Parto con la ventosa ostetrica: quando viene usata, perché e i possibili rischi

L'uso di questo strumento è sicuro? Ci sono rischi? Si può evitare? Ecco tutto quello che bisogna sapere.

Partorire è un’esperienza naturale, ma non per questo priva di rischi e difficoltà. Per supportare la partoriente esistono una serie di procedure e strumenti che hanno come obiettivo proprio quello di favorire la nascita. Tra questi c’è la ventosa ostetrica. Si tratta di una coppetta che viene applicata sulla testa del bambino per accompagnarne la discesa negli ultimi centimetri del canale del parto. I dati della Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia (SIGO) riportano che in Italia viene utilizzata in circa il 4-5% dei parti, con una variabilità che nei diversi punti nascita va da percentuali quasi nulle fino al 10%. In alcuni casi, complici i racconti allarmanti ascoltati o letti, l’uso della ventosa ostetrica suscita timori e preoccupazioni. Vediamo di fare chiarezza.

Che cos’è la ventosa ostetrica e come funziona

Il modello più diffuso nei punti nascita italiani è la ventosa monouso ideata dall’ostetrico australiano Aldo Vacca. Nota come Omnicup, oggi viene preferita al vecchio modello metallico di Malmström. La coppetta viene posizionata sulla testa del bambino in corrispondenza del cosiddetto punto di flessione, un’area situata lungo la sutura sagittale a circa tre centimetri dalla piccola fontanella. Una volta verificato che non ci sia tessuto vaginale intrappolato tra la coppetta e la testa del feto, l’operatore crea gradualmente il vuoto e comincia le trazioni, sempre in concomitanza con le contrazioni uterine e la spinta della madre. La direzione della trazione segue la curva naturale del canale del parto, prima verso il basso e poi, mano a mano che la testa avanza, verso l’orizzontale e infine verso l’alto.

Prima di applicare la ventosa, l’équipe verifica l’assenza di controindicazioni, svuota la vescica della donna per evitare traumi vescicali e informa la paziente sulla procedura, raccogliendo un consenso che nelle situazioni più urgenti può essere anche solo verbale. La procedura viene interrotta se non c’è alcuna discesa della testa dopo due trazioni efficaci, se la coppetta si stacca due volte, oppure se sono trascorsi più di quindici o venti minuti senza che il parto sia completato. Se la ventosa fallisce, è sconsigliato il successivo ricorso al forcipe, perché aumenta in modo significativo il rischio di traumi sia per la madre sia per il bambino, e per questo in questi casi si preferisce passare direttamente al taglio cesareo. L’episiotomia non viene eseguita di routine, ma solo quando l’operatore la ritiene necessaria.

Quando si propone il ricorso alla ventosa

Le indicazioni sul ricorso all’uso della ventosa ostetrica sono sostanzialmente quattro. La prima è un tracciato cardiotocografico che segnala una possibile sofferenza fetale nella fase espulsiva. La seconda è l’arresto o il rallentamento della progressione della parte presentata nonostante contrazioni valide e spinte efficaci. La terza è l’esaurimento delle forze materne dopo un travaglio prolungato. La quarta riguarda condizioni mediche della madre, come alcune cardiopatie o patologie neurologiche, che sconsigliano lo sforzo della spinta volontaria.

Nessuna di queste indicazioni è considerata assoluta, perché la decisione nasce dal giudizio clinico dell’operatore, che valuta insieme la posizione della testa fetale, il suo livello di discesa nel bacino, il peso stimato del bambino e la propria esperienza nell’uso dello strumento.

Esistono anche situazioni in cui la ventosa non viene proposta anche in presenza di queste condizioni. Prima della 32esima settimana di gravidanza è controindicata per l’aumentato rischio di emorragie sotto il cuoio capelluto, mentre tra la 32esima e le 36esima settimana viene usata solo con particolare cautela. Altre controindicazioni sono la dilatazione cervicale non ancora completa, una testa fetale non impegnata nel bacino o non presentata di vertice, e il sospetto di patologie fetali (come l’osteogenesi imperfetta o la trombocitopenia) che aumentano il rischio di fratture o emorragie.

I rischi per la madre e per il bambino

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Fonte: iStock

Rispetto al forcipe, la ventosa espone la madre a un rischio minore di lacerazioni perineali gravi. Una revisione pubblicata sull’American Journal of Obstetrics and Gynecology, basata su oltre 750mila parti, ha calcolato una frequenza di lesioni dello sfintere anale del 4,73% con la ventosa contro il 7,99% con il forcipe. Lo stesso studio segnala però che la ventosa fallisce più spesso, con un tasso del 7,60% contro il 3,26% del forcipe, per cui è più frequente che si debba comunque ricorrere a un altro strumento o al cesareo. Rispetto al taglio cesareo eseguito in emergenza a dilatazione completa, la ventosa comporta in genere una perdita di sangue minore, una degenza più breve e minori complicanze chirurgiche.

Le complicanze neonatali più frequenti sono transitorie e si risolvono da sole. Il gonfiore del cuoio capelluto nel punto in cui è stata applicata la coppetta scompare in genere entro pochi giorni. Più frequente è il cefaloematoma, una raccolta di sangue tra l’osso del cranio e il periostio che si riassorbe nell’arco di alcune settimane. Le complicanze gravi, come l’emorragia intracranica, restano rare, con una frequenza inferiore all’1%.

Il consenso informato

L’Organizzazione Mondiale della Sanità inquadra il parto vaginale operativo, ventosa compresa, come parte di un’assistenza al travaglio centrata sulla donna, da offrire quando indicato insieme a un’informazione chiara sui benefici e sui rischi delle diverse opzioni. Vi abbiamo già fatto riferimento ma è utile chiarire un aspetto che non è esclusivamente burocratico, ovvero quello del consenso informato.

In Italia il diritto della donna a essere informata e a esprimere il proprio consenso su ogni procedura del travaglio è sancito dalla Legge 219 del 2017, che si fonda a sua volta sull’articolo 32 della Costituzione. Applicare questo principio durante un parto operativo non è però sempre semplice. Un documento della Fondazione Confalonieri Ragonese pubblicato su Gyneco AOGOI, osserva che informare in anticipo su scenari rari ma drammatici rischia di generare un’ansia ingiustificata, mentre attendere il momento dell’urgenza per chiedere il consenso può rendere difficile una scelta pienamente consapevole.

La soluzione indicata dalle società scientifiche italiane è un consenso costruito per gradi, discusso già nei controlli dell’ultimo trimestre di gravidanza e poi confermato o aggiornato in sala parto quando la situazione clinica lo richiede. Nella pratica, questo significa che si può chiedere all’équipe perché si sta proponendo la ventosa in quel momento, quali sono i rischi specifici legati alla posizione e al livello della testa del bambino, e cosa succede se la procedura non dovesse funzionare. Nelle situazioni di reale emergenza, quando la donna non è in grado di esprimere una volontà, la legge consente al medico di intervenire comunque per tutelare la salute di madre e bambino, documentando poi le ragioni cliniche della scelta.

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