Cerchiaggio dell'utero: cos'è e a cosa serve - GravidanzaOnLine

Cerchiaggio dell’utero: una tecnica salva-gravidanza

Quando il collo dell’utero non funziona regolarmente, bisogna ricorrere al cerchiaggio, una tecnica per prevenire il rischio di un parto prematuro.

Avete mai sentito parlare di cerchiaggio? Si tratta di una tecnica salva-gravidanza, che aiuta la donna a dare alla luce il suo bambino quanto più vicino possibile alla data presunta del parto. La procedura, per niente rischiosa, è effettuata dal ginecologo e consigliata dallo stesso, quando si rende conto che la cervice (o collo) non svolge perfettamente le sue funzioni. Scopriamo meglio cos’è il cerchiaggio dell’utero in gravidanza, a cosa serve e in cosa consiste la tecnica.

Cerchiaggio dell’utero: cos’è?

Il cerchiaggio è una tecnica che permette di sigillare il collo dell’utero, per evitare il parto prematuro. Durante i normali controlli ginecologici, il medico capisce se è necessario intervenire o meno. La procedura è effettuata dal ginecologo stesso, che decide di farla se nota che il collo dell’utero è pervio, ovvero fa passare la punta del dito. Prima di intervenire, è necessaria un’ecografia transvaginale che confermi il parere medico. Solo in questo caso si può ricorrere a questo intervento, che ha una breve durata.

A cosa serve il cerchiaggio dell’utero?

Alla luce di quanto spiegato, il cerchiaggio serve a prevenire possibili minacce d’aborto. Affinché ciò non accada, il medico deve valutare quando e se deve effettuarlo.

Esistono tre tipologie di cerchiaggio: preventivo, terapeutico e d’emergenza. Il primo si effettua sulle donne che hanno avuto precedentemente parti pretermine o aborti. L’altro va fatto quando il ginecologo rileva una situazione di incontinenza e cervice accorciata e leggermente dilatata. Si ricorre al cerchiaggio d’emergenza quando si riscontrano infezioni dovute proprio all’apertura anticipata del collo dell’utero rispetto alla data del parto.

Come si effettua il cerchiaggio dell’utero?

Cerchiaggio dell'utero

Il cerchiaggio è un intervento chirurgico e come ogni procedura di questo tipo richiede un’anestesia, che potrà essere spinale o generale. La procedura, che dura all’incirca una decina di minuti, consiste nell’inserimento di una fettuccia intorno alla cervice, affinché sia sigillata. La striscia inserita è in materiale sintetico e biocompatibile, alta un centimetro circa e serve per tenere chiusa la cervice.

In caso si cerchiaggio preventivo, la procedura viene effettuata tra la 13esima e la 15esima settimana di gravidanza. Invece quello terapeutico tra la 18esima e la 22esima settimana, perché il problema viene diagnosticato solo in seguito, durante il corso della gravidanza.

Dopo il cerchiaggio: conseguenze e consigli

Dopo che il medico è intervenuto, bisogna prestare particolare attenzione per evitare che il il cerchiaggio si rompa. In alcuni casi può capitare che non tenga, per questo motivo alla donna, che si è sottoposta a questa procedura, si chiede di effettuare più visite dal ginecologo di fiducia. Sono inoltre richiesti tamponi vaginali, per verificare il perfetto stato di salute della cervice. Qualora si dovessero notare fili pendenti o anomalie, è necessario contattare immediatamente il medico.

Una buona forma di prevenzione, per far sì che il cerchiaggio non si rompa, è quella di evitare di avere rapporti sessuali in gravidanza. Penetrazione e orgasmo provocano contrazioni e lo sfregamento sollecita la zona genitale. Non è è detto che il rischio di abortire sia dietro l’angolo, ma è bene prendere in considerazione l’opportunità di astenersi dall’attività per far sì che tutto proceda per il meglio.

La donna che si sottopone al cerchiaggio può partorire naturalmente, tranne nel caso in cui si aspettino gemelli. Tra la 35esima e la 36esima settimana il ginecologo rimuove la benda dalla cervice, semplicemente tagliandola. Di solito, dopo questa procedura rapida e indolore, si hanno le contrazioni che conducono al parto. Paradossalmente, dunque, la rimozione del cerchiaggio facilita il parto naturale, che potrà avvenire in qualsiasi struttura ospedaliera. Non c’è alcun bisogno di rivolgersi a una clinica specializzata, a meno che non si riscontrino altre problematiche nel corso dei 9 mesi di attesa. In tal caso potrebbe essere utile dare alla luce il bambino in una struttura che abbia la TIN (terapia intensiva neonatale).

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