La nascita di un bambino non segna immediatamente la fine del parto; questo si conclude al termine della cosiddetta fase del secondamento. Si tratta di quel periodo di tempo, che può avere una durata flessibile che va dai 15 ai 60 minuti circa, durante il quale vi è una sorta di ultima contrazione che serve a espellere la placenta e far ritrarre l’utero (formazione del globo di sicurezza) per permettergli di ritornare in posizione. Può capitare che questa contrazione non avvenga e in questi casi si parla propriamente di atonia uterina.

Il termine atonia, infatti, indica proprio l’assenza di tono muscolare e quella che colpisce l’utero dopo la nascita del bambino è la principale causa (90% dei casi) di emorragia post-partum. Un problema molto serio che è potenzialmente pericoloso per la vita della mamma e che merita una particolare attenzione.

Atonia uterina: cos’è?

Possiamo definire l’atonia uterina come un’inadeguata contrazione delle cellule miometriali (quelle che compongono il corpo dell’utero). In condizioni normali i muscoli dell’utero si irrigidiscono per consentire, come detto, l’espulsione della placenta, ma anche per comprimere i vasi sanguigni che erano collegati con la placenta stessa.

Questa attività, quindi, ha il fondamentale compito di evitare sanguinamenti eccessivi che possono creare seri danni per la salute della donna.

Atonia uterina: le cause

Sono diverse le cause che possono provocare l’atonia uterina. Le principali sono quelle che riguardano:

  • un travaglio prolungato;
  • un uso prolungato dell’ossitocina;
  • l’inversione uterina;
  • tutti quei fenomeni che possono interessare la placenta, tra cui il distacco, la placenta ritenuta o la placenta previa.

Esistono poi dei fattori di rischio che possono aumentare la probabilità di incorrere in questo pericolo: età superiore ai 35 anni, parto gemellare, eccesso del liquido amniotico, essere in sovrappeso o, ancora, un bambino che alla nascita è più grande della media.

Anche se in misura molto ridotta, ci sono casi in cui l’atonia uterina è stata riscontrata anche a seguito di un parto cesareo.

I sintomi dell’atonia uterina

Dopo la nascita del bambino il medico e l’ostetrica che hanno seguito il parto verificano da subito sia che la placenta sia stata espulsa completamente, sia che i muscoli dell’utero non siano rilassati. È infatti fondamentale che vi sia ancora tensione per consentire all’utero di completare le operazioni necessarie per recuperare la sua posizione.

Di conseguenza l’assenza di tensione, l’atonia uterina vera e propria, è accompagnata prevalentemente dal rilassamento dei muscoli. Altri sintomi sono una perdita abbondante di sangue (considerata tale quando supera i 500 millimetri), aumento della frequenza cardiaca e gonfiori nella zona vaginale.

La misurazione delle perdite di sangue viene eseguita generalmente contando il numero dei tamponi utilizzati per tamponare l’emorragia. In caso di atonia uterina il trattamento prevedela somministrazione di ossitocici terapeutici anche nel caso fossero stati somministrati durante il terzo stadio del travaglio in profilassi”.

Atonia uterina: conseguenze e complicanze

Nella stragrande maggioranza dei casi l’atonia uterina provoca l’emorragia post partum, ma può essere accompagnata anche da altre complicazioni. Le più diffuse sono quelle associate alla perdita di sangue, ovvero:

  • anemia;
  • giramenti di testa;
  • debolezza.

Un eccessivo senso di stanchezza è anche associato a un maggior rischio di depressione post partum. Inoltre in caso di atonia uterina è più probabile che nell’eventuale parto successivo ci sia un fenomeno di emorragia.

Quando si manifesta l’atonia uterina si procede inizialmente con la somministrazione di farmaci che hanno lo scopo di indurre le contrazioni e ripristinare il tono dell’utero. Parallelamente può essere eseguito anche un massaggio uterino.

In caso di emorragia il trattamento dell’atonia uterina prevede la messa in atto di tutte quelle condizioni tali per fermare l’emorragia e riequilibrare i livelli di sangue. Nei casi più gravi, quelli che possono essere potenzialmente letali per la donna, prevedono l’intervento chirurgico per bloccare l’emorragia e per fermare l’afflusso di sangue all’utero.

Non è possibile prevenire di per sé l’atonia uterina, ma è possibile gestirla o predisporre particolari precauzioni nel caso di donne che presentano determinati fattori di rischio. In questo senso risulta decisiva per una prognosi positiva la rapidità della diagnosi e la capacità del personale medico-sanitario e della struttura dove si partorisce di saper intervenire prontamente per evitare le complicanze più gravi.

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