I primi 4 anni di vita sono quelli nei quali è maggiore il pericolo di annegamento. Un fenomeno molto più diffuso di quanto si possa immaginare, considerando che l’annegamento è tra le prime 10 cause di morte di giovani e bambini in tutto il mondo.

Gli episodi di annegamento sono maggiori durante il periodo delle vacanze ed è utile che tutti i genitori sappiano quali sono le cause e i principali fattori di rischio su cui avere la massima attenzione e quali sono le norme di comportamento da adottare in caso di annegamento dei bambini.

L’annegamento è un’insufficienza respiratoria acuta, spiega il Manuale MSD, dovuta alla penetrazione di liquidi nell’albero respiratorio. Si distingue in annegamento non fatale (in passato definito come semiannegamento) o fatale.

Anche la forma non fatale non è da sottovalutare considerando come l’annegamento è responsabile di una carenza di ossigeno (ipossia) che può danneggiare diversi organi, soprattutto il cervello e di altre reazioni come il laringospasmo.

Annegamento bambini: dati e statistiche

Il Center for Disease Control and Prevention riferisce come l’annegamento è tra le prime 10 cause di morte in tutte le età sotto i 55 anni. Solamente negli Stati Uniti nel 2020 questa è stata la principale causa di morte per incidente dei bambini tra 1 e 4 anni e seconda, nei bambini tra 5 e 9 anni, solamente agli incidenti con veicoli a motore. Sebbene il tasso di mortalità, come riporta l’Istituto Superiore di Sanità, sia drasticamente diminuito (passando da un 22,7 a un 5,2 morti all’anno ogni milione di residente), resta un fenomeno sul quale è fondamentale mantenere alta l’attenzione.

Il calo della mortalità è da individuare sia a una maggiore probabilità di sopravvivenza assicurata dalla disponibilità di unità di rianimazione cardio-polmonari e dalla presenza di operatori in grado di eseguire le operazioni di salvataggio, ma anche da una maggiore educazione e consapevolezza, tanto dei bambini quanto dei genitori, sui rischi associati alla balneazione.

L’annegamento dei bambini, soprattutto quelli più piccoli, si verifica non solamente nelle acque del mare o in quelle delle piscine, ma anche nei bagni, nelle vasche da bagno e nei secchi di liquidi per le pulizie. L’attenzione, quindi, deve essere elevata non solamente quando si è in vacanza, ma durante tutto l’anno anche quando si procede al regolare bagnetto dei bambini.

Infatti, come evidenziato da uno studio pubblicato dall’American Academy of Pediatrics, il 15-30% dei genitori ha riferito di aver lasciato i propri figli con meno di 2 anni nella vasca da bagno per un periodo di tempo da 1 a 5 minuti, senza alcun tipo di sorveglianza.

C’è infine un dato particolare legato al fatto, come riportato anche dall’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, che i maschi hanno un rischio di annegamento quattro volte superiore rispetto alle femmine.

Come prevenire il rischio di annegamento nei bambini?

Per evitare il rischio di annegamento nei bambini è utile partire dalla conoscenza di quelli che sono i principali fattori di rischio. Il principale fattore di rischio, come riportato nell’Informativa OMS: Annegamento del Ministero della Salute, è legato all’età anche per effetto di un allentamento della sorveglianza da parte dei genitori.

La fascia più a rischio è quella tra 1 e 4 anni seguita da quella 5-9 anni; i bambini tra 1 e 4 anni sono più esposti in quanto è quella fase della vita in cui tendono a essere maggiormente curiosi e desiderosi di esplorare l’ambiente che li circonda senza conoscerne i pericoli e averne una chiara consapevolezza. Nei soggetti più grandi, come gli adolescenti, il rischio è invece associato a comportamenti imprudenti, all’uso di alcol o sostanze che possono favorire gli incidenti in acqua.

Sono poi da considerare le distrazioni, il lasciare i bambini da soli o senza sorveglianza vicino all’acqua così come, specialmente quando si va in vacanza, non conoscere le caratteristiche e le criticità delle acque locali.

