Gestire crisi, atteggiamenti pericolosi, violenti o aggressivi non è mai facile per un genitore. Punire? Parlare? Essere severo e autoritario? O applicare l’educazione gentile e aiutare i figli attraverso l’empatia? Qual è il metodo migliore?

Time-in e time-out sono due approcci per affrontare i comportamenti indesiderati, che puntano al medesimo obiettivo attraverso due approcci opposti. Vediamo come funzionano.

Cosa sono time-out e time-in?

Time-out e time-in sono due tecniche educative per gestire i comportamenti indesiderati dei bambini. In entrambi i casi il focus è spingere i piccoli a riflettere sulle conseguenze delle proprie azioni, cercando di dissuaderli dal ripetere l’atteggiamento scorretto.

Nel primo caso, però, il bambino viene isolato a riflettere da solo, nel secondo l’adulto è presente e lo supporta nel recupero dello stato di calma e nell’elaborazione dei propri sentimenti.

Come funziona la tecnica del time-out?

Un time-out viene spesso adottato quando un bambino mostra un comportamento indesiderato, come lanciare qualcosa o colpire qualcuno, e viene rimosso dalla situazione per essere messo in isolamento. Il bambino viene allontanato dalle cose “divertenti”, e non riceve alcuna attenzione durante questo periodo di tempo, non può interagire con i suoi genitori o con nessun altro e viene invitato a “riflettere su quello che ha fatto”.

Molti genitori, e talvolta anche educatori, che utilizzano questo metodo hanno a disposizione un angolo di pausa o una “sedia cattiva”, anche conosciuta come “sedia camomilla”, “sedia della riflessione”, “sedia della calma”.

In molti casi, per i time-out viene adottata una pratica che prevede che un bambino abbia un minuto di time-out per ogni anno di età, ma in alcuni casi si arriva a un massimo di 3.

Vantaggi e limiti del time-out

I time-out sono una forma di “punizione mediante rimozione” e spesso sono raccomandati dai pediatri o figure professionali per modificare i comportamenti indesiderati. Secondo questa teoria, il time-out funziona perché è noioso e ai bambini non piace annoiarsi. Questo tecnica è particolarmente raccomandata per i casi più problematici, come atteggiamenti che mettono a rischio il bambino (come scappare per la strada), violenti, nei casi in cui vengano infrante le regole familiari o in cui il bambino non rispetti un avvertimento.

Secondo molti esperti dell’infanzia, però, questo approccio sarebbe da evitare: il time-out è una risposta solo al comportamento del bambino, e non al motivo sottostante per cui il bambino potrebbe farlo cercare di comunicare, ad esempio i propri sentimenti o bisogni. Il bambino, quindi, viene allontanato da un ambiente amorevole e piacevole e messo in isolamento durante un momento stressante. Invece di ricevere assistenza per la situazione di vulnerabilità in cui si trova, riceve una punizione.

Non solo: per funzionare, è necessario che il bambino abbia la capacità di fare connessioni tra le sue azioni e il fatto di ritrovarsi isolato e senza supporto. Ma per i bambini è estremamente difficile regolare le proprie emozioni da soli e nella maggior parte dei casi il bambino interpreterà l’isolamento come un segno che i propri sentimenti sono cattivi e che per questo non può stare assieme alle altre persone.

Come ha spiegato Alli Beltrame in una puntata del suo podcast “L’educazione responsabile” dedicata proprio alla “sedia camomilla”,

Dare un limite a un bambino che sta esagerando è un’azione educativa sana e necessaria e non significa bloccare la sua vivacità o cercare di modificarne l’indole. […] Se io ti allontano tu percepisci “eh no, così non vai bene, ti accetterò solo quando sarai cambiato”. Ma come può un bambino migliorare se nessuno gli fa vedere come si fa? Per un bambino agitato, arrabbiato, essere bloccato, isolato, lasciato solo a piangere sulla seggiolina finché non si calma non aiuterà sicuramente a capire le ragioni degli altri, anzi lo lascerà ancora di più nella sua collera, che poi si trasformerà in rancore e questo rancore poi si tramuta in sfiducia verso la persona che gli impone questo time-out in isolamento e piano piano, se diventano azioni ricorrenti delle sue figure di riferimento – quindi se lo fa la maestra, poi lo fanno anche a casa – è probabile che perderà un po’ di fiducia negli adulti, che invece dovrebbero essere il riferimento principale nei momenti di difficoltà.

