"Magari non so partorire ma so fare la mamma" - GravidanzaOnLine

“Magari non so partorire, ma so fare la mamma”: storia vera di un secondo parto

Il racconto in prima persona di una donna che ha vissuto la gravidanza tra i dubbi e la paura di non farcela, sentendosi "diversa" dalle altre mamme.

C’è la gravidanza ideale, quella pensata, fatta di piccole e grandi gioie che si sommano una all’altra. E c’è la gravidanza reale, che mescola gioia e fatica in parti più o meno uguali, a seconda dei casi. Poi c’è la gravidanza che non ti aspetti, quando niente sembra andare come dovrebbe e ogni cosa è diversa da come la raccontano gli altri.

È successo anche a Suzie, che sul Forum di GravidanzaOnLine ha condiviso la storia dell’arrivo della sua seconda figlia tra dubbi e paure, dopo essere stata “scottata” dall’esperienza precedente di un parto particolarmente complicato.

Condividere la sua storia, con il suo permesso, è stata una scelta ponderata, nella convinzione che sia tempo di togliere il velo sempre perfetto e lieto della maternità, per raccontare con più onestà anche un altro aspetto: quello della paura del parto e della sensazione, che molte mamme conoscono bene, di non sentirsi abbastanza forti, coraggiose o capaci di mettere al mondo un figlio.
Parlarne vuol dire far sentire tante mamme meno sole.

Questa è la storia di Suzie.

Ho vissuto questa gravidanza con distacco, quasi faticando a esserne felice. Ero preoccupata, come se non pensare al fatto di essere incinta in qualche modo allontanasse anche il pensiero di dover partorire, di nuovo. Chissà come.

Forse per questo motivo la gravidanza è stata rapida, veloce. Per fortuna senza alcun problema. Ho lavorato tutto l’ottavo mese, e solo alla fine, una volta a casa, mi sono concentrata su questa figlia che stava per nascere.
Ho iniziato a pensarla, preparando le sue cosine, e quindi mi sono resa conto di desiderarla davvero nonostante me lo fossi un po’ nascosto in questi mesi. Ho iniziato a prendere il pensiero del parto come veniva, di volta in volta. A volte con terrore, altre con forza. Se era il prezzo da pagare per avere mia figlia, l’avrei fatto.

Mi ripetevo tipo mantra che sarebbe stata questione di ore, che sarebbe passato. Mi caricavo dicendomi che se fossi stata concentrata sarebbe stato veloce. Questione di poco, e poi… poi avrei dimenticato. Mi ripetevo che se fosse andata male anche stavolta, non avrebbe importato: “Perché magari non sono capace di partorire, ma so fare la mamma!” Insomma, tanta analisi, razionalizzavo e mi convincevo a dar spazio all’istinto.

“È ora di andare in ospedale”

È lunedì sera, l’indomani sarà la mia dpp, e nella notte ci sarà la luna piena. Sono le 21,50 e avverto un doloretto mestruale. Un altro alle 22. Nulla di che, sono doloretti, però fino ad ora non ne ho mai avuti. Nessuna contrazione, nulla di nulla. Inizio a monitorarli ma spesso mi dimentico l’orario del doloretto precendente. Quindi lascio perdere. Sono contrazioni irregolari e per nulla dolorose. Ma il mio compagno decide che è ora di chiamare mia mamma e andare a fare un giro in ospedale, così per controllare. Io sbuffo, non ho voglia di scomodare mia mamma, sto troppo bene. Ma alle due del mattino prendiamo e andiamo in ospedale.

Una sola contrazione ci accompagna nel tragitto, non dolorosa. Tutto è addormentato, poche auto in strada e una luna gigante, piena e luminosa ci accompagna. Al PS non c’è nessuno, mi accompagnano nel blocco parto, ci vado a piedi, perché sto bene. Tendo a giustificarmi con gli operatori, perché di fatto sento che non è il momento.

“Sono una fifona”

Entro nel blocco parto e mi attaccano al monitoraggio. Mi siedo sulla poltrona e una coccinella mi si posa sulla gamba. La prendo in mano e ci gioco per un po’, tra la faccia perplessa dell’ostetrica che mi attacca i cavi. Sembro un po’ ebete, ma sono felice di questo “segno”. Un attimo di distrazione e perdo la coccinella. Nel frattempo, il monitoraggio segnala contrazioncine, blande e irregolari. Passa un’oretta e mi visitano. Collo quasi appianato e 3 cm di dilatazione.

