Perdita del bambino: modalità comunicative con la madre e la coppia nelle prime fasi del lutto

Il lutto legato alla perdita del bambino durante a gravidanza, ovvero dell'aborto spontaneo, è un momento estremamente delicato: ecco come approcciarsi alla donna.
Perdita del bambino: modalità comunicative con la madre e la coppia nelle prime fasi del lutto

A cura del Cristina FioreFormatore – Prenatal Tutor

Per operatori

Il lutto è una risposta emozionale e fisiologica legata ai processi del cambiamento quando questi ultimi comportano una perdita sofferta.

Il lutto è un percorso che si articola in diverse fasi, nelle quali le variabili delle emozioni sono direttamente proporzionali alla valenza che ciascuno di noi attribuisce a ciò che ha perduto. Può capitare, ad esempio, che la morte fetale spontanea di un figlio non desiderato induca nei genitori più sollievo che sofferenza.. Lo stesso vale nel caso di bambino malformato o portatore di handicap. Ciò si verifica anche se i genitori ne erano al corrente e avevano accettato di tenerlo.

Prima di entrare nell’argomento specifico, in cui si tratterà il tema della comunicazione della perdita, mi sembra sia opportuno tratteggiare un quadro d’insieme del possibile contesto biopsichico ed emozionale delle donne con le quali avremo a che fare e alle quali dovremo comunicare che hanno perso il loro bambino, in gravidanza o subito dopo la nascita.

Occorre tenere conto del fatto che la gravida è una donna tutta speciale. Non esiste in natura un corrispettivo che anche lontanamente le assomigli! è in atto in tutto il suo essere un cambiamento, una trasformazione profonda che la rende unica. Non è una donna debole o che si è indebolita a causa della gravidanza, e non va considerata e trattata come tale. Si tratta di una donna che ha subito dei grandi cambiamenti in tempi veloci, ed è sicuramente sensibile ed emotiva. Le donne che stanno compiendo il percorso-nascita, gestazione – parto puerperio-allattamento, rappresentano una categoria a parte da tutte le altre donne, una specie di etnia non identificabile in alcun punto della terra eppure ovunque presente.

Quindi ritengo che, nel caso di perdita del bambino, sia sostanzialmente attraverso la conoscenza e la consapevolezza del loro contesto psico-biologico, unitamente ad un atteggiamento di autentico apprezzamento, che potremo sperare di riuscire a proporle uno spazio adeguato, in cui la qualità della comunicazione, del dialogo e, soprattutto, dell’ascolto, siano in grado di offrirle anche contenimento e sostegno.

Se da un lato la gravidanza può rappresentare per la donna un momento privilegiato nella sua crescita personale, dall’altro comporta una crisi della sua identità, legata al cambiamento in atto, che si esprime su tutti i piani del suo essere: fisico, psicologico, emozionale, comportamentale. La sua trasformazione si riflette in tutti i settori della sua vita relazionale: nel rapporto con il proprio corpo che si modifica, nella coppia, nell’ambiente legato alla famiglia di origine, nei suoi rapporti con gli amici e con i colleghi di lavoro: in pratica, con l’immagine che ha di se stessa.

Le componenti ansiogene legate a questo processo, in cui i fattori cambiamento-perdita-cambiamento si avvicendano continuamente, talvolta anche sovrapponendosi, possono risultare particolarmente intense nella primipara perché si deve cimentare in un percorso del tutto nuovo, mai vissuto precedentemente. Il travaglio, il parto, l’incontro con il bambino, gli accudimenti, l’allattamento, la depressione post-partum,’ sono tutte situazioni di cui ha sentito molto parlare, di cui, magari, ha anche letto, ma di cui non ha mai avuto una esperienza diretta e che, comunque, hanno però creato dei condizionamenti, delle aspettative e hanno stimolato il suo immaginario.

Tra l’altro essa spesso si sente al centro di un processo che ineluttabilmente la sospinge verso l’ignoto, laddove, contemporaneamente sta vivendo anche il passaggio che da figlia la porta a diventare madre e da coppia a coppia-genitoriale. Sono tanti i quesiti che essa si pone durante la gravidanza, che possono procurarle ansia e ai quali non è in grado di dare una risposta certa fra le quali sostanzialmente poi emerge un’unica domanda: cosa sarà di me e del mio bambino, andrà tutto bene? Non è una regola che chi ha già avuto uno o più figli stia molto meglio. Non esistono punti di riferimento sicuri sui quali la donna possa tranquillamente appoggiarsi: ogni gravidanza e ogni parto sono un’esperienza unica e irripetibile,così come unico e irripetibile è il figlio che nasce.

