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Il sonno del bambino. Dormire nel lettone o no? Pregiudizi e tabù da sfatare

Quando parenti ed amici arrivano a casa a trovarci per conoscere il nuovo nato, iniziano le domande sul sonno del nostro bambino: Dorme? Quanto dorme? Come dorme? E soprattutto: Dove dorme?

Sull’argomento del dove far dormire un neonato, i pareri sono vari ma classificabili in due grandi categorie: tutti felicemente insieme nel lettone oppure assolutamente fuori dal lettone, meglio se in una camerina in fondo al corridoio. E qui nuovamente si crea una situazione in cui i neogenitori, se non si sono adeguatamente informati durante la gravidanza o si sentono ancora un po’ insicuri su cosa fare, vengono bombardati da consigli di ogni tipo ma soprattutto da giudizi anche pesanti su presunte ‘cattive abitudini’ che rischiano di dare al nuovo nato.

Anche qui, come per quanto riguarda la fisiologia del sonno, è necessario sfatare una serie di pregiudizi e fornire alcune informazioni fondamentali, ferma restando la piena libertà  di ogni genitore, una volta acquisite tutte le informazioni del caso, di decidere se tenere il proprio bambino nel lettone oppure no. Non esiste infatti una soluzione giusta o sbagliata. Nessuno è rimasto a vita traumatizzato per aver dormito nei primi mesi o anni nel lettone o al contrario per aver dormito fin dalla nascita nel suo lettino o in culla.

Ci sono però dei miti da sfatare, costruiti dalla nostra società  che tende troppo spesso a dimenticare che veniamo dal mondo animale e che i nostri prozii erano scimmie. Basta osservare il comportamento degli altri mammiferi più o meno vicini a noi nella scala evolutiva per capire quanto certi problemi o dubbi che ci poniamo siano assurdi e culturalmente costruiti, contro ogni logica della natura. Sta finalmente diffondendosi la consapevolezza che stare a contatto con il proprio bambino non significa viziarlo ma dargli contenimento, consolazione e sicurezza. La sempre maggiore diffusione di fasce portabebè e marsupi (da sempre usati nelle culture da noi con disprezzo considerate ‘inferiori’, più arretrate, come il sud America, l’Africa, l’Asia) mostra che abbiamo riscoperto che ai bambini piace stare vicino al genitore e non solo in carrozzine, sdraiette, ovetti ed altri utensili portabambini.

Quello che forse abbiamo dimenticato è il motivo per il quale i bambini generalmente preferiscono stare in collo o comunque a contatto con l’adulto che si prende cura di loro: apparteniamo a quella categoria di mammiferi che trasportano i loro cuccioli. I mammiferi infatti o nascondono i loro piccoli (che devono rimanere nella tana senza emettere richiami, né urine o feci in assenza della madre per non attirare eventuali predatori), o li trasportano addosso. In questo caso i piccoli non sanno ancora termoregolarsi ma hanno bisogno del contatto fisico con la madre per proteggersi dal freddo, urinano o defecano in qualsiasi momento (perché stando sempre a contatto con la madre che li può proteggere in caso di attacco non hanno bisogno di questa precauzione) ed emettono suoni di richiamo se la madre si allontana perché percepiscono un’ansia da separazione dovuta al sentirsi in potenziale pericolo.

Il riflesso del grasping è la dimostrazione del nostro essere mammiferi che trasportano i cuccioli: quando si appoggia un dito sul palmo della mano del neonato, questi automaticamente ed istintivamente chiude la mano aggrappandosi al nostro dito. Questo riflesso è, come gli altri riflessi, una reazione istintiva di protezione del piccolo: in caso di caduta gli permetterà  di aggrapparsi al primo appiglio che troverà. Questo riflesso è più facilmente comprensibile se si pensa alle scimmie: queste tengono i piccoli aggrappati al loro pelo, in caso di caduta, il riflesso permette al piccolo di afferrare il pelo della madre e salvarsi.

Tutto questo per dire che i bambini richiedono il contatto fisico continuo con il genitore (in particolar modo la madre, anche in funzione dell’allattamento) nei primi mesi di vita non perché il genitore li abbia viziati prendendoli in collo i primi giorni quando li sentiva piangere invece di lasciarlo in culla ‘a farsi i polmoni’ (come si diceva un tempo e come ancora molte nonne e nonni ripetono alle neomamme), ma perché è un istinto evolutivo del cucciolo d’uomo quello di necessitare della presenza continua dell’adulto per sentirsi al sicuro. È ovviamente vero che non viviamo più nelle caverne e l’ambiente non è più infestato da animali predatori da cui proteggere i nostri piccoli, ma è altrettanto vero che è un grave errore dimenticarci delle nostre origini e dei comportamenti che istintivamente il neonato mette in atto e richiede al genitore per percepire sicurezza invece che angoscia di separazione e senso di pericolo. Dimenticarci di tutto questo, come la nostra società tende a fare, mette i neogenitori alla berlina di una serie di critiche, commenti e giudizi inutili, infondati e assolutamente distruttivi per la serena costruzione della relazione genitore-bambino e della propria esperienza di madri e padri efficaci e competenti.

