L’attenzione alle infezioni che si possono verificare nel corso della gravidanza è elevata, in quanto in alcuni casi vi è il rischio di trasmissione al feto prima o durane il parto. È utile quindi dedicare il nostro interesse alla mononucleosi in gravidanza, considerando come questa sia un’infezione molto comune.

L’Istituto Superiore di Sanità (ISS), infatti, stima che oltre il 90% della popolazione mondiale entra nei primi anni di vita (o durante l’adolescenza o l’età adulta) in contatto con il virus responsabile della malattia. L’American Pregnancy Association, infatti, segnala come la maggior parte delle persone entro i 35 anni abbia sviluppato gli anticorpi per la mononucleosi, proprio per averla contratta negli anni precedenti.

Sebbene non rientri tra le infezioni in gravidanza più pericolose, è utile chiarire alcuni aspetti importanti legati alla mononucleosi nel periodo della gestazione.

Cos’è la mononucleosi?

La mononucleosi è una malattia infettiva causata dal virus Epstein-Barr (EBV), uno degli herpesvirus più diffusi che viene chiamato herpesvirus di tipo 4. Complice il miglioramento delle condizioni igieniche, nei Paesi industrializzati l’infezione tende a essere comune tra i 15 e i 30 anni, mentre nel resto del mondo è più comune in età pediatrica.

Si tratta di un’infezione che si trasmette mediante scambio di saliva (per questo viene comunemente chiamata anche malattia del bacio) ma anche tramite colpi di tosse, starnuti o la condivisione di oggetti infetti.

Sintomi e conseguenze della mononucleosi

Tra le particolarità della mononucleosi c’è quella di essere solitamente asintomatica, motivo per cui spesso non viene nemmeno diagnosticata. Inoltre l’infezione da EBV tende a guarire senza lasciare conseguenze. I sintomi tipici sono la febbre, la faringite e l’ingrossamento dei linfonodi che, oltre a essere solitamente lievi, sono piuttosto aspecifici.

Il virus responsabile della mononucleosi ha la capacità di sfuggire al controllo del sistema immunitario, e per questo rimane in una forma latente (inattiva) all’interno dell’organismo per tutta la vita. Il più delle volte non causa problemi ma l’Istituto Superiore di Sanità evidenzia come a volte possa favorire lo sviluppo di malattie infiammatorie croniche, malattie autoimmuni e tumori.

I giovani adulti e gli adolescenti che contraggono il virus Epstein-Barr sviluppano solitamente una mononucleosi infettiva, ovvero una forma di infezione nella quale, come spiegato dal Manuale MSD, vi è nel sangue un’elevata quantità di un particolare tipo di globuli bianchi. Le persone infette tendono a espellere periodicamente il virus tramite la saliva che, pur non causando sintomi, determina la trasmissione dell’infezione ad altre persone.

La riattivazione della fase di latenza con la produzione di nuove particelle virali (fase litica) nel corso della vita può avvenire in seguito a stress psicofisico ma anche durante la gravidanza. La gestazione, quindi, può essere la causa del risveglio dell’infezione.

Mononucleosi in gravidanza: i rischi

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Fonte: iStock

Il rischio che il virus Epstein-Barr possa essere trasmesso al feto durante la gravidanza o al bambino durante il parto o l’allattamento è, chiarisce il Cleveland Clinic, molto basso. Parallelamente i genitori che contraggono l’infezione durante la gravidanza o vanno incontro a una sua riattivazione portano a termine gravidanze sane.

È, però, importante non sottovalutare la questione in quanto sintomi quali stanchezza, dolori muscolari e mal di gola possono condizionare la qualità della vita e rendere la gravidanza estremamente invalidante.

La preoccupazione maggiore, invece, è nei soggetti che hanno un sistema immunitario compromesso. In questi casi, frutto di immunodeficienze primarie, assunzione di farmaci immunosoppressori o la coesistenza di altre infezioni (come quella dell’HIV), la riattivazione del virus può causare lo sviluppo di tumori maligni, disordini del sistema immunitario e malattie linfoproliferative benigne.

I problemi legati alla mononucleosi in gravidanza sono di fatto due.

  • Da una parte la possibilità che l’infezione non sia stata provocata dal virus EBV ma da citomegalovirus (CMV). In questi casi, soprattutto se l’infezione è primaria (ovvero contratta per la prima volta) c’è un rischio di trasmissione al feto del 30-50%. Nel 20-25% di questi casi, come evidenziato dall’Associazione Ostetrici Ginecologi Ospedalieri Italiani (AOGOI), il neonato può presentare microcefalia, calcificazioni intracraniche, corioretinite, ittero, petecchie, porpora, epatosplenomegalia e più tardivamente anche ritardo mentale, sordità e una riduzione del visus con conseguente minore acutezza visiva.
  • C’è poi anche la possibilità che l’EBV possa causare altre malattie come la meningite virale, l’encefalite, la paralisi dei muscoli facciali, la pancreatite, la miocardite, la malattia polmonare, la polmonite, la sindrome di Guillain Barre e l’indebolimento del sistema immunitario.

La questione resta comunque oggetto di discussione scientifica, in quanto ci sono studi che suggeriscono come una significativa riattivazione dell’infezione da EBV possa influenzare la durate della gravidanza, e altri che, invece, non evidenziano alcun effetto avverso dell’infezione materna da EBV sui neonati.

Come prevenire l’infezione

Considerando la diffusione e le caratteristiche del virus Epstein-Barr, è difficile riuscire a prevenire la mononucleosi infettiva. La riduzione del rischio di contagio passa dall’evitare (nei luoghi pubblici ma anche in casa) la condivisione di bicchieri e stoviglie.

In caso di conferma diagnostica, invece, il consiglio è di evitare di frequentare scuola e luoghi di lavoro nei quali si potrebbe diffondere l’infezione.

Mononucleosi in gravidanza: cosa fare

Per confermare la diagnosi di mononucleosi si devono eseguire specifici esami di laboratorio, tra cui l’emocromo (per la conta dei globuli bianchi e rossi) e la ricerca degli anticorpi IgM e IgG contro gli antigeni del virus Epstein-Barr.

I farmaci che bloccano la replicazione del virus EBV non sono efficaci, per cui il trattamento prevede il riposo, il seguire una dieta leggera (per non affaticare il feto) e l’assunzione di farmaci antinfiammatori per la febbre e i dolori.

Il trattamento in gravidanza è pressoché lo stesso, a condizione che non sia una forma grave di mononucleosi. In caso di ingrossamento della milza o complicanze a carico del sistema nervoso vanno trattate tramite farmaci corticosteroidi.

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