
Uno dei primi vaccini somministrati ai neonati che contiene gli antigeni per 6 diverse malattie; tutto quello che c'è da sapere sul vaccino esaval...
Una malattia che può avere complicanze gravi ma che è facilmente prevenibile attraverso la vaccinazione; conosciamo meglio la difterite nei bambini.

La difterite è un’infezione acuta e molto contagiosa causata da ceppi di Corynebacterium diphtheriae (più raramente C. ulcerans o C. pseudotuberculosis) capaci di produrre una tossina batterica. Il batterio si localizza tipicamente nel naso, nelle tonsille e in gola, dove può formare una membrana grigio-biancastra aderente ai tessuti, la cosiddetta pseudomembrana.
Il vero pericolo, però, non è la membrana in sé ma la tossina che alcuni ceppi rilasciano. Una volta entrata in circolo, può raggiungere organi distanti e provocare danni gravi e in particolare:
Come ricordato dall’Istituto Superiore di Sanità sono proprio queste complicanze sistemiche, non l’infezione locale, la principale causa di morte nei casi più gravi.
Il tasso di letalità complessivo della difterite è oggi stimato tra il 5% e il 10%, con un rischio che sale fino al 20% nei bambini sotto i cinque anni. A livello internazionale, gli studi confermano che lo stato vaccinale incide in modo decisivo sull’esito clinico. Uno studio pubblicato su eBioMedicine ha analizzato 18.320 casi di difterite registrati nella regione di Kano, in Nigeria, tra febbraio 2022 e aprile 2024. I risultati hanno mostrato che i pazienti non vaccinati avevano più del doppio delle probabilità di morire rispetto a quelli che avevano completato il ciclo vaccinale.
Nei bambini la difterite respiratoria esordisce, in genere da due a cinque giorni dopo il contagio, con sintomi che possono somigliare a una banale infezione delle vie aeree. I sintomi tipici sono infatti:
Il segnale che permette di distinguerla da una comune tonsillite è la comparsa della pseudomembrana grigio-biancastra in gola, che tende a sanguinare se si prova a rimuoverla e può estendersi rapidamente verso il palato e la laringe.
Quando la membrana interessa le vie aeree superiori compaiono difficoltà respiratoria e un caratteristico rumore inspiratorio (stridore), segni che richiedono di andare immediatamente al pronto soccorso, senza attendere il risultato dell’esame di laboratorio. Questo perché la malattia può evolvere rapidamente verso l’ostruzione delle vie aeree.
La conferma diagnostica si basa sull’isolamento colturale del batterio da tampone faringeo o nasale e sulla successiva identificazione dei ceppi produttori di tossina.
Il trattamento della difterite si basa su due strategie complementari. Una è l’antitossina difterica (DAT), che neutralizza la tossina ancora libera in circolo, e l’altra è la terapia antibiotica, che blocca la proliferazione del batterio e la produzione di nuova tossina.
Il punto critico riguarda i tempi. L’antitossina non ha alcun effetto sulla tossina già legata alle cellule dei tessuti; quindi, la sua efficacia dipende dalla rapidità con cui viene somministrata. Per questo le linee guida cliniche più recenti, pubblicate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, raccomandano di iniziare il trattamento in presenza di un caso sospetto, senza aspettare l’esito degli esami di laboratorio. Le stesse linee guida indicano una preferenza per gli antibiotici macrolidi (come azitromicina ed eritromicina) rispetto alle penicilline usate di solito, sulla base delle evidenze più recenti raccolte durante i focolai degli ultimi anni.
C’è poi, a livello globale, un problema di disponibilità dell’antitossina. La sua produzione mondiale è limitata a pochi produttori, e diversi Paesi, compresi alcuni europei, hanno dovuto fare ricorso a scorte di emergenza o alla solidarietà di altri Stati durante i focolai recenti. A conferma di come, nonostante si tratti di una malattia prevenibile e curabile se presa in tempo, la sua gestione non è semplice e scontata.

