Toxoplasmosi in gravidanza: rischi e prevenzione - GravidanzaOnLine

Toxoplasmosi in gravidanza: le cose da sapere

La toxoplasmosi è un'infezione che può essere particolarmente rischiosa se contratta in gravidanza: scopri come avviene il contagio, come viene trasmessa al feto e quali sono le terapie.

Una delle infezioni che possono creare disturbi anche gravi durante la gravidanza è quella della toxoplasmosi, causata dal Toxoplasma gondii, un parassita che può infettare l’essere umano attraverso le feci dei gatti o più frequentemente tramite consumo di carne cruda o poco cotta e di frutta e verdura non lavate accuratamente.

Normalmente chi contrae la toxoplasmosi non subisce conseguenze fisiche, tanto che solitamente non ci si accorge nemmeno dell’infezione in corso. Durante la gravidanza, invece, la toxoplasmosi può diventare un pericolo per lo sviluppo del feto, e può provocare aborto spontaneo o malformazioni.

I sintomi della toxoplasmosi in gravidanza

La toxoplasmosi non dà sintomi specifici e può essere confusa facilmente per una leggera influenza: si può presentare con dolori alle articolazioni, mal di gola o mal di testa e stanchezza. In molti casi è asintomatica.

Una volta che si contrae la toxoplasmosi l’organismo diventa immune a un nuovo contagio. Nel caso l’infezione fosse invece acquisita durante la gravidanza le conseguenze sono più serie e c’è invece un’alta probabilità di trasmissione al feto.

I rischi della toxoplasmosi in gravidanza

L’infezione nella donna in gravidanza decorre per lo più in modo asintomatico; quando diventa sintomatica la manifestazione più comune è una linfoadenopatia, senza febbre, accompagnata da astenia e cefalea.

L’esito per un neonato di un’infezione materna da toxoplasmosi comprende tutte le possibilità: dalla normalità alla morte in utero. La triade classica è costituita da corioretinite, idrocefalo e calcificazioni intracraniche, ma tali sintomi sono presenti solo nel 10-30% dei casi, mentre più del 75% dei neonati è asintomatico alla nascita e può presentare sintomi più avanti. Altre possibili manifestazioni di infezione fetale sono: ritardo di accrescimento endouterino e prematurità.

I segni neurologici sono quelli che più gravemente caratterizzano l’infezione congenita; i più frequenti sono le convulsioni, il nistagmo, la microcefalia.

La toxoplasmosi rappresenta una delle cause più frequenti di corioretinite. In più della metà dei casi è presente bilateralmente, in alcuni casi si può associare ad atrofia del nervo ottico, strabismo, nistagmo, cataratta.

Attualmente non vi sono parametri che permettano di prevedere l’esito dei neonati infetti asintomatici alla nascita, anche se i dati della letteratura indicano che le sequele più gravi si verificano nel neonato già sintomatico alla nascita. Per questo motivo è fondamentale proseguire i controlli clinici fino all’età scolare.

Diagnosi di toxoplasmosi in gravidanza

toxoplasmosi in gravidanza

Tra i primi esami a cui viene sottoposta una donna incinta o alla ricerca di una gravidanza si trova il test di screening per la toxoplasmosi, il toxotest, che rileva tramite prelievo di sangue la presenza del virus o dei suoi anticorpi.

La percentuale di trasmissione fetale aumenta del 20% nel primo trimestre, del 54% nel secondo e del 64% nel terzo trimestre. Tali differenze sembrano dovute al diverso spessore della placenta nelle varie fasi della gravidanza. Complessivamente il rischio di trasmissione verticale è del 40%.

La gravità del danno fetale è direttamente proporzionale all’età gestazionale al momento dell’infezione: quanto è più precoce l’infezione gravidica tanto più grave sarà il danno fetale. I casi clinicamente sintomatici di toxoplasmosi congenita riguardano quasi esclusivamente i feti infetti prima della 26^ settimana.

