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Avere un figlio dopo un cancro al seno: è possibile?

Avere un figlio dopo un tumore al seno e la chemioterapia è possibile, grazie alla crioconservazione degli ovociti prima di intraprendere le terapie: ecco cosa è importante sapere.

Avere un figlio, dopo aver superato una patologia grave come il tumore al seno, è possibile grazie alla Procreazione Medicalmente Assistita (PMA), ed è possibile farlo in sicurezza per mamma e bambino.

Il tumore alla mammella è la più diffusa tra le neoplasie che colpiscono le donne in età fertile (15-39 anni): per questa fascia di età, in Italia ogni anno si registrano 2.420 nuovi casi (1) con una prevalenza pari a 25.000 pazienti (2).

Se da un lato, grazie ai progressi della medicina, negli ultimi anni i tassi di sopravvivenza al tumore al seno sono notevolmente migliorati, raggiungendo circa il 90% a 5 anni dalla diagnosi (2), dall’altro lato per queste pazienti si pone il problema della preservazione della fertilità, spesso compromessa dalle terapie necessarie per la cura del tumore.

Proprio su questo tema Merck Serono ha organizzato ieri a Roma, nell’ambito del 1° Congresso Nazionale di Endocrinologia Oncologica, il Simposio “Avere un figlio dopo un tumore della mammella”, riunendo importanti esperti di oncologia e PMA, con l’obiettivo di illustrare le opportunità di preservazione della fertilità nelle donne colpite da questa neoplasia, attraverso le tecniche di fecondazione assistita.

In Italia si stima che il 40-70% delle donne colpite da tumore al seno abbia problemi di fertilità (3), prevalentemente a causa della chemioterapia, ma oggi la ricerca scientifica ha fatto importanti progressi.

Per salvaguardare la capacità riproduttiva dagli effetti tossici delle terapie e avere in futuro il massimo delle possibilità di avere un figlio, sarebbe opportuno che, prima di iniziare qualsiasi cura, tutte le donne con diagnosi di neoplasia alla mammella si sottoponessero al congelamento dei propri ovociti.

È questa una tecnica ormai consolidata e riconosciuta dai massimi esperti, che diventa sempre più importante all’aumentare dell’età; infatti, se la diagnosi arriva dopo i 35 anni, la crioconservazione ovocitaria è ancora più appropriata perché il periodo di tempo necessario per superare il tumore alla mammella ritarda inevitabilmente di qualche anno la ricerca di un figlio.

Di conseguenza la donna rischia di raggiungere un’età in cui la fertilità è molto bassa. Come ha dichiarato Andrea Borini, Presidente della Società Italiana di Conservazione della Fertilità

Oggi la crioconservazione rappresenta una grande speranza per le donne che, dopo aver dovuto affrontare le difficoltà legate ad una patologia grave come il tumore alla mammella, non intendono rinunciare alla maternità –  – Dopo l’entrata in vigore della legge 40, in Italia la tecnica di congelamento degli ovociti è stata molto affinata ed ha prodotto risultati sempre migliori: basti pensare che, in questi 7 anni, la percentuale di recupero di ovociti scongelati è passata dal 50% all’80%, mentre la percentuale di successo della PMA con l’impiego di ovociti crioconservati è passata dal 12% iniziale fino a livelli che si attestano al 25-26%. Importanti prospettive riguardano anche la più recente tecnica di crioconservazione e trapianto di tessuto ovarico che, ad oggi, ha portato alla nascita di 13 bambini (4).

Studi retrospettivi dimostrano che solo il 3-7% delle pazienti colpite da tumore mammario in età fertile ha successivamente una gravidanza (5): questo valore così basso dipende non solo dalle terapie che compromettono l’apparato riproduttivo della donna, ma anche dal forte impatto emotivo della patologia che può dissuadere la donna, una volta guarita, dalla ricerca di un figlio.

Come spiega Fedro Peccatori, Direttore della Unità Fertilità e Procreazione in Oncologia all’Istituto Europeo di Oncologia di Milano (IEO)

Per una donna alla quale viene diagnosticata una neoplasia mammaria e che desidera avere un figlio è fondamentale congelare ovociti sani e di ottima qualità prima della chemioterapia –  . Tutto il resto non conta, perché i cambiamenti ormonali prodotti dallo stato di gravidanza non aumentano in nessun modo il rischio di recidive nella donna, né una chemioterapia, purché terminata da almeno un anno, influisce su uno sviluppo sano del feto. Una recente metanalisi ha confermato, infatti, che la gravidanza, dopo un tumore al seno, non comporta un incremento del rischio di mortalità. Tuttavia, prima di affrontare una gravidanza, sarebbe necessario aspettare 2 anni per superare il periodo di possibile recidiva, comunque correlato alla neoplasia, e per concludere le terapie ormonali previste. La gravidanza dopo il tumore mammario non comporta inoltre un aumento dei rischi per il feto perché, sulla base dei dati disponibili, non risulta nessun aumento del tasso di malformazioni neonatali (6).

Bibliografia:
(1) Globocan, data refer to 2008
(2) Rapporto AIRTUM 2010
(3) Del Mastro et al, “Effect of the Gonadotropin-Releasing Hormone Analogue Triptorelin on the Occurrence of Chemiotherapy-Induced Early Menopause in Premenopausal Women with Breast Cancer”, JAMA (Journal of American Medical Association), July 20, 2011
(4) Donnez J. et al, “Children born after autotransplantation of cryopreserved ovarian tissue. A review of 13 live births”; Ann Med. 2011.
(5) Blakely et al; “Effects of pregnancy after treatment for breast carcinoma on survivol and risk of recurrency”; Cancer, 2004
(6) Peccatori et al; “Subsequence Pregnancy After Breast Cancer”; Recent Results in Cancer Research, Vol.178, 2007

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