Bishop Score: significato, come si calcola e cosa indica per il parto

Per valutare l'induzione del parto si ricorre all'Indice di Bishop. Ma come funziona? Spieghiamolo.

Cosa significa avere il Bishop Score alto (o basso)? Come influisce sul parto? E perché dopo una visita con l’ostetrica o con il ginecologo viene assegnato un valore di questo tipo? L’indice di Bishop (IB) è, come riportato nelle linee guida dell’Associazione Ostetrici Ginecologi Ospedalieri Italiani (AOGOI, insieme a SIGO e AGUI), il dato di riferimento per la valutazione clinica prima e durante un’induzione al travaglio (ITP). Più il punteggio è alto, più la cervice è considerata matura, cioè accorciata, morbida e già in parte aperta. Un valore basso non è una brutta notizia in sé. Indica che il collo dell’utero ha bisogno di più tempo, o di un aiuto, prima che il travaglio possa partire. Vediamo allora che cosa misura l’indice di Bishop, come si calcola e come leggerne il risultato anche tenendo conto che, come riferito dalle stesse linee guida, solo in Italia l’induzione interessa un quarto delle donne che partoriscono.

Bishop score: che cos’è e come si calcola

Il Bishop Score, chiamato propriamente Bishop cervical score, prende il nome dall’ostetrico statunitense Edward Bishop. Fu descritta nel 1964 con l’obiettivo di scegliere in modo standardizzato le donne adatte a un’induzione elettiva, cioè senza una vera indicazione medica. Bishop riferiva che l’induzione aveva dato buoni risultati con un punteggio pelvico di almeno 9, con travagli in media inferiori alle quattro ore.

Il calcolo parte da una visita vaginale. Il professionista valuta cinque caratteristiche del collo dell’utero e della posizione del bambino. Per tre di esse assegna da 0 a 3 punti, per le altre due da 0 a 2, poi somma i valori. Il totale va da 0 a 13.

  • La dilatazione misura in centimetri quanto si è aperto il collo dell’utero.
  • L’appianamento indica quanto il collo si è accorciato e assottigliato, ed è espresso in percentuale.
  • La stazione descrive a che altezza si trova la testa del bambino rispetto alle spine ischiatiche, due punti di riferimento ossei del bacino.
  • La consistenza dice se il collo è rigido o morbido.
  • La posizione indica se il collo è rivolto all’indietro, verso la schiena, oppure in avanti, in asse con la vagina.

Esistono più versioni dell’indice. Quella modificata, adottata anche nella linea guida SIGO, affianca alla percentuale di appianamento la lunghezza del collo in centimetri. Esiste poi una versione semplificata, che considera solo dilatazione, appianamento e stazione e arriva a un massimo di 9 punti. Uno studio pubblicato su Obstetrics & Gynecology ha mostrato che gli altri due parametri aggiungono poco alla capacità di prevedere il parto vaginale. Con una soglia superiore a 5, il punteggio semplificato ha dato risultati simili a quello completo con soglia superiore a 8, con un valore predittivo positivo dell’87,7% contro l’87,0%.

Cosa indica l’indice di Bishop

Il significato del valore ottenuto dipende dalla soglia usata, e le soglie non sono uguali ovunque. Elenchiamo quelle relative alle linee guida italiane.

  • Punteggio pari o superiore a 7: è associato a un’alta probabilità di parto vaginale sia nelle donne con induzione sia in quelle in travaglio spontaneo.
  • Punteggio fino a 6: è sfavorevole e suggerisce di far precedere l’induzione da un metodo di maturazione cervicale, cioè da un trattamento che ammorbidisce e apre il collo dell’utero.

Altre indicazioni sono più esigenti. Secondo l’American Family Physician, per esempio, la cervice è favorevole sopra 8 ed è sfavorevole da 5 in giù, e resta quindi una fascia intermedia. Per la versione semplificata il confine è 5. Quando si confronta un referto con un articolo trovato online, conviene perciò chiedere quale versione dell’indice sia stata usata.

Il punteggio del Bishop Score conta anche per il rischio di taglio cesareo. In un altro studio pubblicato su Obstetrics & Gynecology il cesareo è stato più frequente dopo l’induzione che dopo un travaglio spontaneo, con circa il 23% contro il 12%. Dopo aver tenuto conto del Bishop score al momento del ricovero, la differenza non era più significativa. Un punteggio pari o inferiore a 5 è risultato un fattore di rischio importante, con probabilità di cesareo più che doppie. Gli autori concludono che a pesare era soprattutto la cervice sfavorevole più che l’induzione in sé.