Per giunta, se l’esperienza precedente era stata problematica, o addirittura traumatica, è evidente che le componenti emotive, potrebbero alzarsi ulteriormente: infatti, esisterà in lei il timore che la storia si ripeta. In più, la situazione ansiogena può diventare anche molto problematica nel caso la gravidanza non sia stata desiderata. Come possiamo costatare, della madre che sta di fronte a noi, che ha perso il bambino e sta per iniziare il lutto, noi sappiamo ben poco della sua storia, delle sue ansie, delle sue paure. Però è importante considerare che comunque è una donna già provata e che ha già affrontato diverse perdite nel percorso gestazionale, quelle sopratutto legate al cambiamento.

Questo, e molto altro ancora, è colei alla quale sta per essere annunciato che ha perso o perderà il suo bambino. Occorre tenere anche presente che esiste una madre profonda in ogni gestante. Di questa madre inconscia, psicobiologica, noi dobbiamo tenere conto, mentre ci prepariamo a comunicare alla madre reale che il suo bambino è morto, o non potrà sopravvivere. E dovremo tenerne conto non solo quando la perdita avviene dopo la 25° settimana, ma anche se essa si verifica nei mesi precedenti. Di questa madre segreta occorre tenere conto anche nel caso di interruzione volontaria di gravidanza.

Quando un bambino muore, per piccolo che sia, indipendentemente dalla causa, c’è sempre una ferita che si apre nelle parti più profonde di quella donna e che sanguina a lungo. A volte per tutta la vita. Sin dall’inizio della gravidanza, le variazioni nella produzione ormonale evidenziano in lei l’esistenza, a livello profondo, di uno stato di consapevolezza del figlio. Esistono obiettive modificazioni fisiche e psichiche provocate in lei dalla presenza stessa del figlio sin dai primi processi interattivi, particolarmente visibili dalle variazioni ormonali che si verificano a partire dal concepimento e dall’annidamento e che poi proseguono durante tutta la gestazione fino a dopo la nascita.

Quando non sa ancora di essere gravida, prende il via un commovente dialogo biochimico tra la gestante e il bambino che porta in grembo, uno straordinario processo di accoglienza e protezione ( EPF, PAF, cortisolo ), di accudimento (estrogeni, ) e di adattamento ( progesterone ) che proseguirà per tutta la gestazione per sostenere ( adrenalina ), proteggere (endorfine ), nutrire ( prolattina ), ed accompagnare ( ossitocina ) la nuova vita all’esterno. Una madre buona, sensibile, contenitiva, premurosa, nutriente e previdente, si attiva gradualmente a livello inconscio in ogni donna, nelle pieghe più profonde del suo essere. Tutto ciò avviene anche quando si tratta di una donna che non ha programmato il figlio, o addirittura non ha il benché minimo desiderio, perlomeno a livello cosciente, di diventare madre.

Però occorre tenere presente che, se da un lato l’aumento della produzione ormonale aiuta la donna favorendo e promuovendo i processi di adattamento relativi alla nuova situazione, così come quelli di apertura, di accoglienza e l’ attaccamento al bambino, dall’altro la rende particolarmente sensibile, emotiva e quindi molto più fragile e particolarmente disarmata dinnanzi alla comunicazione della perdita di quello che per lei non e’ un feto ma un figlio.

Se la perdita avviene quando la gravidanza è avanzata, può essere necessario indurre il parto. Come può sentirsi una donna così sensibile e già così mamma nelle pieghe più profonde del suo essere, mentre entra in sala parto sapendo che partorirà un figlio morto? Quale sostegno le verrà dato in quel momento così difficile della sua vita, un momento che non dimenticherà mai più? è evidente che è importante le stiano vicine le persone a lei care e nelle quali ha fiducia. Si può chiedere direttamente a lei chi desidera avere accanto.

Nel complesso percorso della gestazione, di per se stesso già così costellato di cambiamenti, perdite e riadattamenti alle nuove realtà che via via si presentano, ciò che primariamente sostiene la madre di un bambino, specialmente se è stato molto desiderato e atteso, è proprio il pensiero dell’incontro con lui, con quel bambino del quale percepisce i movimenti, del quale sa se è maschio o femmina, che chiama per nome, al quale parla con affetto e che, magari, ha imparato a cullare un po’ ogni sera cantandogli una ninna- nanna. Questa donna, già così tanto madre del proprio figlio, dovrà far fronte e superare una prova che lei sa non porterà come frutto niente altro che il dolore. Quindi quando una donna perde un bambino verso la fine di un percorso gestazionale, e tanto più se essa ha con lui investito molto della sua affettività e delle sue emozioni , viene anche meno, sulla scena del parto, il premio , il punto luce che sino allora l’ aveva sostenuta. Successivamente, al dolore della perdita si aggiungerà quello di vedere che il proprio corpo continua a registrare la presenza del bambino: c’è stato un travaglio, ci sono state le contrazioni, c’è stato il parto… poi i seni si gonfiano, producono latte… ma il bambino non c’è più. Per molto tempo dopo il parto il corpo le ricorderà quella dolorosa realtà .

