Mamma Pamela stringe tra le braccia la sua bambina, che indossa una tutina rosa sulla cui schiena si legge “Grazie Doc”. E c’è un motivo particolare, per quella dedica; perché Beatrice Vittoria, nata sabato 25 luglio al Poma di Mantova, è la prima bambina nata da una donna incinta contagiata dal Coronavirus e guarita grazie alla terapia del plasma immune.

A Pamela Vincenzi, già mamma di un altro bambino, il Covid-19 era stato diagnosticato al sesto mese di gravidanza, e per questo a marzo era entrata nell’ospedale mantovano in condizioni critiche. Così, i medici hanno deciso di sottoporla alla cura del plasma, che proprio al Poma di Mantova, con 24 pazienti curati, ha avuto le sue sperimentazioni più efficaci.

A fine aprile le sue condizioni sono migliorate, il doppio tampone è risultato negativo, tanto che i medici hanno optato per le dimissioni di Pamela, che in questo modo ha potuto proseguire la gravidanza a casa, fino al ritorno in ospedale, ma solo per dare alla luce la sua piccola. Al cui nome iniziale, Beatrice, è stato aggiunto quello di Vittoria, “Perché – ha spiegato mamma Pamela –  è insieme a lei che abbiamo vinto questa battaglia”.

Qualche precisazione sulla terapia al plasma, comunque, va fatta; il virologo Roberto Burioni, ad esempio, si è rivelato fin da principio fra i più scettici rispetto a questa cura, sostenendo che la plasma-terapia potesse essere valida solo entro certi limiti, considerando rischi e implicazioni. Anche i risultati dello studio sul plasma iperimmune, firmato, fra gli altri, anche dal dottor Giuseppe De Donno, che lavora proprio al Poma, sembrano però sostenere le tesi Burioni sui pro e i contro della terapia.

Burioni, fra le altre cose, sostiene che la preparazione del plasma per una trasfusione non sia economica, che il plasma stesso possa contenere ulteriori virus e che, se funzionò per la difterite e l’epatite sia A che B, non ebbe invece successo con HIV ed epatite C, pertanto non rappresenta una soluzione assoluta. Inoltre, aggiunge il virologo, la cura con plasma iperimmune non stimolerebbe il corpo a produrre anticorpi ma si limiterebbe a “sfruttare” quelli introdotti dalla cura stessa, che però talvolta agiscono contro le cellule buone del nostro organismo, determinando complicazioni (come le sindromi che colpiscono i polmoni).

Lo studio ha reso noto che, su 46 pazienti affetti da Covid-19 trattati con plasma, 4 hanno avuto complicazioni, tra cui proprio una grave insufficienza polmonare causata dalla somministrazione del siero; 3 pazienti sono morti (6,5%), 26/30 hanno avuto bisogno della respirazione assistita da ventilatore e 3/7 sono stati estubati.

Con i dovuti dubbi, e la necessità sicuramente di approfondire gli studi in merito, la parola d’ordine nel mondo scientifico sembra essere, tutto sommato, cautela. Tanto che gli stessi studiosi degli ospedali di Mantova e Pavia hanno concluso dicendo: “Questo è uno studio volto alla dimostrazione del concetto alla base della terapia, quindi questi dati non devono essere sovrainterpretati e l’efficacia non può essere ancora affermata”.

Nel frattempo, mamma Pamela oggi può stringere tra le braccia la sua bambina anche grazie alla terapia sperimentale, quindi, a conti fatti, è davvero un ottimo risultato.

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