Mobbing in gravidanza, perché fa male anche al bambino

Essere bullizzate e subire mobbing in gravidanza da chi dovrebbe tutelare non solo la salute dei dipendenti ma anche il loro benessere psicologico non è un fenomeno così inconsueto. E molto spesso il passaggio dall’annuncio del nuovo arrivo (e del conseguente periodo di maternità prima e dopo la nascita) è seguito da dispetti, episodi spiacevoli, discriminazioni. Fino all’addio del posto di lavoro della mamma.

Una ricerca pubblicata sulla rivista Journal of Applied Phsychology e guidata da un team tutto al femminile che si chiama Examining the effects of perceived pregnancy discrimination on mother and baby health ha svelato che questa forma di violenza psicologica non è un male solo per la mamma che ne subisce lo stress direttamente, ma anche per il feto, causandone problemi di peso alla nascita ma anche rallentamenti di crescita mentre è nel pancione.

Le scienziate e psicologhe che hanno portato avanti lo studio si chiamano Kaylee Hackney della Baylor University; Shanna Daniels, Samantha Paustian-Underdahl e Pamela L. Perrewé della Florida State University; Ashley Mandeville della Florida Gulf Coast University e Asia Eaton della Florida International University. Secondo loro bisognerebbe parlare ad alta voce di questi temi per scardinare un atteggiamento sbagliato, pericoloso e messo in atto per spingere la persona a dimettersi senza storie, nel silenzio.

La scienza ha confermato che il mobbing in gravidanza fa male anche al bambino

I numeri del mobbing in gravidanza sono spaventosi, ma spesso taciuti e quindi non realistici. Quelli che si conoscono sono solo la punta di un iceberg: la ricerca ha svelato che negli ultimi 10 anni, solo negli Stati Uniti, le donne che hanno denunciato abusi e discriminazioni sul lavoro in gravidanza sono state oltre 50 mila. Lo studio di Antonio Marchini che si chiama Guida al Mobbing riprende dei dati allarmanti anche in Italia, diffusi dall’Osservatorio Nazionale Mobbing e relativi al quinquennio 2010-2015: 800 mila donne costrette a dimettersi o licenziate in quanto madri; un incremento del 30% di casi di mobbing da maternità; 4 madri su 10 costrette a dimettersi post-partum. Fenomeni diffusi soprattutto al Sud ma anche al Nord Ovest, con Milano capofila delle metropoli in cui gli episodi di mobbing in gravidanza sono più frequenti.

Quante sono quelle che non parlano e accettano di dimettersi senza combattere, oltre le analisi portate avanti dagli esperti? In un contesto economico in cui tenersi il lavoro diventa una sfida anche senza figli, la posta in gioco quando si è madri raddoppia. Sebbene la maternità dia un valore aggiunto alla creatività in ufficio, spesso la gravidanza viene vista come un attacco alla produttività. E la reazione di chi dovrebbe garantire la serenità dei dipendenti diventa un boomerang che non fa male solo alla mamma, ma anche al bambino.

Lo studio Examining the effects of perceived pregnancy discrimination on mother and baby health infatti non snocciola solo i numeri di questo fenomeno già di per sé allarmanti, ma cerca di individuarne gli effetti. Il team di psicologhe ed esperte ha seguito più di 200 donne nel periodo della gravidanza e in quello del ritorno al lavoro subito dopo la maternità. La discriminazione nei confronti delle donne incinte rimane uno dei fenomeni più diffusi e causa maggiore possibilità di depressione post partum e problemi di peso nei loro bambini, di crescita del feto durante la gravidanza in particolare.

Depressione post-partum: i 5 segnali per riconoscerla

Alcune delle donne che si sono prestate all’esperimento sono tornate al lavoro e hanno avuto a che fare con capi aggressivi, demansionamenti, attacchi verbali e violenze psicologiche: le conseguenze messe in luce dallo studio sono state l’accentuazione della depressione post partum anche in casi di parto sereno e situazioni familiari stabili.

Come hanno raccontato a Bloomberg.com le dottoresse coinvolte nello studio, questa ricerca si focalizza su un campione di donne principalmente bianche, quindi in generale meno discriminate soprattutto nel contesto sociale americano. In futuro andranno a seguire le gravidanze di donne di origini afroamericane per intersecare i dati della discriminazione razziale con quelli del mobbing in gravidanza e scoprire e svelare i retroscena del lavoro delle donne che diventano “problematiche” solo in quanto madri.

La soluzione secondo loro? Il dialogo. Il team di esperte che ha messo in luce il collegamento tra stress e mobbing in gravidanza con chiare conseguenze sul feto oltre che sulla madre ha spiegato che l’unico modo per non entrare in situazioni che discriminano le donne e le portano a rinunciare al lavoro per essere madri è discutere di ciò che vogliono.

Non sempre ridurre il lavoro di una donna incinta solo perché aspetta un bambino è la soluzione. Il capo lo fa con le migliori intenzioni ma possono essere fraintese. La soluzione è chiedere sempre all’impiegata le sue preferenze, senza fare di testa propria.

Chiudere la spirale di dimissioni e licenziamenti “forzati” da una gravidanza si può. E questa ricerca che svela gli effetti psicologici sulla madre e quelli sulla salute del bambino forse servirà a smuovere un po’ le acque per spingere le donne a denunciare e a tenersi un lavoro a cui non devono rinunciare.

Articolo originale pubblicato il 27 luglio 2020

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