Decidono di ricoverarmi, ma non sono in travaglio attivo. Rimango nella stanza del pre parto tutta notte. Tutto il tempo attaccata al monitoraggio e le contrazioni si fermeranno. La bimba dorme, quindi mi danno una flebo di fisiologica.

Nel frattempo partoriscono in 3. Una con urla lunghissime, le altre al silenziatore. Il mio compagno dormicchia sulla sedia, io fisso il soffitto. Se me ne stavo a casa a dormire era meglio no? Faccio colazione. Pipì. Scrivo al cellulare. Pipì. Un giretto. Fisso la finestra. E arrivano le 9. Conosco T. che sarà la mia ostetrica.

Ha un approccio diretto, simpatico, sembra una tosta, ma mi fa anche un massaggino per farmi rilassare. Le racconto che sono una fifona, che la prima bimba è nata con la ventosa e l’autorizzo a prendermi a schiaffi se perdessi la testa, come l’altra volta. Mi rassicura, mi spiega quello che faremo, mi dice come andrà e che faremo veloci. La bimba è ben posizionata e è piccola. Sorrido, perché decido di crederle.

“I dolori iniziano a farsi sentire”

Mi rompe il sacco, per vedere se il travaglio si mette in moto da solo. Torno una mezz’oretta nel mio letto al monitoraggio, qualche contrazioncina qua e là sempre blanda. Alle 9.30 ci trasferiamo in sala parto. È piccola e accogliente. Ci sono due poltrone oltre a una super poltrona-sedia-letto da parto, è larga e tecnologica.

Ci sono mobiletti rossi laccati e una parete con una gigantografia di un ciliegio. Non ci sono strumenti medici in giro, sembra una stanza di casa. Il bagno è privato. T. mi fa spogliare e mi manda in doccia. Luce soffusa, doccia calda e il mio compagno mi mette la musica. Sto qui più di un’ora a bagnarmi la pancia. La sento indurirsi, ma non avverto il minimo dolore. Zero. Se sposto il doccino avverto doloretti più intensi rispetto alla notte. Sembra di aver l’epidurale.

Dopo un’ora mi viene a visitare T. che nel frattempo era altrove. Sono tra i 4 e i 5 cm. Fin qui senza dolori. Siamo soddisfatti.
Mi metto una canotta, la stessa del primo parto e un patellone. Sto sulla poltrona astronave e mi attacca l’ossitocina perché qui il travaglio vero stenta a partire. Ne scende poca ma inizia a regolarizzare le contrazioni ogni 5, ogni 3. Dolore sotto controllo. Avverto un caldo pazzesco alla faccia, che ho paonazza. Passerò la mezzora successiva con il ghiaccio sulla faccia. Passa una mezz’oretta quando T. rientra nella stanza, fino ad ora è sempre fuori lasciandoci tranquilli.

L’atmosfera è raccolta e essere da soli rende più serena l’esperienza, più naturale e poco medicalizzata. Mi dice che tutto procede. E mi piazza sulla palla. Mi spiega come dondolarmi. I dolori iniziano a farsi sentire, ma sono comunque gestibili, sembra una colica o un forte dolore mestruale, sono tutti di pancia. Riusciamo anche a ridere perché su Spotify passano canzoni un po’ idiote che vorrei non ricordare.

Le contrazioni intanto procedono e piano piano si fanno più faticose, gestisco respirando. A un tratto però la palla non la voglio più, sto in piedi. Inizia a fare male sul serio. È mezzogiorno. Siamo a 7. Da qui ai 10 i dolori son veri. Sono dolori che ti piegano e ti fanno lamentare. Guardo lui: “c***o queste sì che fan male!” ma mi sento ancora lucida. Dentro di me penso solo che tra un po’ dovrò spingere, e ne sono terrorizzata. Dico a lui: “Rimarrei in travaglio 3 giorni per non spingere”.

Le ultime contrazioni mi spaccano in due, sono poche, forse dureranno venti minuti, ma saranno talmente dolorose da farmi chiedere come poter fuggire a quel male, ma ogni volta il dolore passa proprio nel momento in cui credo di non farcela più. Con il dolore incalzante non penso a nulla, non penso più che ho paura, non penso a quello che è stato, nemmeno a cosa succederà. Tra una contrazione e l’altra chiudo gli occhi e riposo, tutto diventa ovattato.

“La famosa voglia di spingere!”

