Durante la gravidanza, data la particolarità della condizione sia del feto che della donna, possono verificarsi delle complicazioni. Tra quelle più rare è da segnalare la cosiddetta sofferenza fetale, un fenomeno legato all’insufficiente quantità di ossigeno ricevuta dal feto.

La sofferenza fetale è uno dei pericoli maggiori che si possa verificare durante il travaglio. In realtà più che di sofferenza fetale è più corretto parlare di stato fetale non rassicurante o, come ricorda l’AOGOI, tracciato CTG non rassicurante.

Scopriamo cosa si intende propriamente per sofferenza fetale, come riconoscerla e come si deve procedere in questi casi.

Sofferenza fetale: cosa significa?

La Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia definisce questo fenomeno come la condizione relativa

Ai segni dell’incapacità a sopportare il travaglio di parto ed una condizione che potrebbe condurre all’asfissia (ipossia con acidosi metabolica).

Bisogna però, come detto, distinguere tra asfissia e sofferenza fetale, preferendo parlare di tracciato CTG non rassicurante. Infatti “un CTG dubbio al momento del ricovero, può indicare un’alta probabilità di successivo sviluppo di sofferenza fetale”.

L’asfissia alla nascita può avvenire sia prima che dopo il travaglio, non solamente durante e può verificarsi per diverse cause. Tra queste si possono individuare i bassi livelli di ossigeno nel sangue della madre o un flusso sanguigno insufficiente a causa della compressione del cordone ombelicale.

Sofferenza fetale: sintomi

Sono diverse, come anticipato, le condizioni che possono portare allo sviluppo di questa condizione. Tra queste le principali riguarda l’anemia, il ritardo della crescita intrauterina, l’ipertensione indotta dalla gravidanza, i livelli ridotti di liquido amniotico intorno al feto e, ancora, la presenza di un liquido amniotico macchiato di meconio che può portare al blocco delle vie respiratorie del feto.

Il feto, quindi, va monitorato in tutte le fasi della gravidanza. Per individuare i sintomi è opportuno procedere con il monitoraggio della frequenza cardiaca del feto. Il FCF, monitoraggio della frequenza cardiaca fetale, spiega ancora l’AOGOI

viene considerato una procedura valida per valutare il benessere fetale durante il travaglio. Infatti, in presenza di una sofferenza fetale, in più del 90% dei casi nel tracciato cardiotocografico si possono riscontrare delle alterazioni.

Inoltre il tracciato CTG:

può considerarsi la principale tecnica di screening per l’eventuale riscontro di sofferenza fetale ed ipossia durante il travaglio. La presenza di alterazioni (decelerazioni per lo più) e la riduzione della variabilità nelle registrazioni effettuate durante il travaglio possono essere segnale di una sofferenza fetale.

I medici utilizzano il monitoraggio elettronico della frequenza cardiaca fetale (FHR) che permette di riconoscere e seguire lo sviluppo dell’ipossia (carenza di ossigeno). I valori dell’FHR vanno analizzati con estrema attenzione, in quanto se interpretati erroneamente possono portare a intervenire con un taglio cesareo. Per questo è raccomandato di procedere anche con un’analisi dell’acido ematico fetale.

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Sofferenza fetale: conseguenze e rischi

La mancanza di ossigeno è un rischio enorme per la vita stessa del feto e per comprendere le conseguenze l’ipossia viene classificata in tre diversi gradi.

Il grado 1 non ha conseguenze gravi, mentre il grado 2, pur compensando i fenomeni, provoca l’acidosi. Il grado 3, quello più grave, provoca la compromissione dell’ossigenazione del miocardio e un aumento delle probabilità di mortalità.

Per completezza di informazione è opportuno anche sottolineare i rischi legati all’attività diagnostica da parte dei medici. Questa, infatti, costituisce la base dei principali problemi di natura medico-legale. La quasi totalità dei procedimenti giudiziari, infatti, è incentrata sull’interpretazione di questi dati, motivo per cui vanno valutati con estrema attenzione.

Sofferenza fetale: cosa fare?

Nei casi di sofferenza fetale la prima cosa da fare è la rianimazione intrauterina, in modo da prevenire altre conseguenze. La rianimazione può avvenire in diversi modi: tocolisi, amnioinfusione, cambio della posizione della donna e utilizzo dell’ossigeno in maschera alla partoriente. L’utilizzo dell’ossigeno in maschera, infatti, ricorda ancora l’Associazione dei ginecologi e ostetrici

sembra migliorare la situazione metabolica fetale in caso di ipossia, aumentando il grado di ossigenazione fetale ed il livello di saturazione per l’O2 dell’emoglobina fetale. Ciò può prolungare i tempi di tolleranza fetale all’ipossia e potrebbe consentire a molti feti di nascere per via vaginale senza rischio, dato che la fase attiva del travaglio dura in genere solo poche ore.

In conclusione, per quel che riguarda la sofferenza fetale, sono determinanti sia l’assistenza prenatale che il monitoraggio costante e approfondito sia del feto che della madre per tutto il periodo della gravidanza.

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