Cannabis terapeutica in gravidanza, la storia della madre denunciata per negligenza

La storia di Lindsey Ridgell apre nuovi scenari sull'uso di cannabis terapeutica per calmare il dolore. Questa madre l'aveva usata, sotto controllo medico, per lenire gli effetti dell'iperemesi gravidica. Ed è stata denunciata per abuso su minore.

Sta facendo molto scalpore e probabilmente diverrà anche un caso di studio a cui fare riferimento in futuro, la storia di Lindsey Ridgell. Mamma di Silas nato nel 2019 in Arizona, la Ridgell è in ballo con una denuncia di abuso su minore per uso di cannabis terapeutica in gravidanza, usata (sotto controllo medico e con benestare del ginecologo) per lenire gli effetti di una pesante iperemesi gravidica.

L’iperemesi gravidica è un incubo per molte mamme: causa uno stato di spossatezza e malessere che difficilmente può essere tenuto sotto controllo e una nausea gravidica molto severa, che limita in tutto la donna. Lindsey Ridgell nel 2019, con l’assunzione di cannabis terapeutica, cercava di calmare e tenere a bada proprio gli effetti devastanti di una feroce iperemesi. Dal 2010 la marijuana anche a uso ricreativo è legale nello stato dell’Arizona e questo status ha creato una sorta di corto circuito legale ancora in essere.

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A pochi giorni dal parto, come racconta questo articolo che ha ricostruito la storia, la Ridgell si è vista consegnare una denuncia per abuso di minore dal Department of Child Safety e l’inserimento del suo nome per 25 anni nel registro centrale dell’Arizona che raccoglie i dati di bambini abusati. L’accusa: negligenza su minore causata dall’uso di cannabis terapeutica in gravidanza. Gli esami effettuati sul piccolo Silas a poche ore dalla nascita avevano infatti riscontrato positività a diverse sostanze: un ansiolitico (usato dalla mamma sotto consiglio medico), Benadryl e marijuana.  In questi giorni Lindsay Ridgell sarà in tribunale per chiedere formalmente la rimozione del suo nome dal registro dei genitori che abusano dei figli.

Il caso della Ridgell è emblematico perché da un lato non ci sono impedimenti all’uso di marijuana in diversi stati americani, tanto più se sotto ricetta medica. Dall’altro non ci sono studi ancora validi per comprendere gli effetti dell’uso di cannabis (anche a scopi terapeutici) sul feto. Questo gap ha generato inoltre dei riverberi di tipo sociale: secondo le stime dei registri usati per tenere traccia di genitori abusanti, le persone di colore e quelle provenienti da ambienti umili sono nel mirino dei servizi sociali più di coloro che arrivano da contesti più alti. Anche se non ci sono gli estremi per una denuncia.

Emblematico, in questo senso, il caso Shakira Kennedy, mamma afroamericana di due gemellini accusata di negligenza, come la Ridgell, per uso di cannabis terapeutica in gravidanza. Anche nel suo caso la sostanza era stata utilizzata per lenire l’iperemesi gravidica, con la differenza che i suoi bambini non presentavano nel sangue alcuna traccia di marijuana. Nonostante questo la Kennedy si è vista ugualmente accusare di negligenza.

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Il caso di Ridgell è, in questo senso, molto anomalo: Lindsay, infatti, è bianca. E soprattutto è una ex dipendente dello stesso dipartimento che l’ha denunciata, quindi conosce bene come lavorano i suoi colleghi e quali sono i motivi per cui si muovono. In molte occasioni anche formali (ad esempio in tribunale), la donna ha informato il giudice di possedere una marijuana card vidimata dal suo medico e che l’iperemesi gravidica l’aveva portata ad uno stato di malessere e ansia talmente forte da non riuscire a vivere normalmente se non con i farmaci prescritti dal suo dottore.

Il caso della Ridgell sta avendo molta visibilità non solo in Arizona ma anche in altri stati (ad esempio in Alabama) dove la cannabis è, appunto, legale. L’avvocato  Julie Gunnigle che ha preso in carico pro-bono questa situazione, ha raccontato di essere stata bersagliata da decine di richieste di madri che si trovano nella stessa posizione di Lindsay. E la stessa Ridgell, che ha esperienza nel trattamento di famiglie in difficoltà, mentre cresce il suo piccolo Silas (che ora ha 2 anni) si è detta pronta ad aiutarle in prima persona per poter dissipare la nebbia giudiziaria che copre queste casistiche al limite, in cui esiste un buco burocratico infinito e non sempre equo.

Il dibattito è aperto e include diverse possibilità: innanzitutto degli studi approfonditi che spieghino la correlazione dell’uso di cannabis nella madre e salute del feto alla nascita. Eticamente il caso lo ha già risolto la legge: se la sostanza è legale in diversi stati americani e sono i dottori a prescriverla per patologie severe (anche in gravidanza, sebbene le evidenze sugli effetti non siano ancora chiari) a chi è da imputare la colpa?

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