Per aiutare una madre ad affrontare le prime fasi del lutto credo sia doveroso e importante predisporre per il colloquio uno spazio intimo e tranquillo, in cui ci sia la sicurezza di non essere disturbati. Ho ascoltato racconti tristissimi di colloqui traumatici avvenuti in reparto, nel caos dei corridoi, o in studio, continuamente interrotti dal telefono o da infermieri che bussavano ed entravano direttamente. Una madre mi ha persino raccontato che la comunicazione della perdita del bambino le è stata fatta alla presenza di alcuni medici tirocinanti.

Sarebbe opportuno che fosse presente almeno una persona a lei cara, con la quale sia in confidenza e nella quale riponga fiducia, possibilmente il suo compagno, la sua amica del cuore, oppure l’ostetrica che l’ha seguita. Credo sia altrettanto importante prevedere di poterle offrire tutto il tempo che potrebbe essere ragionevolmente necessario, minimo un’ora, perché possa iniziare ad elaborare il suo lutto. Per evitare di uscire dai tempi previsti dalle esigenze del reparto, si potrebbe, ad esempio, preannunciare in modo discorsivo che alla tale ora si è attesi in reparto e mettersi d’accordo con un collega affinché intervenga ad un’ora stabilita. è di gran lunga preferibile allo sbirciare più o meno frequentemente l’orologio o al continuare a parlare avviandosi verso la porta e proseguire stando sulla soglia.

È importante essere chiari, sinceri, semplici e precisi nella comunicazione: usare termini esclusivamente scientifici può essere fonte di malintesi per chi non è un addetto ai lavori. Riferirsi al bambino chiamandolo’feto’ è inopportuno e brutale. Usare metafore come’il suo bambino non c’è più’ è altrettanto inopportuno, così come dirle che presto potrà averne un altro. Non dimentichiamoci che in lei è in atto la triplice perdita di un figlio: quello della madre psicobiologica, quello immaginato e quello reale. Tutto ciò non è minimizzabile, né il bambino è sostituibile. E, comunque, c’è un dolore che ha bisogno di essere vissuto a tutti i livelli prima di potere pensare a un altro figlio. Consigliare, consolare, dirle di non piangere, di essere forte, proporre soluzioni’¦ tutto ciò non aiuta l’evoluzione del processo del lutto. è fondamentale chiarire a noi stessi che il nostro ruolo in questa specifica circostanza è soprattutto quello di incoraggiare chi è di fronte a noi e a non reprimere i suoi sentimenti e le sue emozioni ma anzi, ad esprimerle, magari anche con il pianto ed eventualmente aiutarla a trovare le sue soluzioni. Quindi il nostro compito, oltre a quello di essere disponibili a rispondere sinceramente a tutte le domande che potrebbe farci, è principalmente quello di ascoltarla, usando specialmente la tecnica dell’ascolto attivo, cioè inviandole dei feed-back su ciò che essa dice rapportandoli alle sue emozioni, in modo da incoraggiarla a continuare a parlare.

è importante anche l’atteggiamento corporeo. Se il colloquio avviene in studio, non frapporre tavoli o scrivanie; sedersi comunque il più possibile frontalmente, accostando una sedia al suo letto ove la circostanza lo richieda; non tenere le gambe accavallate o le braccia incrociate: sono messaggi di chiusura; guardarla negli occhi senza fissarla, mostrando con piccoli cenni di interesse del capo o l’espressione del viso che stiamo attenti a ciò che dice e stiamo partecipando. Evitare sempre di sovrastare stando in piedi, se lei è seduta o sdraiata: ciò interrompe la comunicazione; di passare da un piede all’altro quando si è entrambi in piedi : è un segnale di disattenzione o di fretta

Quando in reparto muore un bambino si muovono molte emozioni in tutto il personale che è venuto in contatto con quella mamma: tutti se ne dispiacciono e, tanto più, l’ostetrica e il medico che l’hanno seguita. Sarebbe davvero utile che periodicamente fossero organizzati spazi strutturati di dialogo e di discussione dove gli operatori abbiano la possibilità di incontrarsi e di elaborare i loro vissuti. Non e’ sempre facile contenere le proprie emozioni e mantenere il controllo. Tuttavia e’ bene evitare di sedersi sul letto, di toccarla, di prenderle una mano, di abbracciarla: ciò si può fare eccezionalmente solo nel caso si crei una situazione davvero empatica che giustifichi questo comportamento confidenziale.

