Il ruolo dell'ossitocina nel parto, indotto o non

Perché il travaglio comincia proprio in quelle settimane non prima o dopo tanto da evitare, per ragioni di sicurezza, che il parto sia prematuro o protratto? Andiamo alla scoperta di uno dei tanti compiti dell'ossitocina.

Durante tutta la gravidanza gli ormoni svolgono un ruolo fondamentale, tanto che in queste settimane le funzioni del sistema endocrino femminile (l’insieme di ghiandole che hanno il compito di produrre e immettere nell’organismo gli ormoni) vengono alterate.

Uno degli ormoni più importanti nella fase finale della gestazione, quindi sia per il travaglio che per il parto, ma anche nel periodo del post partum (anche nell’allattamento al seno tramite la suzione del bambino) è l’ossitocina. Un ormone che ha, tra gli altri, il ruolo di assicurare un parto sicuro e contribuire alla salute della donna e del bambino.

Cos’è l’ossitocina?

Comunemente l’ossitocina viene definita come “l’ormone dell’amore” in quanto è associata alla regolazione dei comportamenti emotivi. È infatti un ormone che viene rilasciato non solo durante il parto e l’allattamento, ma anche durante l’attività sessuale e l’orgasmo così come in risposta a uno stress psicologico o fisiologico per ridurre il dolore e la paura, avendo un effetto calmante e rilassante.

L’ossitocina viene prodotta dalle cellule neurosecretorie magnocellulari all’interno del nucleo paraventricolare e il nucleo sopraottico nell’ipotalamo per poi essere trasportata attraverso i conduttore di impulsi dei neuroni nel flusso sanguigno.

Inoltre l’ossitocina viene prodotta anche localmente nelle cellule dell’utero, del corion, dell’amnio e della decidua con lo scopo di influenzare il comportamento delle cellule limitrofe.

Il ruolo dell’ossitocina nel parto

Di per sé l’ossitocina ha un ruolo di neuromodulatore in quanto altera l’attività degli altri neuroni del sistema nervoso centrale. Il compito principale dell’ossitocina è quello di avviare il processo del travaglio al momento giusto. Un parto, infatti, può avvenire a termine (tra la trentasettesima e la 41 settimana), ma anche prima di questo termine (parto pretermine) o dopo (gravidanza protratta).

Una nascita prima o dopo il termine è rischiosa per il bambino e per evitare che tanto il neonato quanto la madre siano esposti a questi rischi l’organismo femminile, proprio tramite l’attività dell’ossitocina, avvia il processo del travaglio.

Questo avviene sollecitando le cellule muscolari lisce dell’utero che passano da una fase di riposo a una attivo. Il passaggio è caratterizzato dal cambio delle contrazioni uterine: nella fase di riposo esse sono singole e non sincronizzate, subito dopo divengano coordinante e regolari e sono uno dei segnali tipici dell’approssimarsi dell’inizio del travaglio vero e proprio.

Parliamo di meccanismi estremamente affascinanti e fondamentali dei quali molti aspetti risultano ancora non del tutto definiti. Non è ancora chiaro, per esempio, se l’attività dell’ossitocina all’inizio del travaglio sia avviata dall’organismo materno o dal feto.

Oltre ad avere indotto il parto l’ossitocina aumenta durante le varie fasi. La secrezione è di tipo pulsatile e raddoppia durante la fase latente per poi aumentare ancora fino al secondo stadio del travaglio. Questo aumento è dato dalla pressione esercitata dal feto sui recettori presenti nella cervice e sulle pareti vaginali. Quando la pressione raggiunge il massimo, cioè durante la fase espulsiva, l’ossitocina aumenta di 3-4 volte rispetto l’inizio del travaglio.

L’ossitocina completa il suo ruolo da protagonista del parto anche successivamente contribuendo alle contrazioni per la riduzione del volume dell’utero e il ritorno alle dimensioni preparto.

Sebbene gli studi a suffragio di questa caratteristica provengano esclusivamente da studi condotti sugli animali, l’ossitocina svolge un ruolo importante anche nel modificare i comportamenti materni, orientandoli verso l’interesse primario e la cura del proprio bambino.

Ossitocina bassa e parto indotto

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Fonte: iStock

L’ossitocina, come abbiamo visto, è un ormone naturale prodotto dall’organismo femminile, ma può capitare che sia a livelli inferiori a quelli necessari a stimolare il travaglio, motivo per cui l’induzione avviene per via endovenosa. In questi casi l’ossitocina somministrata è la stessa prodotta dall’ipofisi. L’induzione del travaglio di parto (ITP) è definita dalle linee guida nazionali come un “intervento medico messo in atto al fine di interrompere l’evoluzione della gravidanza” con l’obiettivo di ottenere un travaglio attivo.

Il ricorso a questo intervento medico va preso in considerazione solamente quando si ha certezza di un beneficio per la donna e per il feto rispetto all’attesa dell’insorgenza spontanea del travaglio.

Parto indotto: le testimonianze delle donne che l'hanno provato

Il ricorso all’induzione (che può avvenire tramite diversi metodi e non solo tramite l’ossitocina) è opportuno nelle gravidanze posttermine (e come prevenzione delle stesse), a seguito di rottura prematura delle membrane (PROM), morte intrauterina fetale, disordini ipertensivi, restrizione della crescita fetale, colestasi gravidica, oligoamnios, polidramnios, eccessiva crescita fetale, diabete gestazionale e gravidanza gemellare.

In tutti i casi l’induzione del travaglio è una scelta che deve essere effettuata consapevolmente dalla donna valutando i rischi e i benefici di ogni singola situazione.

La somministrazione dell’ossitocina per l’induzione del parto può avvenire seguendo due tipi di protocolli, uno a basse dosi (con un intervallo di aumento ogni 30-60 minuti) o ad alte dosi (con l’intervallo di aumento ogni 15-40 minuti). È da prediligere il protocollo a basse dosi valutando l’efficacia della somministrazione dell’ossitocina.

Rischi e controindicazioni all’uso di ossitocina nel parto

L’uso dell’ossitocina per l’induzione del travaglio sempre sconsigliata in tutte quelle condizioni in cui il parto vaginale è controindicato. Inoltre è controindicata in caso di placenta previa, distress fetale, ipertonia uterina e tutte le condizioni in cui non vi è una reale motivazione che ne giustifichi il ricorso.

L’uso dell’ossitocina può rivelarsi rischioso tanto per la madre quanto per il feto. Per la donna i rischi sono innanzitutto quelli di aumentare i dolori delle contrazioni ma anche quelli sono associati alla rottura dell’utero a seguito di contrazioni troppo forti che potrebbero comportare il ricorso al taglio cesareo. Per il bambino, invece, c’è il rischio di sofferenza fetale come conseguenza di contrazioni uterine senza rilassamento.

Nelle donne che ricorrono all’epidurale i livelli di ossitocina nel sangue sono ridotti tanto che è stato dimostrato come un maggiore ricorso a questo tipo di partoanalgesia influisca negativamente sull’inizio dell’allattamento al seno proprio come effetto della riduzione dell’ossitocina e della prolattina.

Articolo originale pubblicato il 16 maggio 2022

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