Non so cosa succede intorno a me, mi rilasso come in uno stato galleggiante. Il mio compagno segue le istruzioni che in questo mese gli ho dato: “Non permettere che io perda di vista l’obiettivo per cui sono lì. Non sono lì a soffrire, sono lì per far nascere la mia bimba, ricordamelo!” Continuava a ricordarmelo, e con lui anche T., che quando le contrazioni hanno iniziato a fare sul serio è entrata in stanza e non è più uscita.

“Quando la tua bimba inizia a spingere dimmelo”
Il terrore di non sentire come l’altra volta il premito è apparso, per un istante, per fortuna proprio in quel momento sentivo spingere. La famosa voglia di spingere! T. ci ha tenuto molto a dirmi che non ero io ma la mia bimba, che avrebbe fatto lei a quel punto perché sapeva come nascere.

Mi fa sdraiare e poggiare le gambe alle staffe, le mani alle maniglie. Non sono totalmente sdraiata come l’altra volta, ma ho lo schienale alto. L’altra volta…ecco che il fantasma appare. Guardo T. e le dico NO, no non ce la posso fare…no. Lei mi prende le mani con la voce ferma, mi scrolla, mi urla di smetterla e che ce l’avrei fatta. La fisso negli occhi e sembrava una mamma. Sono totalmente nelle sue mani.

C’è stato un attimo, una frazione di secondo in cui mi sono spaventata, in cui il male stava prendendo il sopravvento e ho pensato di non farcela, che forse sarebbe stato meglio se l’avessero tirata fuori loro un’altra volta. È solo grazie a questa ostetrica fantastica che sono tornata in me. Per un attimo, un solo secondo ho perso la strada, ma lei forte e risoluta è riuscita a farmi credere che ce l’avrei fatta.

Nemmeno il tempo e arriva una contrazione forte, devo spingere per forza e urlo come una dannata. Urlare mi toglie totalmente il dolore. Mi fa spingere forte e a lungo. Faccio tre spinte a contrazione e urlo, urlo, urlo. T. cerca di dirmi qualcosa, ma non riesce, io non la sento. Fin quando inizia a urlare più forte di me, mi dice che se urlo così non riuscirò a sentire le sue indicazioni. Io la guardo, sorrido, e le dico che urlare mi fa bene, non sento dolore. Lei mi sorride e mi dice “ eh urla allora ma ascoltami!”.

Urlo. T. quando spingo mi allarga con le mani il canale, e questo mi aiuta tantissimo, sento meno dolore e focalizzo meglio la spinta. Arriva la testa, ne esce metà e brucia, brucia un sacco.
Non so bene che fare perché T. ha ragione, urlo così tanto che non sento quello che mi dice, così inizio a urlare “che devo fare?”, alla fine spingo. Esce la testa, ma brucia talmente tanto che non riesco a aspettare oltre e decido di spingere e far uscire il resto. Non ce la faccio più!

“Sembra qualcosa di ovvio sorridere, stavolta lo è”

Esce finalmente. Capisco che avrei dovuto aspettare, ma T. mi dice di no, che è andato tutto bene e ha fatto tutto la mia bimba da sola! Mi alza la maglia e mi appoggia un fagottino sulla pancia tutto bianco e appiccicoso, con tanti capelli neri. Io rido, rido tanto e di gusto, un po’ piango, ma RIDO!

Guardo lui e gli dico “da sola!” Nessuno mi è saltato sulla pancia, nessuno è intervenuto. Intorno a me tante donne, tutte sorridenti, rilassate e operative. Lui commosso mi accarezza e sorride, per poi tagliare il cordone. Sembra qualcosa di ovvio sorridere e stavolta lo è. Sono così felice che non riesco a smettere di sorridere nemmeno quando T. mi mette i punti.

Ho avuto una lacerazione di primo grado, punti solo superficiali, non muscolari. Mentre mi cuce le chiedo scusa per le urla, ma lei mi dice che è andato tutto bene, alla fine la fase espulsiva è durata 10 min, forse 15. Mi alzo subito in piedi, staremo in questa saletta un paio d’ore, dove attacco la bimba al seno, pranzo e stiamo tranquilli.

Questo è stato il mio secondo parto. È stato un parto facile, veloce e poco doloroso tutto sommato. Ho trovato la persona giusta che ha saputo accompagnarmi con fermezza e empatia. Ho fatto pace con il parto. Ho capito cosa non ha funzionato l’altra volta, tanti piccoli dettagli che sommati hanno generato una valanga di insicurezza. Ma ormai è passata. Come spesso ho ripetuto non credevo si potesse sorridere dopo tanto dolore fisico. Invece si può.

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