È possibile che all’inizio essa rifiuti di credere a quanto le viene detto: ciò non deve essere interpretato come un segno di sfiducia nei confronti dell’operatore ma come un tentativo di allontanare il momento della constatazione del fatto ineluttabile e del dolore che sentirà . Talvolta questa fase di negazione dell’evento si può manifestare con un congelamento emozionale o uno stato di shock. E ‘allora opportuno condurla gradualmente verso la constatazione della perdita ma senza forzarla e rispettando i suoi tempi. In circostanze simili, il compagno o l’ostetrica di fiducia possono essere di grande aiuto. Ci possono essere anche collera e rabbia in questo percorso del lutto: ‘perché proprio a me?’. A volte la collera è indirizzata verso Dio, o delle specifiche persone o circostanze vissute che essa rende responsabili della perdita: il ginecologo che non l’ avrebbe seguita adeguatamente, l’ostetrica, il troppo lavoro di cui è stata caricata, una lite con il partner’¦etc. Indagare, controbattere, giustificare, difendere i colleghi in questa delicata fase del lutto è controproducente per tutti.

È meglio astenersi. Si potrà eventualmente riparlarne in un secondo momento. A volte può succedere che essa se la prenda con se stessa, ipotizzando di avere creato situazioni che possano avere provocato la morte del bambino. è allora molto importante cogliere questo specifico segnale e intervenire subito adeguatamente con opportune spiegazioni rassicuranti perché, successivamente, questo comportamento potrebbe evolvere in un senso di colpa molto penalizzante nella sua vita di donna e di madre dei figli che ha o che potrebbe ancora avere. Dopo le prime manifestazioni della tristezza e del dolore, è in ogni caso sempre importante accompagnarla verso la constatazione concreta della perdita affinché, nel tempo, possa accettarla e integrarla nella sua vita. Proporle ed aiutarla, sempre che essa lo desideri, a produrre ricordi del bambino morto contribuirà ad evitare che, in seguito, si creino in lei delle situazioni dissocianti nelle quali, ad esempio, potrebbe verificarsi che essa continui a relazionarsi al figlio come se fosse ancora vivo.

Il pensiero di essere stata madre, sia pure per poco tempo, di quel bambino del quale ha conservato almeno una foto, o una ciocca di capelli, o l’impronta di un piedino, che magari ha lavato, vestito, al quale ha dato sepoltura con una piccola cerimonia, la sosterrà nel suo processo di accettazione della perdita e di risoluzione del lutto. Ci sono donne che fanno spontaneamente richieste precise, altre sul momento non ci pensano o non credono sia possibile fare richieste simili. Per questo motivo è opportuno fare delle proposte. A volte esse rifiutano, salvo avere un ripensamento anche mesi dopo la perdita. Sarebbe quindi opportuno che fosse sempre fatta una foto al bambino, curandone la qualità e nascondendo con adeguati accorgimenti eventuali deformità. I genitori dovrebbero quindi essere messi al corrente dell’esistenza di quella foto, nell’archivio dell’ospedale, e del fatto che potranno richiederla anche successivamente, in qualsiasi momento.

Il processo del lutto per la perdita di un bambino è un percorso complesso, mai indolore, talvolta dolorosissimo, in cui è coinvolto in prima persona il piccolo bimbo che tutti noi siamo stati: esso è vivo e vitale nelle parti più profonde del nostro essere, è parte di noi e costituisce anche il terreno sul quale si esprime tutta la nostra vita emozionale. Ritengo che questa sia una delle principali ragioni per cui la perdita di un bambino è considerata come il lutto più grande per l’ essere umano. Però non dobbiamo dimenticare che il lutto è un processo legato al cambiamento e quindi , in un certo senso, è un’ esperienza iniziatica , cioè tendenzialmente destinata a produrre trasformazione e crescita.

È evidente che non è opportuno comunicare questo concetto a chi sta soffrendo, così come sarebbe assurdo cercare di intellettualizzare questa esperienza. Invece nei gruppi di auto-aiuto, sempre estremamente utili e importanti per l’accompagnamento dei genitori che stanno vivendo il lutto, verso la fine di un percorso e in seguito all’accettazione e all’integrazione della perdita, emerge spesso questo concetto collegato alla trasformazione che sentono in atto e alla ricchezza dell’esperienza vissuta, anche se dolorosa.

Gabriella FerrariPresidente ANEP ItaliaRelazione Congresso’La Comunicazione nella Perinatalità’Forlì, 19 Aprile 2002