Come funziona la tecnica del time-in?

Anche il time-in è pensato per far riflettere il bambino sul proprio comportamento, quello che cambia è il modo in cui questo viene fatto.

Durante questo tempo, infatti, il bambino riceve il supporto del genitore o del careviger per regolare le proprie emozioni e aiutarlo a sentirsi meglio quando è arrabbiato e ha comportamenti scorretti. Invece di allontanare il bambino e isolarlo con i suoi sentimenti di rabbia, senso di colpa o vergogna per quanto accaduto, durante il time-in genitori ed educatori cercano di rappresentare un modello di uno stato di calma e supportano il bambino nell’elaborazione di quello che è successo, lavorando insieme sui propri sentimenti.

Un documento dell’Australian Capital Territory, che suggerisce di applicare questo metodo invece del time-out, suggerisce alcuni consigli da utilizzare per incoraggiare il time-in nei momenti in cui un bambino si comporta male:

  • Potrebbe essere necessario allontanarsi per un momento per essere sicuri di sentirci abbastanza calmi per poter sostenere il bambino. Un adulto emotivamente turbato non può aiutare un bambino a regolare le proprie emozioni;
  • Quando ci sentiamo calmi, possiamo sederci vicino al bambino nella stanza o prenderlo in braccio;
  • Rassicuriamo il bambino spiegando che siamo lì, usando una voce calma e spiegando che i sentimenti che prova passeranno;
  • Rassicuriamo il bambino dicendo lo amiamo anche se hanno commesso un errore, spiegando che è ancora valido e amato;
  • Usiamo strategie per tranquillizzare il bambino, come esercizi di respirazione, le bolle, dondolarsi o rimbalzare su un trampolino;
  • Non discutiamo del comportamento sbagliato finché il bambino non si sarà calmato e riconnesso con noi. Poi, possiamo discutere di come si sentiva, cosa faceva, cosa stava cercando di dirci e come è possibile fare le cose diversamente se si sente di nuovo allo stesso modo.

Vantaggi e limiti del time-in

Con il time-in i bambini vengono supportati attraverso i sentimenti imparando che possono andare dalle figure adulte di riferimento quando si sentono sopraffatti, invece di insegnare loro di nascondere i propri sentimenti o che devono affrontare questi sentimenti da soli, qualcosa cosa che spesso i bambini non sono attrezzati per fare.

I limiti, spiega ancora Beltrame, sono fondamentali per i bambini, ma è importante veicolarli nel modo giusto:

Non si tratta di essere autoritari e severi ma di insegnare ciò che è consentito e cosa non lo è, quindi non ti lascio fare tutto quello che vuoi se è lesivo per gli altri per l’ambiente che ti circonda e non sto neanche certo qui a farmi picchiare o assistere al pestaggio di fratelli o compagni. Con fermezza ti fermo e ti sposto dalla situazione conflittuale per proteggere gli altri ma per proteggere anche te, fisicamente ed emotivamente, perché penso che in questo momento la vittima di te stesso sei proprio tu, delle tue emozioni, della tua incapacità di esprimere un bisogno e chissà cos’altro. Ma resto con te, mi interesso di te, di cosa ti sta succedendo, perché ti stai comportando così cosa stai cercando di dire cerchiamo di capirlo insieme ecco è così che si trasmettono dei valori fondamentali come l’empatia l’esplorazione di sé e l’autocontrollo.

Qual è la tecnica educativa più efficace?

Secondo alcuni studi, i time-out possono essere punizioni adeguate, ma solo se fatti bene, perché se non utilizzati correttamente possono lasciare il bambino isolato e persino più arrabbiato. Non dovrebbero essere frequenti e devono durare solo pochi minuti. Dopo aver terminato un time-out, il bambino dovrebbe ricevere un feedback positivo e ristabilire una connessione con il genitore.

Il time-in può rappresentare un’alternativa in cui il caregiver entra in empatia con il bambino in difficoltà e lo fa sentire ascoltato mentre lo aiuta a calmarsi. Avere un adulto presente per aiutare il bambino a dare un nome ai suoi sentimenti, conforto e guida su metodi alternativi di espressione è ciò che potrebbe rappresentare la migliore opzione sul lungo periodo, anche se richiede un maggiore lavoro da parte del genitore sulle proprie emozioni e potrebbe avere un effetto meno “dissuasivo” nell’immediato.

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  • Bambino (1-6 anni)