La displasia broncopolmonare nei neonati pretermine: verità e falsi miti

La displasia broncopolmonare è una patologia respiratoria cronica che colpisce un gran numero di neonati pretermine. Gli esperti della Sip hanno cercato di fare luce su questa patologia, sfatando alcune false credenze.

Tra le malattie respiratorie dei bambini, oltre all’asma bronchiale e al virus sinciziale, vi è la displasia broncopolmonare (BPD).

Questa è considerata la principale patologia respiratoria cronica nei neonati pretermine, e come riportato su Pediatria, la rivista della Società Italiana di pediatria (Sip):

Viene clinicamente definita dalla persistenza di ossigenoterapia oltre il 28° giorno di vita. Fattori di rischio antenatali, perinatali e postnatali si combinano su un substrato genetico.
Il danno polmonare iniziato in epoca neonatale prosegue, determinando un rimodellamento del distretto alveolo-vascolare e delle vie aeree.

E continua:

Un monitoraggio di tipo multidisciplinare permette di valutare la funzionalità respiratoria e la funzione cardiovascolare, ma anche la crescita, lo sviluppo neuro-motorio e psico-comportamentale. Tale approccio rappresenta il cardine per poter garantire una qualità di vita adeguata di fronte ad una patologia con ancora numerosi punti di domanda.

Sulla questione della displasia broncopolmonare le dottoresse Amelia Licari del Dip. Salute della Donna e del Bambino – Pediatria Policlinico San Matteo Università di Pavia e Giulia Roberto della Scuola di Specializzazione in Pediatria del Policlinico San Matteo Università di Pavia hanno voluto sfatare alcuni falsi miti e spiegare realmente quali sono i fattori di rischio di questa malattia.

A oggi la displasia broncopolmonare è in aumento. Vero

Secondo quanto riportato su Pediatria, l’incidenza della displasia polmonare a oggi è in aumento e il motivo di questo fenomeno è riconducibile alla maggiore sopravvivenza dei neonati pretermine.

Dati americani riportano che 50.000 nati prima della 28° settimana sviluppano la displasia broncopolmonare nel 35% dei casi. L’incidenza è inversamente proporzionale all’età gestazionale alla nascita. Uno studio condotto su 9575 neonati estremamente pretermine ha evidenziato un’incidenza di BPD durante il ricovero dell’85% a 22 settimane di età gestazionale, con una graduale riduzione all’aumento dell’età gestazionale, fino al 23% a 28 settimane.

La displasia broncopolmonare è dovuta unicamente ad un arresto dello sviluppo polmonare conseguente alla nascita prematura. Falso

Questa patologia polmonare è connessa a diversi fattori, come il basso peso alla nascita e la nascita prematura.

Accanto a questi, considerati i fattori di rischio principali, gli esperti segnalano anche la genetica, l’arresto di crescita intrauterino, il sesso maschile, la corioamnionite, la preeclampsia, l’etnia caucasica e l’esposizione al fumo in gravidanza.

La definizione di displasia broncopolmonare è andata incontro a numerose modifiche negli ultimi 50 anni. Vero

Come riportato sulla rivista della Società italiana di pediatria (Sip):

Attualmente la definizione del NICHD identifica sei categorie, in base al grado di severità e all’età post-mestruale. L’evoluzione della definizione si riflette nel fenotipo istologico: nella vecchia BPD prevaleva un quadro caratterizzato dalla formazione di membrane ialine post-traumatica (ventilazione meccanica, ossigenoterapia), mentre nella nuova BPD si assiste ad arresto globale dello sviluppo alveolare e delle vie aree ad uno stadio evolutivo precoce (stadio sacculare).

I neonati con displasia broncopolmonare dimessi con ossigenoterapia domiciliare hanno alti fabbisogni d’ossigeno. Falso

Non è vero che tutti i neonati affetti da displasia polmonare hanno alti fabbisogni di ossigeno; infatti, i dati rivelano che circa un quarto dei neonati estremamente pretermine viene dimesso con ossigenoterapia domiciliare a basso flusso.

E una volta che vi è stabilità respiratoria, un’ottima crescita staturo-ponderale e la risoluzione di una eventuale ipertensione polmonare la terapia, secondo gli esperti, può essere sospesa.

I corticosteroidi non possono prevenire lo sviluppo della displasia broncopolmonare. Vero

Sull’uso dei corticosteroidi gli esperti Sip hanno affermato che:

In virtù della loro potente azione antinfiammatoria, i corticosteroidi sono stati ampiamente utilizzati nelle prime settimane dopo la nascita con lo scopo di prevenire e trattare la BPD. Ad oggi manca un consenso sul tipo, la dose, i tempi e la via di somministrazione di corticosteroide in epoca postnatale. Una recente meta-analisi suggerisce l’utilizzo di idrocortisone a basse dosi per aumentare la sopravvivenza dei neonati “very preterm” senza BPD.

Inoltre, sempre riguardo l’uso dei corticosteroidi questi farmaci possono essere somministrati in caso di sintomi molto gravi, purché gli effetti siano attentamente monitorati e tenuti sotto controllo.

È fondamentale un follow-up a lungo termine per il monitoraggio clinico e della funzionalità polmonare nei bambini con displasia broncopolmonare. Vero

I neonati con displasia broncopolmonare possono sviluppare anomalie a livello dell’apparato respiratorio anche in età adulta e durante l’adolescenza.

Ma non è tutto, poiché questi pazienti sono a maggiore rischio di ipertensione polmonare e malattie cardiache; per tale ragione, è necessario monitorare continuamente il loro stato di salute.

Non vi è indicazione a effettuare nei bambini con displasia broncopolmonare indagini strumentali. Falso

Le indagini strumentali sui bambini affetti da displasia broncopolmonare sono utili per monitorare i casi più gravi e acuti. Queste le parole degli esperti:

Come indicato nella Task Force ERS, l’imaging polmonare (HRCT torace, MRI) può essere utile per monitorare sottogruppi di pazienti con BPD, ad esempio in caso di BPD severa, sintomatologia respiratoria grave, frequenti ospedalizzazioni. Sono necessari ulteriori studi per esaminare il valore predittivo dell’imaging polmonare sugli esiti a lungo termine in bambini con BPD.

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