mentre a casa sta cercando di addormentare il nostro primogenito di due anni e mezzo. Gli chiedo di raggiungermi per parlare della cosa, per capire il da farsi.
Lui arriva, si è fatta mezzanotte e mezzo; mentre stiamo discutendo su come organizzare la giornata del giorno dopo, la stessa pediatra entra di nuovo in camera. Stavolta la sua faccia è meno dolce, e più cupa.
Mamma, se vuoi porto l’incubatrice con il bambino qui in camera per salutarti. L’èquipe dell’altro ospedale è già qua, sono pronti a portarlo via. Ora.
Che significa “ora”? Perché? Cosa è cambiato rispetto a un’ora fa? No, vengo io a salutare mio figlio, rispondo alzandomi dal letto. I dolori del cesareo del giorno prima non esistono più, il dolore per gli accessi femorali rimossi appena dodici ore prima non esistono più. Esiste solo l’angoscia, l’ansia di vedere il mio bambino prima che lo portino via senza che neanche sappia il perché.
Arrivo in neonatologia e vengo abbagliata dalle tute catarinfrangenti degli operatori dell’assistenza, dalle luci altissime, cerco mio figlio tra le incubatrici e non lo trovo; è già pronto, in una incubatrice più grande, con le ruote; pronto ad andare via da me, che lo avevo visto appena cinque ore prima per la prima volta.
“Cos’ha?” chiedo cercando una risposta da qualunque faccia mi ritrovi davanti.
“Ha avuto uno pneumotorace – mi risponde infine il dottore dell’altro ospedale – Ora lo portiamo là e poi… Vediamo-.
Vediamo?
Vediamo?
Che significa “vediamo”? Quanto è grave? Cosa comporta uno pneumotorace, quali rischi corre?
Le mie domande cadono nel vuoto, restano semplicemente nella mia testa, troppo affollata di pensieri che nessuna neomamma dovrebbe avere. Lo vedo allontanarsi nel corridoio, l’incubatrice spinta velocemente dagli operatori, come se fosse una corsa contro il tempo. Mentre lui mi sta lasciando, la sola cosa che io posso fare, stretta nella mia camicia da notte, col pannolone chiuso attorno ai fianchi e la cicatrice che fa sentire la sua fresca presenza, è tornare in camera.
Dove piango, diventando di nuovo figlia tra le braccia accoglienti di mia madre, corsa in ospedale a consolarmi, a supportarmi per una notte intera, in cui le ore non passano mai e ogni minuto il mio cuore è all’erta, nel terrore che il mio telefono squilli e qualcuno, forse mio marito, forse un medico, mi annunci che il mio bambino non ce l’ha fatta.
È solo alle cinque che mio marito mi telefona e cerca, a suo modo, di rincuorarmi: il bambino è stabile, mi dice, i medici sono ottimisti. La giornata è appena iniziata e io sto già sbrigando le pratiche per un trasferimento all’altro ospedale, quella che mi aveva avuta ospite per oltre un mese poco tempo prima e in cui era stato mandato il mio piccolo; affronto il viaggio in ambulanza, 50 km con una ferita fresca di cui ormai non mi ricordo neanche più, varco di nuovo il corridoio del reparto ormai fin troppo conosciuto lottando contro tutti i fantasmi che l’esperienza di oltre un mese aveva lasciato nella mia testa ad aleggiare come ospiti indesiderati. A sera, in pigiama, scendo ed entro per la prima volta nel reparto di Terapia Intensiva Neonatale. Un luogo a cui si accede solo suonando un campanello, dichiarando la propria identità, in cui ogni passo che fai è improvvisamente pesante, lento e in cui pensi che anche il più minimo dei tuoi movimenti possa disturbare.

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Ho infilato il camice verde monouso, la cuffietta, igienizzato le mani in quello che sarebbe divenuto un rituale abituale; e cercando di farmi notare il meno possibile, per non distogliere medici e infermieri dal loro lavoro, mi sono avvicinata allo scrigno trasparente che custodiva il mio tesoro, avvolto dai fili, con il volto per metà coperto dalla maschera dell’ossigeno, gli occhi chiusi.
Quando sono arrivate le mie dimissioni dall’ospedale è semplicemente cambiata la procedura: per dodici giorni, due volte al giorno, io e mio marito siamo saliti in macchina, abbiamo fatto 50 km all’andata e 50 al ritorno, ci siamo infilati i nostri camici verdi monouso e siamo entrati in punta di piedi nella stanza.
Si dice spesso – e a ragione – quanto sia inutilmente fastidiosa la frase “Non sei mamma, non puoi capire”, ma ci sono effettivamente esperienze che non si possono comprendere e vivere appieno se non le si attraversa in prima persona; chi non è mai stata una mamma della Tin non può capire cosa significhi, ogni sacrosanto giorno, entrare in un ospedale sapendo di uscirne senza il proprio bambino. Non sa cosa significhi poterlo toccare solo attraverso il buco dell’incubatrice, stando attentissime a essersi lavate bene le mani, a vivere con il terrore di potergli fare male con quella carezza, di essere dannose per lui.
