Chi sono gli atèfani, ovvero i genitori che perdono i figli

Atèfani potrebbe diventare un neologismo, per indicare quei genitori che hanno perso un figlio o una figlia. Ecco come nasce e chi è stato coinvolto.

Film e libri spesso usano espressioni come questa: “Non c’è tragedia più grande, per un genitore, che la morte di un figlio o di una figlia”. Ed è vero: è considerato non naturale. L’idea alla base dell’esistenza umana è che si muoia dopo i propri genitori, dopo aver fatto la propria vita. Però da sempre i figli muoiono, a volte in modo improvviso o inaspettato. Accadde perfino a William Shakespeare, che perse il figlio Hamnet di soli 11 anni, si ritiene forse per un’epidemia di peste, sebbene poi Neil Gaiman in Sandman abbia fornito un’ipotesi decisamente fantasiosa al mistero.

Nei secoli passati figli e figlie morivano per le malattie, per la mancanza diffusa di igiene, per tutti quei fattori che il processo scientifico ha molto attenuato. Oggi i propri figli continuano a morire: per un tumore, un incidente stradale, una malattia rara, spesso genetica. Ma, mentre “orfano/orfana” definisce i figli che hanno perso i genitori, non c’era ancora una parola per esprimere lo status di genitore, di madre o padre, che ha perso un figlio. Ora questa parola ci potrebbe essere: atèfani (o atèfano al singolare).

Chi sono gli atèfani: significato del termine

Gli atèfani sono coloro che hanno perso un figlio o una figlia prematuramente, e che finora non hanno avuto neppure un’espressione che potesse raccontare il loro stato doloroso. Perdere un figlio rappresenta davvero un grande dolore: alcuni genitori immaginano progressi e percorsi di vita – l’istruzione, l’amore, le amicizie, il lavoro – fin dalla prima volta che ricevono in braccio la propria prole, che sia biologica o adottata, ma con la morte di un figlio questi sogni si interrompono.

L’etimologia del neologismo

Atèfani è una parola che proviene dal greco antico e consta di tre parti:

  • l’iniziale a- come alfa privativo;
  • la radice té- da téknon, che vuol dire figlio;
  • la desinenza -fano da orphanos, che vuol dire orfano nel senso più ampio del termine, ovvero privo o mancante.

Il termine non è ancora un neologismo: occorre infatti che venga approvato dagli organi che in Italia presiedono la linguistica. Un termine di solito entra nell’uso quando viene utilizzato da molti parlanti e scriventi (o anche digitanti, dato che con la nascita dei social network è nato di fatto un diverso canale diamesico di espressione), però stavolta c’è un movimento di opinione pubblica che chiede a gran voce all’Accademia della Crusca, alla Treccani e alle altre istituzioni, che questa parola entri nei dizionari.

Un movimento di opinione trasversale

Il movimento di opinione pubblica nasce in seno alla campagna condotta dall’associazione “Rachele Franchelli – Uno sguardo senza confini Aps”. L’associazione di promozione sociale è sorta nel 2024, a seguito della morte di una ragazza ligure che era affetta da un raro tumore. Di Rachele ha detto la sua mamma Silvia Ravera alla Rai:

Mia figlia è mancata all’età di 16 anni per un tumore al cervello e oggi vogliamo essere di aiuto a tutte le famiglie che, come noi, hanno affrontato quel dolore senza nome.

Il consiglio della Regione Liguria, sensibile all’argomento, si è fatto promotore della diffusione del termine atèfani, a partire dal primo firmatario dell’ordine del giorno di promozione, il vicepresidente del consiglio regionale Francesco Graglia, di Forza Italia, che vuole “dare voce alle famiglie che hanno vissuto questa terribile tragedia e chiedono di poter essere riconosciute nel loro stato di dolore davanti agli altri e davanti alle istituzioni”. Graglia ha commentato all’Ansa durante la presentazione della proposta a Torino:

Ritengo fondamentale dare un nome alle persone che vivono questa tragedia per renderle visibili, con l’obiettivo finale di garantire loro delle tutele.

La proposta è però trasversale e appoggiata da tutti i partiti, perché la questione può riguardare tutte le famiglie. Un altro firmatario è per esempio Domenico Rivetti del Partito Democratico, che ha spiegato, sempre alla Rai:

Non capita spesso di commuoversi nell’aula del consiglio regionale.

Ora bisognerà attendere per sapere come si orienteranno l’Accademia della Crusca e le altre istituzioni linguistiche, ma di fronte al dolore delle persone e a un etimo perfettamente studiato, è molto probabile che la proposta sia accolta.

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