'Si può abortire a 5 mesi?' La domanda della lettrice - GravidanzaOnLine

“Posso indurre il parto a 5 mesi?” La domanda all’esperto che ci interroga tutti

Francesca ci chiede se è possibile indurre il parto o abortire a gravidanza inoltrata: un quesito che interroga tutti noi sull'efficacia dell'informazione in Italia in tema di scelte consapevoli per la salute psicofisica delle donne.

Ogni giorno riceviamo decine di domande: di ragazze e donne in gravidanza, donne in attesa di una gravidanza, donne che una gravidanza l’hanno persa. E le inoltriamo ai nostri esperti, che rispondono con delicatezza e professionalità.

Chi ci scrive si confida e cerca conforto, chiede conferme o spera in una smentita ai propri dubbi, oppure ci interroga per avere un parere sugli esiti di esami poco chiari.

Alcune domande sono tecniche e si riferiscono a casi specifici, altre sono più generiche e possono riferirsi a un “pubblico” ampio. In ogni caso si tratta di quesiti delicati, che le donne (e a volte anche gli uomini) condividono con noi per ricevere, nei limiti del possibile, un supporto o un consiglio. A tutte nostri medici danno una risposta puntuale, come farebbero con una paziente che si trova nel loro studio.

Poi ci sono le domande che arrivano come uno schiaffo, che ci interrogano come persone ancor prima che come esperti di un portale dedicato alla gravidanza.

La domanda di Francesca, una nostra lettrice, per noi è stato questo. Ve la proponiamo perché riteniamo sia utile confrontarsi su un tema così delicato ricordando cosa è possibile fare in casi simili a quello che ci è stato sottoposto. E riteniamo che sia necessario farlo, soprattutto, senza emettere giudizi e senza pregiudizi. Scrive Francesca:

Ho scoperto di essere incinta ma fino a un mese fa avevo il ciclo, dalle beta risulto essere al 5 mese di gravidanza. Non credo che sia una cosa legale né fattibile, ma posso indurre il parto o abortire?
Non lavoro e avevo problemi di allergie, ho assunto cortisone e non pensando di essere incinta non ho avuto nessun tipo di accortezza. Grazie.

Le domande che sorgono a chi questa domanda la riceve sono molteplici: sappiamo che è possibile non sapere di essere incinta. Capita raramente, ma capita. Anche per questo il quesito di Francesca ci interroga tutti. Interroga in primo luogo sull’informazione che il nostro Paese è in grado di dare alle donne sulla loro salute riproduttiva, interroga sulla capacità di ascolto delle difficoltà che una donna può incontrare nel corso di una gravidanza, che sia cercata o, come in questo caso, inattesa. Interroga, non da ultimo, sulla capacità di fornire assistenza alle donne che si trovano ad affrontare una situazione simile.

Il quinto mese (ammesso sia questa la datazione effettiva, che è possibile stabilire solo tramite un’ecografia) è uno stadio già piuttosto avanzato della gravidanza. Pensare a un aborto o a un’induzione del parto a tale epoca gestazionale rivela tutta la difficoltà di chi si trova a fare i conti con una situazione del tutto inaspettata, senza disporre degli strumenti necessari per affrontarla: viene da chiedersi allora quale sia l’efficacia del sistema informativo in cui viviamo e in cui noi stessi operiamo.

Abbiamo allora deciso di sottoporre inizialmente il quesito ad un ginecologo, per una prima risposta “clinica”:

Gentile Francesca,
non si può stadiare una gravidanza se non effettuando un’ecografia. Fra le altre cose la beta HCG plasmatica dopo la 12ª settimana tende a diminuire e quindi è ancora meno indicata per una stadiazione. In ogni caso non credo che il cortisonico e le allergie possono aver causato danni al bambino.

Abbiamo poi scelto di integrare la risposta medica con considerazioni di carattere legislativo (ma non solo), perché tale domanda chiama in causa ambiti diversi. Abbiamo deciso quindi di approfondire il dubbio di Francesca ripercorrendo le strade che una donna nella medesima situazione può trovare di fronte a sé.

