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L’apprendimento musicale del bambino

Martedì mattina…

Chiara, Lea, Marianna, Saverio entrano nella stanza, una stanza vuota, col parquet, in collo alla propria mamma o al papà , in silenzio… L’insegnante, insieme ai genitori, intona un piccolo canto senza parole, muovendosi dolcemente guardando negli occhi i bimbi e terminando il canto con un profondo respiro a cui segue un lungo silenzio riempito solo dal movimento e dagli sguardi dei bimbi: sguardi fissi e a bocca aperta. I bambini in questione hanno fra i 3 e i 9 mesi e sono fra gli alunni dei corsi di Musicainfasce® per mezzo dei quali gli insegnanti dell’Aigam, Associazione Italiana Gordon per l’Apprendimento Musicale, propongono un percorso di apprendimento musicale che inizia dal primo giorno di vita del bimbo, e basato sulla Teoria Gordon di Apprendimento Musicale.

Ma perché così piccoli?

Gli studi effettuati da Edwin E. Gordon, un anziano professore e musicista, tra i massimi esponenti della ricerca nel campo dell’apprendimento musicale, che ha dedicato più di 50 anni della sua vita allo studio dell’apprendimento musicale dell’essere umano, hanno dimostrato che l’essere umano, da bambino, apprende la musica allo stesso modo in cui apprende il linguaggio. La musica non è propriamente una lingua, ma i suoi contenuti e la sua sintassi possono essere paragonati alle parole e alle regole di un idioma.

Proviamo a pensare ai vari motivi grazie ai quali abbiamo imparato a parlare… gli adulti, in particolare modo i nostri genitori hanno sempre parlato con noi, fin dal nostro primo minuto di vita, anche se non potevamo rispondergli. Non solo: hanno sempre usato un tono della voce particolarmente espressivo e variato, non ci hanno mai privato della possibilità di ascoltare anche frasi complesse e parole delle quali non conoscevamo il significato: se ciò fosse avvenuto il nostro sviluppo linguistico ne sarebbe risultato compromesso quasi irrimediabilmente. Successivamente hanno legittimato e incoraggiato tutti i nostri tentativi di imitare e di improvvisare verbalmente, senza doverci mai spiegare le strutture sintattiche e grammaticali della lingua; sono stati modelli viventi dalla cui osservazione e interazione abbiamo dedotto da soli le regole della lingua parlata. A poco a poco abbiamo iniziato a dominare in modo sempre più corretto la lingua, e un bel giorno è cominciata la nostra istruzione formale: abbiamo imparato a leggere e a scrivere: a trasformare in segni quei suoni il cui significato conoscevamo ormai molto bene.

Ma… e la musica?

Troppo spesso si è pensato che l’essere intonati o ‘avere orecchio’ fosse una dote congenita, quasi magica. La Teoria di Gordon, ci dimostra che, sì, esistono delle differenze individuali alla nascita, a livello di attitudine musicale, ma anche che in generale il livello di attitudine musicale della popolazione è medio: né troppo alto né troppo basso. Cosa è dunque che ci rende intonati?

La magia avviene nei primi anni di vita, quando il nostro potenziale di apprendimento è ai livelli più alti di tutta la nostra vita. Per sviluppare quello che Gordon chiama Audiation, cioè capacità di pensare musicalmente con comprensione, i bambini hanno bisogno di sentire degli adulti che cantano, che si muovono e che interagiscono con i piccoli suoni che loro emettono. La musica proposta deve essere variata: nelle lezioni di musica per la prima infanzia si cantano canti senza parole (per non contaminare con l’aspetto verbale quello puramente musicale), costruiti non solo sui modi dominanti della nostra cultura (maggiore e minore), ma anche su scale inusuali. Anche ritmicamente, i canti presentano una varietà  di metro: non solo metri binarii (come le marce) o ternarii (come i valzer) ma anche metri inusuali, molto complessi. Sono proprio Varietà, Complessità e Ripetizione a facilitare il processo di apprendimento, dal momento che il cervello apprende per discriminazione, confrontando cioè i vari ‘oggetti’ e percependone le differenze, classificandole fino a determinarne l’identità.

Se privassimo nostro figlio della possibilità di vedere oggetti di vari colori, alla fine avrebbe delle grosse difficoltà a riconoscere i colori stessi… La stessa cosa avviene per le melodie e i ritmi.

In una prima fase di sviluppo del pensiero musicale, detta di Acculturazione, i bambini hanno semplicemente bisogno di sentire persone che cantano per loro, muovendosi con espressività, lasciando lunghi momenti di silenzio, alternando canti diversi molto frequentemente e sospendendo per un arco di tempo, dedicato esclusivamente alla musica, il linguaggio verbale.

Nella fase di Acculturazione i bambini, come piccole spugne, osservano a bocca aperta, quasi ipnotizzati, l’adulto mentre canta e, nei momenti di silenzio, spesso emettono piccoli suoni, che possiamo chiamare ‘lallazioni musicali’ : un educatore musicale preparato può raccogliere e interpretare queste lallazioni e iniziare così un dialogo col bambino, fatto di contenuti musicali, che lo porterà, lentamente, ad una fase di imitazione e, successivamente, di assimilazione della sintassi musicale.

E solo al termine di un lungo periodo di interazione musicale informale, guidata da un educatore, il bambino sarà pronto per l’istruzione formale: prima di poter leggere e scrivere la musica, avrà  cioè appreso a dominarla, a saper pensare musica, improvvisare, variare musica già esistente, armonizzare, cantare gli accordi etc. Pretendere che un bambino impari a leggere e a scrivere, prima di saper pensare e parlare sarebbe un controsenso tanto nella lingua quanto nella musica.

Arnolfo Borsacchi
Delegato Aigam per la Provincia di Firenze

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