Bishop score e induzione del parto: che cosa cambia nella pratica

Quando il collo dell’utero è già pronto ad aprirsi, l’induzione del parto può procedere direttamente con farmaci che stimolano le contrazioni. Tra questi c’è l’ossitocina, un ormone prodotto anche naturalmente dall’organismo e somministrato per via endovenosa per favorire l’inizio del travaglio. In alcuni casi si può ricorrere anche all’amniotomia, una procedura con cui il professionista rompe artificialmente il sacco amniotico.

Se invece il collo dell’utero non è ancora sufficientemente maturo, è necessario prepararlo prima di stimolare le contrazioni. Per farlo si possono utilizzare le prostaglandine, sostanze che aiutano il collo dell’utero ad ammorbidirsi e ad aprirsi. Tra i medicinali impiegati ci sono il dinoprostone, disponibile in diverse formulazioni, e il misoprostolo a basso dosaggio, assunto per bocca.

Un’alternativa è rappresentata dai metodi meccanici, come il catetere a palloncino. Si tratta di un tubicino che viene inserito nel collo dell’utero e gonfiato per favorirne la dilatazione graduale. Può essere preso in considerazione quando i farmaci non sono indicati oppure quando la donna preferisce questa soluzione. Anche la linea guida italiana riconosce i metodi meccanici come un’alternativa alle prostaglandine quando il collo dell’utero non è ancora pronto.

Quanto tempo serve e quando l’induzione si considera fallita

Induzione-travaglio
Fonte: iStock

Il percorso non termina con il primo tentativo. Dopo la fase di maturazione, il personale sanitario valuta nuovamente il collo dell’utero per capire se è pronto a procedere con le fasi successive dell’induzione. I tempi cambiano in base al metodo utilizzato. Secondo la linea guida italiana, la rivalutazione è prevista dopo circa sei ore con le prostaglandine vaginali, dopo 24 ore con i dispositivi a rilascio lento e dopo 12-24 ore con il catetere a palloncino, salvo che le contrazioni richiedano un controllo anticipato.

Se il punteggio di Bishop rimane basso, non significa necessariamente che l’induzione sia fallita. Il collo dell’utero potrebbe aver bisogno di altro tempo o di ulteriori interventi. La linea guida italiana stabilisce infatti un criterio preciso per parlare di fallimento: non aver raggiunto la fase attiva del travaglio dopo almeno 15 ore di somministrazione di ossitocina con le membrane già rotte. La valutazione non dipende quindi soltanto dal punteggio iniziale o dalla velocità con cui il collo dell’utero cambia.

Scollamento delle membrane e induzione oltre il termine

La valutazione del collo dell’utero può essere utile anche prima di iniziare una vera e propria induzione. In alcune circostanze, infatti, il professionista può proporre lo scollamento delle membrane, una manovra eseguita durante la visita vaginale. Con un dito, separa delicatamente le membrane amniotiche dalla parte inferiore dell’utero, con l’obiettivo di favorire il rilascio di sostanze che possono aiutare il travaglio a iniziare spontaneamente.

La linea guida suggerisce di offrire questa possibilità alle donne al primo parto tra 40 settimane più zero giorni e 41 settimane, mentre per chi ha già partorito indica come riferimento le 41 settimane. Si tratta di una possibilità da valutare con il professionista, che può spiegare come viene eseguita e quali benefici e fastidi comporta. Per quanto riguarda l’induzione vera e propria, la stessa linea guida italiana ritiene opportuno proporla a tutte le donne tra 41 e 42 settimane di gravidanza. La decisione viene comunque presa considerando la situazione clinica e le condizioni della donna e del bambino. Il Bishop score aiuta a scegliere come procedere, ma non è l’unico elemento da valutare: conta soprattutto individuare il momento e il metodo più adatti per accompagnare il parto in sicurezza.

Quanto è affidabile l’indice di Bishop?

L’indice di Bishop è lo strumento più usato, ma ha limiti noti. È una valutazione soggettiva e la linea guida italiana segnala una notevole variabilità tra operatori. Lo mostra anche un esperimento del 1995, riportato da General Obstetrics and Gynecology, su 102 professionisti, che dovevano stimare a mano il diametro di tubi di plastica nascosti in scatole di cartone per simulare la dilatazione. La misura esatta veniva indovinata nel 56% dei casi, e nell’89,5% se si accettava un errore di un centimetro.

Stando a quanto riportato dalle linee guida italiane, l’indice di Bishop individua circa il 75% dei parti vaginali e un punteggio favorevole è seguito da un parto vaginale in 83-84 casi su 100. Ha però una bassa specificità e un basso valore predittivo negativo, il che significa che un punteggio basso non permette di dire che l’induzione non riuscirà. Un punteggio alto è un buon segnale, mentre uno basso lascia molte domande aperte.

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