Il papà esiste all’inizio per sottrazione, opposizione e ossimori: la sua pancia è “sgonfia”, vede la gravidanza della moglie come “un omicidio al contrario”, la felicità che prova è “disperata”. Lui non ha”, a differenza della futura mamma: non ha vita dentro di sé, non ha un innato trasporto genitoriale, non sente con il corpo. Vive, di fatto, una privazione costante.

La bambina in arrivo, la bambina che arriva, invece, è ovunque”.

A raccontare, passo dopo passo – guardando indietro – il percorso tutto personale che ha portato un uomo a dirsi padre (e a sentirsi tale) è lo scrittore Stefano Sgambati nel libro “La bambina ovunque” (Mondadori): la nascita di un papà, a tratti sofferta, vista con gli occhi di chi prima di avere la vocazione di genitore aveva quella di scrittore, e ha usato la seconda per fiutare la prima e infine appropriarsene.

Quando ho visto mia figlia la prima volta ho pensato: “E tu chi sei?”

la bambina ovunque
Foto: stefano sgambati@instagram

Senza la retorica del papà emozionato a ogni costo, nel libro non mancano lunghe soste nelle pieghe più complesse – la scelta di una coppia di avere un figlio, l’inattesa fatica, la fecondazione assistita. Ne abbiamo parlato con l’autore, che racconta:

Ho vissuto quel momento in maniera strana, il padre è così poco partecipe da un punto di vista fisico e biologico. Mi sono sentito uno a cui a un certo punto in sala parto è stata messa in braccio una creatura sconosciuta. Ho pensato: “Tu chi sei?”, con la mamma invece c’era già un rapporto. Nel primo anno di vita di mia figlia ho svolto un compito, non sono mancato in nulla ma per me il rapporto si è creato quando abbiamo iniziato a comunicare. L’amore non è un dogma, non è “dato” a prescindere ma si costruisce.

In un passaggio del libro la consapevolezza del cambiamento è l’epifania di un momento: da ogni tv la notizia della strage di Nizza, in una casa milanese gli amici intenti a fare le feste alla neonata, come se niente stesse accadendo – come non fosse importante. Il padre osserva la scena da indefinibili distanze, in quel momento la bambina è solo una bambina, “nemmeno particolarmente interessante”, non si capacita, il padre, di come riesca a rivolgere su di sé, senza fare nulla, ogni gesto e pensiero dei presenti. “Il mondo intero – scrive Stefano Sgambati – si era compresso in ciò che eravamo diventati e in ciò che avevamo fatto e da questo stallo non ci saremmo mossi mai più”.

A colpirlo, spiega, è stato rendersi conto che sulla neonata erano catalizzate tutte le attenzioni, a dispetto delle enormità che in quello stesso istante venivano restituite dallo schermo acceso a quell’unico spettatore rimasto.

Nessuno era interessato a quel che accadeva nel mondo. In quel momento ho capito che avrei dovuto impegnarmi per scendere a patti con questa cosa: è una realtà in cui sono entrato e da cui non uscirò mai più, mi dicevo. Sembrava una forzatura perché un neonato non dà, era troppo poco per non fermarsi a riflettere su quello che la tv stava mandando. E ancora oggi rimango convinto che non mettere il proprio figlio al centro del mondo può solo far bene al figlio in primo luogo. Anche per questo noi abbiamo sempre cercato di mantenere un equilibrio. La bimba, che adesso ha due anni e mezzo, è l’ultima arrivata, quindi è giusto che si adegui ai nostri ritmi e alle nostre esigenze. Questa distanza mi ha aiutato molto, soprattutto all’inizio, perché mi è sembrato di non esagerare troppo con la dipendenza affettiva.

“La Pma per le coppie è un territorio esplosivo”

libro bambina ovunque
“La bambina ovunque” di Stefano Sgambati, ed. Mondadori

La paternità – come pure, si intuisce, la maternità – nel libro di Sgambati è tutt’altro che patinata, alle certezze si sostituiscono i dubbi, il percorso che porta a costruire una famiglia è tutt’altro che fluido e si evidenziano gli inciampi, i piccoli o grandi “incidenti”: la “mamma” che si sente mamma prima di subito, quando ancora il figlio è un’idea indefinita (o almeno lo è per il futuro padre), il padre stesso a cui rimane appiccicato addosso il senso di inadeguatezza provato da quel primo momento e nei tre anni di ricerca successivi, e ancora oltre, fino a dopo la nascita della bambina.

In mezzo si trova il racconto pratico di una complessità ulteriore, con la cronaca delle visite per la fecondazione assistita, le iniezioni, le attese e le incomprensioni, il senso di sconfitta e di inutilità:

È una fase vuota, che ti lascia molto tempo per pensare. I mesi delle visite sono ancora più vuoti, come quelli della gravidanza, annaspi in continuazione. Noi abbiamo avuto una gravidanza lunghissima, di almeno tre anni, quelli necessari per le visite: se non riesci ad avere un figlio in modo naturale significa che c’è un problema ma non è una malattia. Molti lo percepiscono come un capriccio che vuoi levarti. C’è sempre sottinteso un “ma perché fai tutta questa fatica?” ed è difficile da spiegare, era difficile anche spiegarlo a me stesso. La Pma è un territorio esplosivo per le coppie, è un momento complesso.

E oggi? La bambina, dice Sgambati, è ancora ovunque: “È inevitabilmente il centro di tutto, ma mi piace notare che sa stare da sola, gioca da sola ed esprime se stessa, che ‘esiste’ anche al di là di noi.

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