
Perché soffrire quando esistono alternative sicure e affidabili? Ecco cosa sapere sull'epidurale e quali i benefici e i rischi di questa forma di ...
Facciamo chiarezza su benefici e rischi dell'uso dell'ossitocina in sala parto.

Può capitare che il travaglio non parta spontaneamente. I motivi possono essere diversi e tra le soluzioni possibili c’è l’induzione del travaglio, ovvero, secondo le linee guida della Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia (SIGO) l’intervento medico “messo in atto al fine di interrompere l’evoluzione della gravidanza”. Scopo di questo intervento è “riuscire ad ottenere un travaglio attivo in condizioni di benessere fetale e materno”. Il principale metodo (ma non l’unico) è il ricorso all’ossitocina. Un farmaco, spiega il Manuale MSD, che contrare l’utero con maggiore frequenza e più efficacia.
Propriamente l’ossitocina è un ormone che il corpo produce naturalmente durante il travaglio spontaneo, rilasciato dall’ipofisi (una piccola ghiandola alla base del cervello) a ondate, secondo un meccanismo che si autoalimenta. È la pressione della testa del bambino sul collo dell’utero, infatti, che stimola il rilascio di un altro ormone, che a sua volta rinforza le contrazioni. Quella usata in ospedale è la versione sintetica della stessa molecola, identica a livello chimico, ma somministrata in modo diverso, tramite infusione endovenosa continua (e non a impulsi). Come descritto in questo studio, agisce legandosi ai recettori specifici presenti sulle fibre muscolari dell’utero, innescando la contrazione. Proprio perché l’esposizione è continua e non intermittente, dosi elevate o prolungate nel tempo possono rendere i recettori meno reattivi, un fenomeno che incide sulla velocità di infusione.

L’ossitocina entra in gioco quando la cervice è già considerata favorevole, una valutazione che vien espressa con il cosiddetto indice di Bishop. Come sottolineato nelle linee guida sull’induzione al travaglio di parto, più il punteggio è alto, più la cervice è pronta ad aprirsi, e sopra un certo valore l’ossitocina può essere usata direttamente, senza bisogno di far maturare prima il collo dell’utero con altri farmaci o metodi meccanici. Solitamente si ricorre all’induzione tramite ossitocina:
In Italia l’induzione già a 39 settimane in assenza di queste condizioni non è raccomandata. Una posizione più prudente rispetto a quella statunitense, dove l’American College of Obstetricians & Gynecologists (ACOG) considera ragionevole offrirla anche a basso rischio per ridurre il tasso di tagli cesarei. Nel nostro Paese (dati dell’Istituto Superiore di Sanità) l’induzione oggi riguarda il 35,9% dei parti, con differenze marcate tra regioni (dal 21,3% della Campania al 46,1% della Lombardia).
L’ossitocina si somministra solo per via endovenosa, con una pompa che permette di dosarla con precisione, quasi sempre a basse dosi. Si parte con 1-2 mU al minuto e si aumenta gradualmente ogni 30-60 minuti, fino a ottenere 2-4 contrazioni ogni 10 minuti.
Le linee guida europee pubblicate sul Journal of Maternal-Fetal & Neonatal Medicine spiegano che se prima dell’uso dell’ossitocina è stato usato un farmaco per far maturare la cervice, bisogna aspettare almeno un’ora dopo la rottura artificiale delle membrane, almeno sei ore dopo il gel di dinoprostone (o trenta minuti dopo la rimozione del dispositivo vaginale a rilascio controllato), almeno quattro dopo il misoprostolo, per evitare che gli effetti dei due farmaci si sommino.
Durante tutta l’infusione il battito cardiaco del bambino e l’attività contrattile dell’utero vengono monitorati in modo continuo con il cardiotocografo, e la donna non viene mai lasciata sola. Una volta che il travaglio è entrato nella fase attiva, l’infusione può essere sospesa in quanto non è necessario proseguirla fino al parto.
Il rischio principale dell’induzione con l’ossitocina è la tachisistolia, cioè più di cinque contrazioni in dieci minuti. Se le contrazioni si accavallano, l’utero non ha il tempo di rilassarsi tra una e l’altra, e questo può ridurre l’ossigeno che arriva al bambino. Per questo, se la frequenza supera la soglia, l’infusione va ridotta anche quando il tracciato cardiaco è ancora stabile, e in presenza di segnali di sofferenza fetale va valutata urgentemente la sospensione del farmaco. Più raro ma più grave è il rischio di rottura dell’utero, che riguarda soprattutto le donne con una cicatrice sul corpo dell’utero (per esempio da un precedente cesareo o da un intervento chirurgico che ha coinvolto la cavità uterina).

Perché soffrire quando esistono alternative sicure e affidabili? Ecco cosa sapere sull'epidurale e quali i benefici e i rischi di questa forma di ...
Come riportato in questo studio, l’esposizione prolungata all’ossitocina è stata anche associata a un rischio più alto di emorragia post partum. Questo perché i recettori dell’utero, dopo ore di stimolazione continua, possono rispondere meno bene ai farmaci che servono a farlo contrarre subito dopo la nascita. Nonostante i rischi (da conoscere e valutare) la letteratura scientifica sottolinea il valore dei vantaggi. L’ossitocina, infatti, rispetto all’attesa, aumenta la probabilità di partorire entro 24 ore, anche se con un maggior ricorso all’epidurale.
Discorso diverso per quel che riguarda le controindicazioni. Non si usa l’ossitocina quando esiste già una condizione che rende sconsigliato il parto per via vaginale. Il parto indotto con l’ossitocina è quindi da evitare in presenza di placenta previa, presentazione del bambino di traverso, prolasso del cordone ombelicale, cicatrice uterina. Richiedono invece cautela particolare, senza essere un divieto assoluto, la gravidanza gemellare, un utero già molto disteso, e il precedente taglio cesareo con cicatrice trasversale bassa, in cui l’ossitocina può essere usata ma sotto stretta sorveglianza e senza superare dosi elevate.

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