Uno dei primi vaccini somministrati ai neonati che contiene gli antigeni per 6 diverse malattie; tutto quello che c'è da sapere sul vaccino esaval...
La difterite è, prima di tutto, una malattia prevenibile. In Italia la vaccinazione fa parte del ciclo esavalente, somministrato nel primo anno di vita, insieme alla protezione contro tetano, pertosse, poliomielite, epatite B e Haemophilus influenzae tipo b. Il calendario nazionale prevede poi un richiamo nel sesto e nel dodicesimo anno di vita, e successivamente un richiamo ogni dieci anni in età adulta con la formulazione trivalente dTap, raccomandata anche a ogni gravidanza indipendentemente dai richiami già effettuati.
I dati dell’Istituto Superiore di Sanità hanno mostrato come la vaccinazione abbia permesso di prevenire in Italia circa due milioni di casi di difterite, e ha contribuito a far scendere i decessi pediatrici legati alla malattia da circa duemila l’anno (negli anni Settanta) a nessuno.
Chi non è sicuro dello stato vaccinale proprio o dei propri figli può verificarlo tramite il libretto vaccinale o l’anagrafe vaccinale regionale, e rivolgersi al pediatra di famiglia o al centro vaccinale della ASL per completare un ciclo incompleto. Le vaccinazioni obbligatorie restano gratuite anche se effettuate in ritardo, e nella maggior parte dei casi non è necessario ricominciare da capo, ma solo completare le dosi mancanti.

Ritorniamo alla domanda iniziale, quella che scuote le coscienze di molti, interroga la mente di altri e, purtroppo, divide l’opinione pubblica su un argomento così importante. La difterite non è mai scomparsa del tutto. Continua a circolare proprio laddove la copertura vaccinale è minore. Da questo punto di vista i viaggi internazionali possono reintrodurla anche dove è rara da decenni. In Italia e in Europa i casi restano eccezionali, ma non completamente assenti. Secondo l’ISS, tra il 2019 e l’agosto 2026 in Italia sono stati confermati 14 casi di difterite, più della metà dei quali in persone con un recente viaggio all’estero.
La vaccinazione contro la difterite è obbligatoria e gratuita in Italia per i minori tra zero e sedici anni dal 2017, insieme ad altre nove vaccinazioni, in base alla Legge 31 luglio 2017 n. 119. Nonostante l’obbligo, però, la copertura nazionale non raggiunge sempre la soglia del 95% raccomandata per garantire l’immunità di comunità. Secondo il report pubblicato dal Ministero della Salute nel 2025, tra i bambini nati nel 2023 la copertura a 24 mesi si è fermata al 94,46%, e tredici tra Regioni e Province autonome restano sotto quella soglia. La Sicilia, la regione in cui è avvenuto il decesso di Palermo, è quella con il dato più basso: 85,88% a 24 mesi, che sale al 90,80% a quattro anni, comunque al di sotto della media nazionale.
La tragedia di Palermo, al di là dei giudizi espressi troppo spesso con eccessiva leggerezza, ripropone un problema presente anche in Italia, ovvero quello legato alla percezione sulla sicurezza dei vaccini. Se i dati scientifici sono solidi e inoppugnabili, lo sono meno (anche con una certa dose di responsabilità) quelli della comunicazione medica in materia. Negli ultimi anni, complice quanto avvenuto a seguito della pandemia da Covid-19, sull’argomento si è creato, proprio per la divulgazione degli esperti, una grande diffidenza nei confronti dei vaccini. Ricondurre tutto all’ignoranza o all’indifferenza è quantomeno superficiale. Le indagini accerteranno le responsabilità del singolo caso, ma è evidente che c’è una frattura che va ricomposta con serietà e pazienza, non con slogan o diti puntati nei confronti dei genitori che, anche in buona fede, sono spaventati e scelgono di non vaccinare i bambini non per far loro del male ma, paradossalmente, proprio con la speranza di proteggerli.