Un aspetto non secondario riguarda poi lo stato di salute del bambino. Soggetti con condizioni croniche quali disturbi del ritmo cardiaco ed epilessia, che possono causare una perdita di coscienza quando si è in acqua, dovrebbero essere oggetto di una maggiore attenzione da parte dei propri genitori.

Per prevenire l’annegamento nei bambini, quindi, è fondamentale innanzitutto che i genitori siano sempre vigili e non perdere mai di vista i propri figli. Sono sufficienti anche pochi secondi di distrazione (per una telefonata, per socializzare o per altre attività) perché il bambino immergendosi in acqua non riesca a chiedere aiuto.

Almeno fino ai 6 anni, quindi, è preferibile che un genitore sia sempre fisicamente presente in acqua con i bambini e per quelli più grandi rimane indispensabile che siano sempre controllati a vista. Anche una risacca o una semplice onda possono trascinare sott’acqua il bambino causandone l’annegamento.

Una buona abitudine è quella di far seguire ai propri bambini, già a partire dai 2-3 anni di vita, dei corsi di nuoto e di adottare tutta una serie di sistemi di prevenzione passiva (come le recinzioni su tutti i lati della piscina) utili a ridurre il rischio di annegamento.

Per i genitori, come suggerito dalla Società Italiana di Pediatria, si rivela estremamente prezioso imparare le tecniche di sicurezza in acqua non solo per insegnare ai bambini a nuotare, ma anche per riconoscere tempestivamente un bambino in difficoltà in modo da intervenire immediatamente.

Un elemento che può apparire secondario, ma che è molto utile come raccontato dall’istruttrice di nuoto Nikki Scarnati su Roba da Donne, riguarda l’abbigliamento dei bambini. L’indicazione è quella di non far mai indossare ai bambini dei costumi di colore blu in quanto renderebbe più difficile la loro individuazione sott’acqua rallentando e complicando le operazioni di soccorso.

Oltre al rischio di annegamento è importante ricordare come in mare e in piscina (ma anche negli acquascivoli) è alto il rischio di traumi legato ai tuffi. È necessario quindi conoscere quanto è profonda l’acqua e la presenza di eventuali pericoli sottomarini prima di permettere a un bambino di saltare in acqua o tuffarsi.

Cosa fare in caso di annegamento?

Come anticipato, il principale problema legato all’annegamento è l’ipossia, ovvero la carenza di ossigeno che può interessare il cuore, il cervello e altri tessuti provocando un arresto cardiaco successivo a un arresto respiratorio. L’altro fenomeno tipico legato all’annegamento è il laringospasmo, l’involontaria e incontrollata contrazione dei muscoli laringei, che limita il volume del liquido aspirato; l’inalazione di liquidi può causare polmonite ed edema polmonare.

Nel caso in cui si assistesse a un episodio di annegamento è indispensabile chiamare immediatamente i soccorsi tramite il 112 o il 118 richiedendo un defibrillatore (oggi sempre più presente in alberghi e stabilimenti balneari).

Nel frattempo che arrivino i soccorsi è molto importante lanciare in acqua un oggetto galleggiante al quale il bambino possa aggrapparsi. Una volta che il bambino è stato portato a riva, se le sue condizioni di salute sono buone l’indicazione è quella di metterlo in posizione seduta e di invitarlo a tossire.

In caso contrario è indispensabile liberare le vie respiratorie da tutti quegli elementi (sabbia, alghe, vomito, eccetera) che possono ostruirle. La rianimazione cardiopolmonare (30 compressioni cardiache e 2 atti respiratori da alternare fino all’arrivo dei soccorsi) va eseguita solo nel caso in cui il bambino non respiri, non si senta il poso o sia privo di conoscenza.

Il soccorso in acqua, invece, va eseguito solamente da nuotatori esperti in quanto, altrimenti, oltre a non riuscire a salvare il bambino, si può mettere a rischio anche la vita del soccorritore.

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Categorie

  • Bambino (1-6 anni)