Per prima cosa, la legge: in Italia l’interruzione volontaria di gravidanza

è consentita entro i primi 90 giorni di gestazione in un ospedale pubblico o in una casa di cura autorizzata qualora una donna la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità comporterebbero un serio pericolo per la sua salute fisica o psichica, in relazione o al suo stato di salute o alle sue condizioni economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito.

Superati i 90 giorni di gestazione l’interruzione di gravidanza per legge è possibile solo in presenza di gravi problemi di salute della donna.

Nel nostro Paese nel 2016 (dati Istat) sono state effettuate 84.874 interruzioni di gravidanza, la metà di quelle praticate 35 anni fa. Una diminuzione correlata con ogni probabilità, secondo l’analisi del Ministero della Salute, anche all’abolizione dell’obbligo di prescrizione medica per la pillola dei 5 giorni dopo.

Ci siamo poi interrogati, a quarant’anni esatti dall’introduzione della legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza, sulla situazione di oggi al di là dei numeri e delle statistiche: molto è stato fatto per non lasciare sole le donne, ma quanto rimane ancora da fare per garantire oltre alla libertà di scelta anche la libertà di una scelta consapevole circa le possibilità – come pure le alternative – previste per chi vuole interrompere una gravidanza? Avere una percentuale di medici obiettori che supera il 70% può rappresentare un freno rispetto quella stessa libertà?

Oltre all’aborto terapeutico (che prima delle 15 settimane si svolge tramite procedura di “svuotamento” o raschiamento uterino e dopo le 15 settimane viene effettuato inducendo il travaglio, una procedura particolarmente impattante fisicamente ed emotivamente) la donna che non vuole tenere il bambino ha a disposizione anche altre possibilità, forse non abbastanza conosciute.

Su tutte rimane la possibilità di portare a termine la gravidanza e, subito dopo il parto, decidere di non riconoscere il bambino e affidarlo quindi alla stessa struttura ospedaliera, aprendo per lui la strada dell’adozione. Come spiega il Ministero della Salute:

La donna che non riconosce e il neonato sono i due soggetti che la legge deve tutelare, intesi come persone distinte, ognuno con specifici diritti. La legge consente alla madre di non riconoscere il bambino e di lasciarlo nell’Ospedale dove è nato (DPR 396/2000, art. 30, comma 2) affinché sia assicurata l’assistenza e anche la sua tutela giuridica. Il nome della madre rimane per sempre segreto e nell’atto di nascita del bambino viene scritto “nato da donna che non consente di essere nominata”.

Abbiamo infine voluto sottoporre il quesito di Francesca anche alla nostra psicologa, perché riteniamo che per affrontare un dubbio tanto impattante, soprattutto se si sceglie di affidarlo al web prima che a un medico “in carne e ossa”, possa essere utile ricevere anche un consulto più specifico, pur con tutti i limiti di un parere virtuale.

Gentile Francesca,
mi rendo conto che l’esito degli esami l’ha colta del tutto impreparata, è comprensibile. Nel nostro Paese l’interruzione volontaria di gravidanza può avvenire solo nei primi novanta giorni di gestazione e successivamente, solo in casi medici specifici, per i quali si parla di aborto terapeutico. Comprendo la sua crisi e proprio perché si tratta di un avvenimento sempre e comunque significativo nella vita di una donna, la invito a farsi aiutare e supportare in questo momento, soprattutto poiché la notizia è giunta del tutto inattesa e ha creato indubbiamente molti interrogativi e magari sentimenti contrastanti.
Le consiglio di rivolgersi ad un CAV (Centro Aiuto alla Vita): si tratta di centri, presenti in moltissime città italiane più o meno grandi, dove può essere aiutata ad affrontare questo momento con tutti gli aiuti di cui necessita (sanitari, psicologici, economici) e può essere supportata anche successivamente qualsiasi sia la sua decisione in un secondo momento, dopo la nascita del bimbo.

Noi abbracciamo la risposta della psicologa, invitando ogni donna che sente di averne bisogno a non esitare a chiedere aiuto: che sia il medico di famiglia, il ginecologo o un terapeuta, figure che possano indirizzare verso le opportunità previste dalla legge per tutelare chi non se la sente di crescere un figlio, e ricevere anche il supporto psicologico necessario per affrontare tale percorso, tutt’altro che semplice, con la maggiore consapevolezza possibile.

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