Anonimo

chiede:

Gentile dottoressa, i trovo casualmente nel vostro sito che ho visitato scrupolosamente. Leggendo le lettere inviate ancora più pressante si pone quello che non so come definire e che quindi chiamerò “problema”. Ho deciso di scriverle perché mi sento come una campana stonata in mezzo a tante donne che con gioia scoprono di aspettare un figlio oppure desiderano averne.
Provengo da una famiglia in cui i bambini non sono mai mancati e ho sempre partecipato con gioia alle gravidanze di sorelle e amiche, qualche volta provando emozione fino alle lacrime. Ciò nonostante, mettendo da parte le emozioni, non riesco a capacitarmi del come e del perché si decida di avere un figlio. La gravidanza, il parto, l’allattamento mi sembrano innaturali riferiti alla mia persona. Ho 35 anni e sono sposata da tre e quando mi immagino con il pancione provo grande repulsione. Per non parlare poi di parto, di dolore che posso immaginare e di episiotomia.
A questo punto Lei penserà che non è obbligatorio avere un figlio (o un figlio naturale) e lo penso anch’io, ma ho un marito che lo desidera e pur essendo da sempre a conoscenza di questa mia repulsione spera, senza insistere, di diventare padre. Io invece sarei contenta se non potessi averne e non nascondo la tentazione di ricorrere alla sterilizzazione chirurgica (senza offesa per chi lotta per avere un bambino. È vero il detto “chi ha il pane non ha i denti”) per non dover confrontarmi con i miei desideri e quelli di mio marito. Non mi riesce di convincerlo che la mia posizione è radicata e che non me la sento di affrontare un viaggio verso una nuova “vita” senza convinzione e soprattutto con la certezza che il peso ricadrà tutto sulle mie spalle poiché lui, libero professionista, trascorre pochissimo tempo in casa. Non me la sento di dargli un figlio affinché lui possa svegliarlo la mattina e metterlo a letto la sera. Non ho voglia di ascoltare pianti né di soddisfare capricci, mi vergognerei nel farmi vedere con il pancione e addirittura nello spingere un passeggino, nel dire è mio figlio, nel sentirmi chiamare mamma. Gentile dottoressa, mi perdoni lo sfogo, sono cose che dico spesso e come risposta ricevo sempre e solo occhiatacce oppure commenti del tipo “quando avrai un figlio capirai”…”avere un figlio è la cosa più bella per una donna” (questa frase è quella che odio di più in assoluto: cosa c’è di bello nell’affrontare i vari disturbi della gravidanza, nel “partorire con dolore”?). Io so solo che un piccolo ritardo (nei pochi periodi in cui non prendo la pillola) mi fa andare nel pallone e mi fa inveire contro mio marito.
Mi dia un consiglio, la prego non con frasi fatte, per saper parlare con mio marito (gli farò leggere questa lettera e ovviamente una sua risposta, se ci sarà) oppure per chiarire questa mia repulsione di cui non conosco la natura.
Distinti saluti.

Cara Melania,
tutto quello che lei dice può essere giusto e condivisibile, visto che lei la pensa così.
Perdoni però questa domanda: perché ha sposato a 32 anni (e non a 20), un uomo che desidera con tutto sé stesso diventare padre?
Cari saluti.

* Il consulto online è puramente orientativo e non sostituisce in alcun modo il parere del medico curante o dello specialista di riferimento

Fai la tua domanda Tutte le domande
Ti è stato utile?
Non ci sono ancora voti.
Attendere prego...

Specializzazione

  • Psicologo