La notte ed il sonno costituiscono il momento di maggior vulnerabilità per un bambino nella sua percezione del pericolo, niente di strano quindi che si senta più al sicuro e quindi sereno se dorme a contatto con il proprio genitore. In fondo, gli altri mammiferi non prevedono una tana per loro e una, un po’ più distante, per i loro cuccioli! Questo non eviterà i risvegli notturni del nostro piccolo, soprattutto nei primi tre anni di vita (che come si è visto nell’articolo sulla fisiologia del sonno sono assolutamente normali per la caratteristica struttura del sonno dei bambini), ma gli permetterà probabilmente di riaddormentarsi con più rapidità perché percepisce la presenza dell’adulto che lo rassicura con la sua presenza e non ha bisogno di emettere richiami di allarme (ovvero piangere) per richiedere la vicinanza del genitore. E risparmia a mamma e papà infiniti viaggi su e giù dalla loro camera a quella del bambino.

Non solo, ma è stato scientificamente dimostrato che il sonno del neonato, se dorme vicino alla madre, si sincronizza con il sonno di quest’ultima. Questo significa che madre e bambino passeranno dalle varie fasi del sonno, leggero (sonno REM) e pesante (sonno NREM), nello stesso periodo. Ciò significa che quando il bambino si sveglia durante i suoi fisiologici risvegli notturni (che avvengono quando passa da una fase di sonno pesante ad una di sonno leggero), sveglia la madre nella stessa fase di sonno leggero. Risvegliarsi nella fase di sonno pesante o nella fase di sonno leggero fa la sua differenza nella percezione del senso di spossatezza e stanchezza che si percepisce.

Dormire vicino al proprio bambino (o tenendolo nel lettone, o in un lettino a contatto con il lettone con la sponda abbassata in modo che il piccolo senta fisicamente la vicinanza della madre) non esclude quindi i risvegli, ma aumenta la possibilità che non si venga destati durante il sonno pesante, ma solo nelle fasi di sonno leggero, quindi con una sensazione di stanchezza meno pesante.

Questa sincronia delle fasi del sonno tra neonato e mamma si stabilisce già in gravidanza: durante la gestazione infatti capita spesso di percepire che il proprio sonno è cambiato: si sogna di più e si hanno risvegli più frequenti durante la notte. Questo è dovuto al fatto che, sincronizzandoci con il sonno del bambino in utero, la quantità di sonno leggero (il sonno REM, durante il quale si producono i sogni) aumenta molto. Nei neonati infatti la percentuale di sonno REM è molto più alta che negli adulti. Se si fa attenzione ai momenti di risveglio ci si renderà  conto che quando ci svegliamo di notte in gravidanza, sentiamo spesso che anche il nostro bambino è sveglio e scalcia. Questo dimostra che ci siamo sincronizzate con il suo sonno e che dormiamo o ci svegliamo negli stessi momenti.

Sempre più evidenze scientifiche mostrano infine che dormire nel lettone con i genitori sembra costituire un elemento protettivo contro la SIDS, o morte in culla, sindrome praticamente sconosciuta nelle culture dove è normale pratica far dormire nel primo anno di vita il bambino con i genitori. La presenza della madre a stretto contatto con il neonato aiuta la regolazione delle funzioni biologiche, respiratorie e circolatorie del bambino. Il respiro della madre dà il ritmo respiratorio al bambino, come già succedeva in utero. Inoltre, la quantità di sonno REM, cioè sonno leggero, è maggiore nei bambini che dormono a contatto con la madre: questo costituirebbe un elemento protettivo contro la SIDS in quanto essendo in fase di sonno più leggero sarebbe più facile per il bambino svegliarsi in caso di insorgenza di problemi respiratori. Infine, la presenza della madre mantiene la temperatura corporea del bambino più alta, evitando che il suo respiro rallenti troppo in reazione al freddo.

Detto tutto ciò, sta alle madri ed ai padri decidere cosa fare. È loro pieno diritto scegliere se dormire con il loro bambino nel lettone (senza per questo sentirsi in colpa, o sentirsi dei genitori meno capaci di altri e ricevere continue critiche più o meno velate da parenti e amici sulla loro presunta incapacità  di porre limiti al figlio), o se sentire che la loro camera deve rimanere un luogo solo per loro e approntare così una seconda camerina per il proprio figlio già dai primi giorni dopo la nascita. Questo ha a che vedere con le abitudini del sonno dei genitori, il loro senso del confine personale e dello spazio intimo (che nasce dalla propria storia personale e familiare), così come ad esempio dal numero di risvegli notturni del bambino.

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