Lutto perinatale, riconoscerlo e affrontarlo - GravidanzaOnline

“Perché a me?” Quel dolore per la perdita di un figlio mai nato

Il percorso di elaborazione del lutto perinatale raccontato da chi è impegnato nel supporto delle coppie che stanno affrontando una perdita che spesso non viene riconosciuta come tale.

Avevo intenzione di dirlo appena avrei avuto esito dell’esame, mettendo una foto della pancia e scrivendo un bel post“: sarebbe stato un annuncio come i molti che occupano i social, un modo per raccontare alla propria porzione di mondo l’arrivo di un bambino. Poi una visita di routine, quel “non c’è battito“, e quindi, racconta una giovane mamma, “il baratro”:

Dovrò ritornare alla vita di tutti i giorni e dovrò affrontare i visi dispiaciuti di chi lo sapeva. […] Dovrò vedere altre mamme con le carrozzine, con le pance, e so che sarà un dolore immenso, è un lutto, un nero profondo che ti schiaccia, vorresti cancellare tutto, forse vorresti semplicemente non fosse vero, non ti fosse capitato… continuo a piangere e chiedermi perché a me? Perché a me?

È uno dei – molti – racconti personali che si trovano sul portale dell’associazione Ciao Lapo, che da 12 anni supporta le donne e le coppie che affrontano un lutto perinatale. “In Italia sono circa 120mila le gravidanze che si concludono con aborti spontanei – spiega Claudia Ravaldi, presidente dell’associazione – e ogni anno si effettuano circa 4mila aborti terapeutici. In media una gravidanza su 6 non va a buon fine, ci sono dalle 1.500 alle 1.600 perdite in utero e altrettante perdite di bambini nati vivi, che muoiono perché prematuri o per patologie“.

L’associazione è nata dall’impegno di Claudia Ravaldi, psichiatra e psicoterapeuta, e di suo marito Alfredo Vannacci, che hanno sperimentato in prima persona la perdita di un figlio e hanno poi fondato la onlus Ciao Lapo, che si muove, spiega Claudia, con un taglio psicoeducativo e un approccio sanitario, ma anche preventivo, perché “un terzo dei lutti lasciati soli porta a un disturbo mentale”:

Abbiamo ancora l’idea che se non era nato non è proprio un lutto conclamato e gravissimo. È una credenza popolare che non è confermata dalle parole dei genitori: per molti il dolore è grandissimo indipendentemente dal fatto che il figlio fosse nato oppure no. Non è sensato che gli altri, e soprattutto gli operatori, sminuiscano il loro sentire: un lutto si elabora solo se si conosce, se mi vergogno di quello che sto provando e non ne parlo quel dolore rimane lì, anche per molti anni.

“Si fa ancora fatica a riconoscerlo come lutto”

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Anche le parole sono importanti: “Quando una coppia perde un figlio non ancora nato non si dice ‘condoglianze’, quelle persone non si sentono quindi libere di assumere i comportamenti sociali del lutto. Molte persone che vengono da noi addirittura ci chiedono se ci occupiamo anche di ‘piccoli lutti‘ o ‘incidenti di percorso’. Per noi anche l’infertilità può essere intesa come un lutto a tutti gli effetti, perché ha a che fare con la perdita di una capacità“.

L’associazione Ciao Lapo oggi conta 16 punti di ascolto in altrettante regioni d’Italia, con gruppi di auto aiuto, volontari e operatori sanitari: “Le persone spesso non sanno dove andare né a chi rivolgersi. Sul nostro sito abbiamo aperto un forum, che è pubblico, dove raccontarsi, poi ci sono dei gruppi chiusi in cui potersi confrontare. Tanti ci scrivono anche solo per un sostegno epistolare“.

Per la settimana dal 13 al 20 ottobre, in occasione della Giornata mondiale dei bambini mai nati Ciao Lapo organizza diversi eventi:

“Il lutto non è una malattia, ma bisogna esplorarlo”

Nel momento in cui – un tempo per la mancanza di strutture adeguate, oggi anche per quella forma di pudore e resistenza al dolore stesso – non si affronta un lutto come quello perinatale, spiega Claudia, “la depressione post partum con i nuovi figli è molto più frequente, raggiunge il 30%. L’impatto di un lutto non risolto, poi, si riflette sul benessere stesso dei bambini nati dopo e gli studi hanno dimostrato che aumentano i disturbi dell’età evolutiva e dell’apprendimento“.

L’intento, precisa Claudia, “non è allarmare: il lutto non è una malattia né lo diventa, ma se lo lasciamo lì è come avere una ferita non disinfettata, può essere la porta d’ingresso di ulteriori complicanze. Non è un problema di cui avere paura ma bisogna esplorarlo, è difficile che chi lo sperimenta ne esca come se niente fosse“.

A rendere più complicato il percorso c’è una diffusa idea che quel tipo di dolore abbia quasi una minore dignità rispetto ad altri: “Molte donne – continua Claudia – si sentono in colpa se a distanza di tempo soffrono ancora. Spesso si sentono dire ‘ma come, stai ancora male?’ È una forma di violenza, perché ognuno ha diritto a vivere il proprio dolore e a esprimerlo: non va sovratrattato né bisogna mettere tutti in terapia: se ognuno fa il suo lavoro non c’è sempre bisogno di un percorso psicoterapeutico“.

“Non puoi delegare un lutto, devi affrontarlo”

Più l’intervento è tempestivo più sarà efficace: “È fondamentale incontrare le donne nei primi mesi dell’evento, capire che bisogni hanno, cosa possono fare e cosa no. Garantire loro un trattamento il più possibile personalizzato: c’è chi ha bisogno di parlare con altri genitori che stanno affrontando la stessa situazione, chi invece vuole parlare solo con i medici, per altri ancora è un percorso di tipo spirituale. Non c’è una risposta univoca, anche per questo bisogna lavorare in modo integrato: un percorso che è iniziato con noi e che oggi ha fatto molti progressi“.

Relegare il lutto e provare a “dimenticarlo”, spiega la presidente di Ciao Lapo, è controproducente: “Il lutto non si risolve delegando, se non prendi il tuo tempo per affrontarlo ogni attività risulta fine a se stessa. Il lutto non si elabora con il semplice scorrere del tempo, aspettando che passino i canonici 18 mesi: è un percorso a tappe, soste e chiarimenti. Le mamme che incontriamo ci insegnano che se molli e ti chiudi in te stessa il lutto può restare congelato per anni“.

E gli uomini? Non soffrono meno, ma soffrono in modo diverso

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Oltre al percorso personale della donna che affronta a perdita del figlio che aveva fisicamente dentro di sé c’è la dimensione paterna, spesso trascurata: “Una delle sfide che affrontiamo – continua Claudia – è pacificare gli animi rispetto alle differenti modalità di elaborare il lutto. Uomini e donne hanno modi diversi di reagire alle emozioni: i padri vivono il lutto ma vogliono salvaguardare le madri, si dimenticano di sé per mesi e a volte anni, spostano l’attenzione e spesso c’è una sorta di asincronia nei tempi e nei modi del lutto. Non è facile nella coppia trovare un ritmo, se uno lo sa non si lascia prendere dallo sconforto“.

A 12 anni dalla nascita dell’associazione, conclude Claudia, “posso dire che c’è stata un’attenzione crescente, abbiamo ottenuto molti risultati importanti, ma è importante non lasciare sole le persone che stanno affrontando la perdita di un figlio mai nato“.

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