Non sa cosa voglia dire sapere di non essere tu a nutrirlo, ma vederlo mangiare attraverso un sondino; vederlo, così piccolo, con così poche ore di vita alle spalle, martoriato da tanti piccoli fili infilati nel suo corpicino, e sperare che lui non provi dolore. Sentirsi impotente, perché chiaramente non puoi essere tu a prendere la sua sofferenza al posto suo, e allo stesso tempo, pur essendo sua madre, non sei neanche la sua medicina, in quel momento. Non sei la sua cura.
Ogni volta che la porta della Tin si richiudeva alle mie spalle mi sentivo una mamma vuota, una mamma defraudata; vivevo ma sapevo di vivere una vita incompleta, anche quando ci divertivamo con mio figlio maggiore, quando lo portavamo al parco o al mare. Lo sapevo perché io volevo la nostra vita in quattro, la pretendevo, e in quel momento non la avevo.
Oltre a ciò, il senso di colpa che già accompagna normalmente il viaggio di ogni madre nel mondo così si acuiva e si sdoppiava, per di più: perché percepivo come una colpa il divertirmi con il mio primo figlio e percepivo come una colpa per lui l’essere preoccupata per il bambino che, nell’incubatrice, non aveva ancora conosciuto l’abbraccio di sua madre e di suo padre.
Nessuna mamma della Tin potrà mai dimenticare i suoni della Terapia Intensiva Neonatale; quelli delle macchine dell’ossigeno, quelli degli allarmi. Certi rumori ti restano nella testa a vita.
Nessuna mamma della Tin potrà mai dimenticare l’amarezza di dover fare una carezza alla plastica rigida dell’incubatrice per salutare il proprio bambino, prima di tornare a casa a mani vuote, nell’attesa del viaggio successivo verso l’ospedale.
Nessuna mamma della Tin potrà però mai neppure dimenticare ciò che in una Terapia Intensiva Neonatale si vede: bambini che nascono quando ancora dovrebbero essere custoditi nel ventre materno e che per mesi interi lottano per affermare il proprio diritto alla sopravvivenza, bambini che da quel reparto escono ma anche bambini che da lì, purtroppo, non usciranno mai.
Per noi sono stati “solo” dodici giorni, e, benché il dolore non sia una competizione né pretenda di essere più o meno legittimato dalle circostanze, posso senza ombra di dubbio affermare che, al netto dell’angoscia con cui li abbiamo vissuti, siamo stati fortunati a poter riabbracciare il nostro bambino in un tempo tutto sommato piuttosto breve, lasciando nel reparto genitori stanchi, con le occhiaie, lo sguardo pesante e la speranza nel cuore, che erano già lì prima di noi e hanno continuato a esserci dopo di noi. Genitori i cui volti, le cui storie, non posso dimenticare, e a cui auguro con tutto il cuore che il loro epilogo sia stato lo stesso nostro.

Le moderne unità di terapia intensiva neonatale sono dotate di incubatrici di ultima generazione, dispositivi in grado di salvare la vita a molti ...
Oggi stringo il mio bambino tra le braccia, lo guardo mentre ride, si rotola, impara a stare seduto, scopre di avere i piedi; annuso il profumo della sua pelle di latte e affondo il naso tra i capelli che si stanno allungando. Lo guardo e vedo un bambino diverso rispetto allo scheletrino portato a casa dopo dodici giorni di Tin, a cui tutti i vestiti stavano enormi e con la pelle in eccesso sulle cosce non ancora riempite. Vedo un bambino, sano, felice, che non ricorderà mai l’involucro di plastica rigida che gli ha fatto da culla dalla sua venuta al mondo e per i primi dodici giorni della sua vita, non ricorderà la maschera dell’ossigeno che gli lasciava scoperti solo gli occhi né i fili che ha avuto nel corpo.
Per fortuna, lui ricorderà solo l’abbraccio di sua madre e di suo padre, i dispettucci del suo “fratellone” e il profumo di casa. Ma la sua mamma, e ovviamente il suo papà, ricorderanno per sempre quanto possa essere abissale la paura, quali profondità possa toccare.
Ricorderò per sempre l’angoscia di quella notte, i pensieri confusi, le parole del dottore, l’abbraccio di mia madre che nonostante il sonno non ha mai chiuso gli occhi per vegliarmi mentre io non potevo vegliare il mio bambino, la corsa in auto di mio marito, disperata, rabbiosa, dietro all’ambulanza che lo portava in un altro ospedale. Ricorderò i suoni, le luci, gli odori, perché non potrei dimenticarli neppure se volessi.
Ma poi guarderò il mio bambino, e mi ricorderò anche di quanto sono stata fortunata.