Parvovirus B19: la quinta malattia - GravidanzaOnLine

Infezioni da parvovirus B19: la quinta malattia

II parvovirus B19 è il più piccolo DNA-virus patogeno per l'uomo, colpisce soprattutto bambini e ragazzi tra i 5 e i 15 anni e, se contratto durante la gravidanza, può avere conseguenze gravi per lo sviluppo fetale.

Il parvovirus B19 è responsabile del cosiddetto eritema infettivo o quinta malattia, che, se ha conseguenze non gravi negli individui adulti, può al contrario rappresentare un fattore di rischio durante la gravidanza e provocare nel neonato l’insorgere di disturbi anche gravi.

Parvovirus, cos’è e come si trasmette

L’infezione da parvovirus B19 è diffusa in tutto il mondo e colpisce soprattutto bambini e ragazzi dai 5 ai 15 anni di età, ma può essere contratta in qualsiasi momento della vita. La trasmissione dell’infezione avviene solitamente per via aerea, nelle donne in gravidanza può avere un’incidenza dell’1.5% e nel 33% dei casi si trasmette al feto.

Una volta contratta la malattia si acquista l‘immunità dal virus: le donne che hanno avuto il parvovirus prima della gravidanza non possono contrarlo nuovamente, né trasmetterlo al feto. Il periodo più critico in caso di infezione in gravidanza è quello del secondo trimestre e oltre il 90% delle complicazioni fetali compaiono nelle prime 8 settimane dall’infezione della madre.

I sintomi del parvovirus

I sintomi tipici dell’infezione da parvovirus sono simili a quelli di un’influenza, e comprendono innalzamento della temperatura, mal di testa, stanchezza e dolore alle articolazioni.

A questi si accompagna in genere la comparsa di segni tipici dell’eritema, che, in particolare sul volto, ricordano i segni e l’arrossamento dati da uno “schiaffo”. Il periodo dell’incubazione del parvovirus è generalmente compreso tra 4 e 14 giorni.

Il parvovirus in gravidanza

Durante la gravidanza è possibile che il parvovirus B19 attraversi la placenta e in questo caso può provocare conseguenze anche gravi per il feto: nel 3-9% dei casi, se l’infezione è contratta entro le prime 20 settimane di gravidanza, può verificarsi morte fetale, mentre nel corso del secondo trimestre di gravidanza può provocare idrope fetale, cioè un elevato aumento di liquido che può causare danni gravi allo sviluppo del feto.

L’idrope fetale si riscontra in 1 gravidanza su 3.000, e nella metà dei casi la sua causa è ignota, mentre in circa il 10-15% dei casi è causata dal parvovirus B19. Se contratta nel corso del terzo trimestre invece, poiché il feto ha acquisito una risposta immunitaria più efficace, le conseguenze possono essere di minore entità.

Tra i sintomi che possono verificarsi in un neonato che contrae la quinta malattia durante la nascita si trovano dolori alle articolazioni e anemia. Aumenta poi l’incidenza di miopericardite e vasculite.

Diagnosi e terapia del parvovirus B19

La diagnosi diretta per il parvovirus B19 si effettua con la ricerca del DNA virale nel siero mediante Pcr (polymerase chain reaction) o nei tessuti mediante ibridazione in situ. La risposta anticorpale può essere valutata mediante la ricerca di IgM e IgG specifiche: le IgG anti-B19 si riscontrano alcuni giorni dopo le IgM e possono persistere per tutta la vita.

Un aumento significativo nel siero prelevato in fase di convalescenza (almeno il doppio del livello di IgG rilevato nel siero in fase acuta) attesta un’infezione recente. Il riscontro della bassa avidità delle IgG depone per un’infezione primaria recente. Le IgA anti-B19 non sembrano diagnosticamene utili in quanto possono persistere per anni.

L’infezione da B19 generalmente non richiede trattamento. Nei casi di grave anemia, non esistendo una terapia eziologica specifica, si possono utilizzare le immunoglobuline aspecifiche endovena. In casi gravi di idrope fetale sono state effettuate trasfusioni intrauterine oppure infusioni di immunoglobuline alla madre, con benefici per il feto non ancora accertati.

Prevenzione del parvovirus

Non esiste ad oggi un vaccino efficace per impedire l’infezione da parvovirus e il conseguente insorgere della quinta malattia. La prevenzione dell’infezione per i soggetti a rischio, in particolare le donne in gravidanza, è essenzialmente basata sul rispetto delle misure igieniche: si consiglia di lavare accuratamente le mani ed evitare il contatto con i fluidi corporei, ma anche di dividere cibo e bevande con individui potenzialmente infetti.

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