La diagnosi di infezione congenita da toxoplasmosi si basa su test diagnostici diretti (coltura cellulare, amplificazione del genoma (PCR) e test diagnostici indiretti (IFA, immunofluorescenza indiretta, ELISA (IgA, M, G), ISAGA (immunoassorbimento per IgM), Western-blot, test di avidità per le IgG. La Polymerase Chain Reaction è una tecnica di amplificazione genetica utilizzata per diagnosticare l’infezione congenita da toxoplasmosi sul liquido amniotico o su sangue fetale.

È sempre opportuno effettuare un test di screening preconcezionale. Nel caso di sospetta infezione durante la gravidanza è fondamentale indagare la sierologia materna per identificare l’epoca di sieroconversione. È opportuno valutare almeno due esami sierologici a distanza di 3 settimane uno dall’altro. Per datare l’inizio dell’infezione risulta utile il test di avidità delle IgG specifiche.

Al fine di valutare gli eventuali segni di infezione fetale è opportuno effettuare un esame ecografico ogni 15-30 giorni. Dopo almeno 20-30 giorni dal contagio, per evitare falsi negativi, andrebbe effettuata una amniocentesi con ricerca del DNA mediante tecniche di amplificazione genetica (PCR).

Alla nascita poi, per valutare la presenza di infezione congenita, il neonato dovrà essere sottoposto ad esame sierologico per valutare il titolo delle IgM e delle IgA, oltre ad esame clinico, neurologico, oculistico e a ecografia cerebrale. Se l’infezione è certa, è opportuno eseguire anche esami strumentali quali, TAC o RMN encefalo, potenziali evocati uditivi, EEG.

Le terapie per la toxoplasmosi in gravidanza

Nel sospetto di infezione durante la gravidanza va instaurata la terapia materna fino all’esclusione dell’infezione o fino al parto se l’infezione è confermata: il trattamento riduce fino al 60% la trasmissione fetale.

Come spiega il portale dell’Istituto superiore di Sanità

Nel caso in cui la donna dovesse essere contagiata durante la gravidanza, è possibile bloccare la trasmissione dell’infezione al bambino attraverso un trattamento antibiotico mirato. Il trattamento più utilizzato è quello con spiramicina, un antibiotico ben tollerato sia dalla madre sia dal feto. […] Con le attuali possibilità di trattamento, almeno il 90% dei bambini con toxoplasmosi congenita nasce senza sintomi evidenti e risulta negativo alle visite pediatriche di routine. Solo attraverso indagini strumentali più raffinate possono essere rilevabili piccole anomalie a carico dell’occhio e dell’encefalo.

La toxoplasmosi e i gatti: che legame c’è?

Il gatto, che è l’ospite definitivo, viene infettato per ingestione di carne infetta o tramite oociti escrete da altri gatti, che sono infettive e possono essere trasmesse alla donna in gravidanza che ne entrasse in contatto. L’infezione da toxoplasmosi tramite i gatti è molto improbabile e può essere contratta solo attraverso le feci: non, ad esempio, accarezzando l’animale.

Per evitare il contagio è sufficiente prestare qualche attenzione in più nel pulire la lettiera, usando i guanti e lavandosi con cura le mani, oppure affidando l’operazione di pulizia a qualcun altro.

I metodi di prevenzione per ridurre l’incidenza della toxoplasmosi congenita sono diversi. Secondo le linee ricordate dal Ministero della Salute per prevenire l’infezione è opportuno dunque:

  • evitare il contatto con le feci dei gatti e pulire la lettiera solo con i guanti
  • lavare bene frutta e verdura prima di consumarle
  • cuocere bene la carne e le uova e non bere latte non pastorizzato
  • lavare le mani prima e dopo aver toccato alimenti crudi
  • consumare i prodotti preconfezionati deperibili subito dopo l’apertura e, comunque, mai oltre la data di scadenza
  • mantenere separati i cibi crudi da quelli cotti
  • refrigerare subito gli alimenti già cotti, se non mangiati al momento, e riscaldarli accuratamente fino al cuore, prima di consumarli
  • consumare le verdure solo dopo accurato lavaggio, comprese quelle in busta già pronte per il consumo. Consumare la frutta ben lavata, meglio se sbucciata, i frutti di bosco surgelati solo cotti.
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